L’edificio della “Nona”. Realtà storica d’una leggenda metropolitana

di FRANCESCO CORRENTI ♦

Civitavecchia, in epoca moderna, ha visto la presenza di eserciti di occupazione francesi in due periodi, il primo durante la rivoluzione e – in veste diversa – durante l’impero napoleonico, il secondo nell’imminenza delle azioni politiche e militari che avrebbero portato all’unità d’Italia.

La città fu occupata dalle truppe repubblicane tra l’11 e il 12 febbraio del 1798. Il 10 il generale Berthier si era impadronito di Roma, per ordine del direttorio di Parigi, e il 15 vi proclamò la repubblica. Il 20 Pio VI Braschi fu trasferito in Toscana e poi in Francia, a Valence, dove morì il 29 agosto del 1799 (la salma fu traslata a Roma nel febbraio 1802, dopo la conclusione del concordato tra Napoleone e Pio VII Chiaramonti, eletto nel conclave di Venezia il 14 marzo 1800). In questo periodo, il porto civitavecchiese fu oggetto di attenzione da parte di Napoleone, che ne fece una base per la spedizione in Egitto, ma non vi giunse mai, malgrado i programmi stabiliti. A parte i provvedimenti relativi all’ordinamento amministrativo (Civitavecchia divenne il 5° cantone del dipartimento del Cimino, con capoluogo Viterbo), nella città non si sono realizzate opere di carattere urbanistico o edilizio. Forse, i soli “interventi” di questa fase hanno riguardato l’eliminazione di alcuni stemmi pontifici dalle facciate di palazzi e mura, come quello di Benedetto XIV che decorava il fontanone del porto (e oggi abbandonato intorno a Villa Albani: ne ho parlato in un precedente articolo).

Dopo la completa restaurazione del governo pontificio, seguita all’esilio di Napoleone a Sant’Elena, Civitavecchia tornò alle sue abitudini secolari, anche se il seme degli ideali laici aveva in certa misura attecchito in alcuni strati sociali, come si vide durante la breve parentesi della repubblica romana (9 febbraio – 4 luglio 1849). La caduta del triumvirato repubblicano (Armellini, Saffi e Mazzini) per l’intervento del corpo di spedizione del generale Oudinot, sbarcato a Civitavecchia il 25 aprile del ’49, segnò l’inizio della seconda occupazione, questa volta a sostegno del papa, Pio IX Mastai-Ferretti.

Nel 1856-58 il Genio Militare francese ha progettato e costruito la nuova cinta muraria per l’ampliamento della città verso sud. Nella cinta si aprivano alcune porte di accesso: la “Porta Romana Nuova”, nei pressi dell’attuale piazza Verdi, costituiva l’ingresso dalla via Aurelia; le “Quattro Porte” consentivano, su altrettanti binari, il passaggio dei treni verso la stazione ferroviaria; la “Porta Campanella”, in fondo alla piazza Gregoriana (oggi corso Centocelle), immetteva sulla strada di circonvallazione (attuale viale Baccelli). Durante l’occupazione francese, nessun edificio fu realizzata nell’area dove poi sorse quello detto della “Nona”. La Pianta generale della città di Civita Vecchia e sue fortificazioni, redatta dal Genio italiano in data 5 ottobre 1870, all’indomani dell’annessione della città al Regno d’Italia la mostra completamente libera. Così pure le mappe catastali post-unitarie e la Pianta di Civitavecchia allegata all’opuscolo di Alessandro Cialdi dal titolo Disegno per l’ingrandimento e miglioramento del porto di Civitavecchia, pubblicato a Roma, in seconda edizione, a settembre del 1872.

La mappa delle Correzioni geometriche alla mappa del Comune di Civitavecchia Sez. 1a per l’accatastamento dell’edificio della “Nona”, compilata dal tecnico incaricato Augusto Fiorelli e controfirmata dall’Ingegnere capo dell’Ufficio centrale di Finanza di Roma, è datata 3 luglio 1889. L’edificio, quindi, è stato costruito e ultimato nella prima metà di quell’anno, dato che non è riportato nei precedenti aggiornamenti di mappa. Nell’introduzione al volume Obiettivo Civitavecchia 1943-1993, da me curato ed edito dal Comune nel 50° anniversario dei bombardamenti, ho pubblicato la planimetria delle opere realizzate dal 1870 al 1922, indicando appunto la “Nona” tra le costruzioni di quel periodo.

