LA CONVINZIONE CHE LEI ESISTA

di FRANCESCO CORRENTI

Sul numero 115 (aprile 1996) del periodico “L’architetto”, mensile del Consiglio Nazionale degli Architetti, apparve un articolo di Demetrio Costantino dal titolo Periti & imperiti, che suscitò in me un forte sentimento di condivisione. Iniziava così:

«Il primo impulso è quello di scrivere una letterina direttamente alla dea Giustizia: “… mi rivolgo a lei facendomi forte della convinzione, non da tutti condivisa, che lei esista; per confessare il crescente disagio che, come una brina cattiva, sta raffreddando le speranze di chi non ha mai dubitato della sua esistenza. Man mano che i casi di Tangentopoli approdano a sentenza, la realtà sembra confermare la storia di sempre. Era scontato che ci sarebbe stata qualche vittima di troppo mentre altri se la sarebbero cavata a costo zero o minimo; quando non c’è una denuncia nessuno si muove (il fumus non è uguale ovunque …); quando una denuncia c’è, la macchina si mette obbligatoriamente in moto; talvolta si allarga a dimensioni inusitate, diventa rullo compressore, valanga; tal’altra si arena al primo intoppo. Tutto risaputo...”.»

Dopo questo esordio, a quel tempo abbastanza inusuale in una pubblicazione del genere, l’articolo proseguiva, chiarendo le sue motivazioni: «Ma poi mi rendo conto che rischio di compitare l’ennesimo contributo al confuso coro nazionale sul tema Giustizia, a rischio di sentirmi chiedere: cosa hanno a che fare, questi problemi, con il notiziario di un organismo che regola la professione di architetto? Provo a rispondere. In verità, il problema che mi preme di sollevare riguarda certamente la Giustizia ma, in particolare, il ruolo che vi esercita il perito tecnico. E perciò è bene che ne parliamo prima tra noi colleghi, sia pure pubblicamente.»

Quell’articolo di oltre un decennio addietro, infatti, apriva – in una sede decisamente professionale – quello che si era palesato, negli anni precedenti, come un tema di enorme importanza e gravità. La mia attenzione e la conseguente condivisione, derivavano proprio dall’esperienza personale, dal coinvolgimento in quella materia, nei fatti cui ho già dedicato per gli amici di Spazio Libero Blog un precedente scritto, appunto in occasione di quell’anniversario che ho chiamato il «XX della IX» (L’edificio della “Nona”. Realtà storica d’una leggenda metropolitana).

Rinaldo Porro ha commentato quel mio scritto, affermando gentilmente che la mia «documentata ricostruzione ci restituisce la storicità degli spazi urbani e della memoria collettiva che rappresenta un esemplare rovesciamento di quelli che Marc Augé ha chiamato i “non luoghi” della postmodernità».

Ed io, a mia volta, ho aggiunto un auspicio ed una riflessione: «Sarei molto lieto se, come scrive Nicola, queste ricostruzioni potessero servire a ridare senso ai tanti supposti non luoghi della città, “aprendo gli occhi” ai cittadini. Oggi però sono molto avvilito dalla notizia, riferitami da un amico, sul fatto che in una sede autorevole si parli ancora di “radere al suolo” tutto ciò che resta nelle aree dello stabilimento Italcementi e dintorni. Il gravissimo problema evidenziato dallo svolgersi del “caso Nona” negli anni 90 fu l’appiattimento di molti sulle false “rivelazioni” che venivano diffuse e sulla mancanza di una capacità di ragionamento autonomo dell’opinione pubblica e, più ancora, di una coscienza critica dei cittadini, capaci di impegnarsi in una partecipazione serena e costruttiva alle scelte sulla città. Venti anni dopo, e non è un romanzo di Dumas, la situazione è la stessa. La stessa, a ben vedere, anche degli anni dell’altra “ricostruzione”, quella tragica del dopoguerra».

Come avrò modo di evidenziare in questo ed in altri ulteriori contributi al tema, in effetti, le esperienze e il riproporsi di situazioni non sembrano giovare molto a superare gli aspetti critici e negativi che si sono già dovuti lamentare in passato. L’articolo del mio collega architetto Demetrio Costantino partiva dal fatto che «da sempre il tecnico, quindi anche l’architetto, può assumere l’incarico di “ausiliario” della macchina giudiziaria; consulente tecnico del giudice o del pubblico ministero, perito in questa o quella materia, se non delle più improbabili, magari tutte insieme. Da sempre (o almeno da molti anni) gli Ordini si interrogano sui metodi di reclutamento dei periti, senza arrivare ad ottenerne o solo definirne di decenti; con l’aggravante, da parte di chi amministra la giustizia, della totale sottovalutazione del problema, burocraticamente assolto con la cura usualmente dedicata alla compilazione delle liste degli scrutatori per le elezioni.»

