Cancellare anche la memoria?

di FABRIZIO BARBARANELLI ♦

19 marzo 1987.

Che cosa rappresentò per Civitavecchia la venuta di Giovanni Paolo II?

Sono trascorsi trent’anni da quella storica giornata e già rischia di svanire nella memoria collettiva, anche perché nulla si sta facendo per perpetuarne il ricordo.

Soltanto la Curia vescovile ha ritenuto opportuna una iniziativa in occasione del trentesimo anniversario di un evento che non ebbe soltanto una forte connotazione religiosa, ma che coinvolse l’intera città e le sue istituzioni.

Eppure quella giornata e ciò che la precedette, dovrebbero lasciare un segno indelebile nella nostra comunità, perché in quella circostanza avvenne qualcosa che mai prima, a mia memoria, e neanche dopo, in questi trent’anni, si è ripetuta.

Non fu soltanto una giornata, quella del 19 marzo, che vide una eccezionale partecipazione di popolo, non fu soltanto la dimensione e l’importanza degli incontri che si svolsero con il Papa in vari punti della città, con varie categorie di lavoratori, con il volontariato, con i detenuti, con il mondo diocesano e soprattutto con i cittadini che accorsero in massa ai due appuntamenti centrali: quello di Largo Plebiscito e alla Messa al viale Garibaldi.

Fu tanto altro ancora.

La fase preparatoria fu di una importanza straordinaria.

Che Giovanni Paolo II sarebbe venuto a Civitavecchia lo si seppe con circa due mesi di anticipo.

Dalla notizia alla visita, in quel breve periodo, è accaduto nella nostra città qualcosa di magico.

Chi non ha vissuto quell’evento potrebbe legittimamente pensare che il passare del tempo, come spesso accade, abbia prodotto una sorta di mitizzazione di quei momenti.

Non è così. Allora, come non mai, Civitavecchia sentì di essere una comunità.

In soli due mesi il Comune riuscì ad ottenere dagli Enti sovracomunali finanziamenti per opere di risanamento e riqualificazione delle zone di passaggio del corteo papale e soprattutto riuscì, con un impegno eccezionale di tutta la macchina comunale ed in particolare del gruppo costituitosi per l’occasione, a portare a termine tutti i lavori programmati.

Se solo si considerano i tempi di cui hanno normalmente bisogno gli enti pubblici per realizzare le opere e la farraginosità delle nostre procedure, c’è davvero da restare increduli.

Ma quella fu una fase in cui la capacità della macchina comunale, messa alla prova, riuscì ad esprimersi con una esemplare efficienza.

La scommessa fu vinta soprattutto grazie a quel gruppo di lavoro composto da funzionari amministrativi e tecnici che dimostrarono come si possa operare nell’interesse della collettività con grande spirito di sacrificio e generosità.

Ricordo in particolare Giuseppe Maggi, Fabrizio Tassi, Paolo di Bartolo, Marcello Simoni, Giancarlo Mori che costituirono il nucleo operativo, ma anche Maurizio De Paolis, Carmine Scandale, Gigi De Paolis e tanti altri che in quei due mesi si impegnarono senza risparmiarsi.

E qui un insegnamento importante: anche la macchina comunale, considerata lenta, farraginosa, distratta, quando si opera con forti motivazioni, è capace di fare l’impossibile.

Ancora più sorprendente fu poi la risposta della città.

Tutti in qualche modo diedero un contributo significativo. Gli imprenditori nelle zone di passaggio del Papa provvidero a migliorare l’immagine della propria azienda, i commercianti e gli artigiani si impegnarono moltissimo per abbellire i loro negozi e le loro botteghe, i singoli cittadini si distinsero per una inedita attenzione alla città.

Insomma nessuno fu estraneo al clima che si stava diffondendo, fatto di rispetto per le cose comuni e di lotta al degrado.

Si vide ciò che non si era mai visto. Un moto collettivo con una grande voglia di rinascita, con la consapevolezza della possibilità di migliorare, con la voglia di esserci e di collaborare.

Lo stesso rapporto tra le forze politiche non conobbe in quella fase distinzioni tra maggioranza ed opposizioni.