Danneggiato durante i bombardamenti del 1943-44, l’edificio è stato oggetto di rifacimenti e sopraelevato di un piano negli anni Cinquanta, nella parte a monte, con l’inserimento di nuove scale e la ristrutturazione degli alloggi, che ha modificato il carattere originario della tipologia edilizia. Dal punto di vista distributivo, infatti, l’edificio – come quello simile e coevo detto della “Settima” – si inquadrava nelle tipologie dell’edilizia popolare concepite per l’applicazione della Legge di Napoli (1885), come si erano sviluppate in quegli anni a Torino, a Milano e in altri centri italiani, dove si era così risolto il problema di costruire case a basso costo da dare in affitto alla parte più povera della popolazione.

1988.06. R. Amaturo. La Nona

Costituiti da alloggi monocellulari su tre o quattro piani, serviti da ballatoi con balaustre in ferro (da cui il nome di case a ringhiera) all’interno del cortile centrale (due cortili, nel caso della “Nona”), questi edifici hanno rappresentato, da una parte, la soluzione imposta alle esigenze abitative del proletariato e, dall’altra, una sua ancor più palese emarginazione, venendo ad essere relegato all’estremità dell’abitato, nelle zone più periferiche, dove contemporaneamente sorgevano le fabbriche, nel momento in cui si avviava una massiccia industrializzazione dei sobborghi. Come, infatti, avvenne anche a Civitavecchia, con la costruzione dei primi stabilimenti: la fabbrica di laterizi del Bricchetto, con il Prato dei vagoncini per il trasporto dei prodotti alla ferrovia, il cementificio (primo impianto nel 1898) presso la Polveriera (Caserma Menabrea), i Mulini, i depositi di legname in varie parti intorno alla città. Le condizioni di vita in questi tipi edilizi erano molto disagiate: gli spazi, minimi,  dell’alloggio costringevano ad una assurda promiscuità di persone e funzioni, considerato anche il numero generalmente elevato dei componenti del nucleo familiare; i servizi igienici, comuni ed esterni, erano del tutto inadeguati; la sicurezza assolutamente insufficiente, perché in caso di emergenza l’evacuazione degli abitanti era resa difficile dalla ristrettezza dei ballatoi e dalla lontananza delle scale. In sostanza, nulla era cambiato rispetto alle prime “case popolari” fatte costruire nel 1692 da Innocenzo XII Pignatelli nella zona allora più periferica, il Ghetto o Borgo Sant’Antonio, che poi presero il nome, per le tragiche vicende avvenutevi a più riprese, di Palazzo Bruciato.

Nell’immagine qui pubblicata, la pianta del secondo piano dell’edificio della Nona, secondo il rilievo redatto nel 1988 dall’architetto Renato Amaturo, autore di uno studio di altissima qualità che prevedeva due soluzioni, la prima conservativa, e la seconda – letteralmente – “rivoluzionaria”. Nessuna delle due fu presentata, per incompatibilità di carattere con la committenza.

Gli eventi successivi saranno oggetto di ricostruzioni e riflessioni da parte di alcuni protagonisti, prendendo spunto dalla ricorrenza del ventesimo anniversario, il 19 marzo, della sentenza di primo grado del processo che vide imputati gran parte di amministratori e tecnici che – per compiti istituzionali o per dovere d’ufficio – si erano dovuti occupare della pratica edilizia. Quel giorno, mercoledì 19 marzo 1997, alle ore 16,30, fu per alcuni la fine di una vergognosa e traumatica serie di violenze ed abusi d’uno dei più assurdi episodi di cattiva giustizia, fu per altri la prosecuzione dell’incubo, che durerà ancora a lungo, con conseguenze gravissime, per gli individui e per la città.

Per me, la vicenda della Nona, era finita.

Per me, era iniziata giovedì 4 febbraio 1993, alla stessa ora, le 16,30: quattro anni, un mese e quindici giorni prima. Come per tutti, anni mesi e giorni amareggiati da fatti, avvenimenti e conseguenze di incredibile arbitrarietà e sconvolgente nefandezza, che solo la forza d’animo data dall’innocenza ci ha permesso di superare.

Quel giorno, per il calendario liturgico, è la Festa di San Giuseppe, una ricorrenza che – per un caso singolare e curioso – era particolarmente sentita dagli abitanti della Nona, che la celebravano con addobbi floreali e luminarie proprio sui ballatoi dei cortili e con processioni e preghiere, unite – come è giusto – alle tradizionali, tipiche frittelle di riso.

Ancora un caso ha voluto che, con mia moglie Paola, molti anni prima, nel 1977, fossi stato invitato dal Vescovo di Civitavecchia, Mons. Antonio Mazza, a progettare la nuova chiesa parrocchiale di Campo dell’Oro intitolata a San Giuseppe. Progetto e attività professionali connesse che abbiamo voluto offrire alla diocesi con spirito di carità.

2003.01.19. Fotomontaggio di progetto

FRANCESCO CORRENTI