«Vi sono colleghi (spero la maggioranza) – proseguiva Costantino – che si iscrivono all’albo dei periti per civile disponibilità; altri lo fanno per rimediare quel sia pur minimo compenso previsto dalla legge. Ma, quel che è peggio, non tutti i volontari sono tecnicamente all’altezza del delicatissimo compito e nessun credibile filtro li verifica.»

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A questo punto, il collega del Consiglio Nazionale entrava nel vivo delle sue argomentazioni, affrontando il nocciolo del problema: «Finché un perito di scarsa perizia opera entro questioni civilistiche, le eventuali conseguenze negative restano circoscritte (si fa per dire) a detto ambito. Ma quando sul parere del perito si fonda l’intero impianto accusatorio di un processo penale, allora c’è veramente di che tremare; non solo da parte di quanti rischiano, come sospettati, indiziati o imputati, ben più del giusto; né solo da parte di chi, fidando nella giustizia ed essendosi battuto perché determinati personaggi venissero chiamati a rendere conto, li vede assolvere a causa dell’imperizia del perito; c’è grosso motivo di preoccupazione anche per chi svolge il tremendo compito di giudicare. Non poche vicende giudiziarie di questi anni ce ne forniscono precisa testimonianza.» Proseguendo nella sua esposizione, Costantino toccava l’aspetto più delicato, evidenziando il danno prodotto da tecnici non all’altezza «del ruolo di supporto tecnico dell’accusa o del giudice», il cui compito dovrebbe essere quello di  «fornir loro elementi di giudizio, non armi improprie per colpire, ferire o accoppare, sia pure moralmente e civilmente». Oltretutto, osservava l’articolo, «un perito inaffidabile, oltre che produrre o favorire disastri giudiziari, mette in discussione anche la credibilità della libera professione.»

Il pericolo maggiore, peraltro, è rappresentato da comportamenti ancor più gravi della già gravissima imperizia, ossia da un consapevole e colpevole travisamento dei fatti, dovuto sia a «fervore inquisitorio», sia ad un «appiattimento» sulle ipotesi accusatorie, ingiustificabile per la correttezza professionale. Ciò porta a dimenticare che il fine di una indagine e poi, eventualmente, di un processo è l’accertamento della verità, a favore appunto della Giustizia, ma anche dell’imputato non colpevole. E a volte la «verità processuale» non coincide esattamente con quella che vorrebbe la formula del giuramento. Demetrio Costantino concludeva proponendo modalità di selezione dei consulenti tecnici d’ufficio più idonee a garantirne la qualificazione professionale specialistica e, in particolare, suggeriva di ricorrere ad un collegio peritale, considerando che «anche un collegio può sbagliare ma, novantanove volte su cento, sbaglierà di meno.»

Come ho detto, all’epoca, trovai l’articolo perfettamente calzante alla situazione in cui ci eravamo venuti a trovare, io e molti altri insieme a me, del tutto involontariamente e senza averlo “meritato”. Il motivo di aver ripreso e abbondantemente richiamato oggi le argomentazioni e le raccomandazioni di Demetrio Costantino, deriva dalla curiosità di sapere quanto sia cambiato da allora e se, nelle numerose questioni ancora recentemente accadute, si sia potuta ammirare la scrupolosa obiettività dei professionisti cui è stato affidato il delicatissimo incarico di C.T.U. L’immagine del personaggio che si fa guidare la mano (e, quindi, la mente) da un dominus occulto esprimeva, venti anni fa, in modo evidente e calzante il concetto. Quale possa essere l’immagine più rispondente alla situazione attuale non mi è chiaro. Vorrei poter dire che oggi la Signora con la bilancia sia costantemente al lavoro (e non in piazza Regina Margherita, per parlare di Civitavecchia), che quella dea Giustizia evocata all’inizio esista davvero e che sia realmente “uguale per tutti”. Il fatto che a questa scritta, in un’aula del tribunale civitavecchiese, fosse venuta a mancare qualche lettera e che sia stata sostituita alla meglio, spero non sia un segno di trascuratezza ma, anzi, di buona volontà. Come voglio credere che le prescrizioni dell’art. 358 c.p.p. riguardanti l’onere attribuito al pubblico ministero di raccogliere elementi anche a favore dell’indagato siano tra i primi pensieri di chi debba avviare una indagine e che, a questo fine, anche il consulente d’ufficio abbia mano libera nel verificare scrupolosamente la verità dei fatti e fornire ai magistrati tutti i mezzi per comprenderla.

A proposito, quella vignetta che ritrovo nelle mie carte, abbinata da allora a quell’articolo dell’“L’architetto” e che ho già utilizzato per illustrare un mio precedente scritto per SpazioLiberoblog, non porta firme né indicazioni dell’autore, che ho cercato inutilmente di identificare. Qualche gentile lettore può aiutarmi a risolvere anche questo quesito, così da poter attribuire la giusta paternità al disegno?

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FRANCESCO CORRENTI