Sembrava una mutazione genetica. Veniva emergendo un principio di comunità che mai si era percepito così forte. Qualche segnale la città lo aveva dato nella grandi vertenze unitarie per il lavoro e lo sviluppo e contro l’inquinamento energetico.

Ma ora maturava qualcosa di diverso. Maturava quel solidarismo, quella comunanza di intenti che avrebbe consentito di fare grandi passi avanti non solo per migliorare l’immagine della città e proporla all’attenzione dei media nella sua veste migliore, ma anche e soprattutto per l’acquisizione di un più profondo senso civico.

Il giorno 19 di marzo tutto era pronto, ma si apriva un’altra sfida.

Le manifestazioni e le iniziative previste erano numerose ed impegnative. Ogni cosa era stata preparata con cura, si trattava però ora di trasferire il tutto nella pratica.

I rigidi protocolli, i palchi, gli impianti di amplificazione di una potenza a noi sconosciuta, il traffico, l’ospitalità, l’accoglienza delle autorità provenienti dalle numerose istituzioni nazionali e regionali presenti, il cerimoniale, l’ordine pubblico, la sicurezza. Insomma una serie interminabile di incombenze.

E’ difficile immaginare cosa significhi una visita di tale livello e quali impegni comporti.

Comune, diocesi, porto, Enel, tutti impegnati per esprimere il meglio delle proprie capacità, in un rapporto di collaborazione strettissima ma anche in una sorta di sana competizione.

Ognuno degli eventi fu un successo. Nessuna smagliatura né nella organizzazione, né nei comportamenti individuali e collettivi. Nulla turbò il clima che si era creato e alla fine fu una vittoria di tutti.

Il Papa trascorse la giornata in una città composta, organizzata, civilissima.

Civitavecchia aveva superato un esame difficile, sotto gli occhi di tutti gli organi di informazione nazionali ed esteri

Quanti insegnamenti da questa vicenda avremmo dovuto e potuto trarre.

Innanzitutto si capì che è possibile tenere unita la città, i cittadini, le istituzioni, l’intero corpo sociale, intorno a obiettivi condivisi e in presenza di stimoli e sollecitazioni forti.

Non è irreversibile il degrado culturale, male oscuro di questa nostra città.

E’ possibile invertire la rotta se si toccano le corde giuste, è possibile costruire un’idea di comunità.

Non c’è un virus che ci rende estranei alla città, che ci conduce alla assenza di rispetto per i beni comuni, che rende inesorabile il degrado. Non siamo malati di inciviltà.

In quella circostanza ciò risultò in tutta la sua evidenza.

E’ però chiaro che se non si opera per motivare, per educare, se non si sottopone la popolazione a stimoli convincenti, questa battaglia inevitabilmente è persa.

Quando penso a quella esperienza e mi guardo intorno mi chiedo come si siano smarrite persino le tracce di quella fase, di quei rapporti, di quella civilissima collaborazione tra enti diversi, tra le istituzioni e i cittadini.

È un’idea che mi ha accompagnato in questi 30 anni e che mi ha fatto spesso riflettere sulla nostra condizione attuale di litigiosità, di assenza di comunicazione politica e sociale, di mancanza di un progetto unificante intorno a cui riconoscersi come comunità.

Dove è finito quel senso della appartenenza, cosa si è fatto per valorizzarlo e renderlo permanente?

Il compito primo di chi governa ai vari livelli ritengo debba essere quello di lavorare all’idea di comunità, senza la quale nessun apprezzabile risultato è possibile.

Educare allo stare insieme, a vivere la città come l’ambiente primario, operare in una dimensione collettiva e solidale.

Allora questo si realizzò e i risultati si videro.

Oggi sembra che tutto si sia perduto, persino la memoria di quel che accadde.

Da parte del Comune neanche un ricordo, neanche un cenno, non una dichiarazione, un manifesto commemorativo. Perché? Possibile che non si comprenda che chi cancella la memoria cancella anche la speranza?

Quello che accadde il 19 marzo 1987 è un patrimonio della città, non consegnato soltanto ai libri di storia, ma da far rivivere, ricordare, perché si sappia che Civitavecchia può e sa anche essere diversa.

FABRIZIO BARBARANELLI