IL RIMEDIO – 8. Gli Automi; – 9. Roccarossa.

 

di FEDERICO DE FAZI ♦

8 – Gli Automi

Davanti a loro c’erano due figure che di umano non avevano altro che la sagoma.

Su di una lunga sopraveste nera si ergeva una maschera di ceramica bianca raffigurante un viso anonimo e inespressivo. Gli occhi di uno erano color zaffiro, mentre quelli dell’altro color smeraldo. Lungo la maschera erano tracciate alcune linee verticali simmetriche. Dalle maniche della sopraveste sbucavano delle mani metalliche di un colore tra il rosso e l’oro, i cui tendini scoperti, anch’essi metallici, brillavano alla luce delle candele. La testa dietro la maschera, non avendo una copertura, lasciava vedere strane parti rotanti e mobili simili a ingranaggi fatti dello stesso metallo delle mani, l’oricalco.

Gli esseri erano entrati senza fare alcun rumore a parte un ticchettio quasi impercettibile. Dopo la caduta di Bogatir erano rimasti immobili e fermi come statue.

“Amici miei” disse Marzio “vi presento Ba Quattro Ran Cinque e Ba Quattro Ran Tre. Automi senzienti, araldi della Quarta Matrice”.

Da uno dei due automi uscì una voce flautata e musicale, ma solo l’orecchio poteva dare a capire che fosse lui a parlare.

“Buonasera, alleati umani. Spero che quello che deduco essere il capitano Bogdan Bogatir non si sia fatto male cadendo. Spero inoltre che nessuno di voi dubiti delle nostre intenzioni pacifiche”.

“Buonasera, alleati automi” rispose Samaele. “Vorrei farvi un complimento, ma credo che definirvi capolavoro sia inappropriato”.

L’altro automa, rimanendo sempre immobile, rispose con una voce dal timbro leggermente diverso.

“Voi dovete essere il mago dei nodi di cui il nostro alleato Marzio ci ha tanto parlato. Effettivamente è vero, capolavoro è un termine inappropriato, in quanto presuppone che io o il mio omologo siamo frutti dell’ingegno umano. Ma noi non siamo più frutto dell’ingegno umano di quanto non lo siate voi, l’alleata Eponia o il giovane umano di cui non conosco l’identità. Ad ogni modo, siamo in grado di riconoscere il valore delle metafore e pertanto vi ringraziamo per il vostro complimento”.

“A proposito di identità” intervenne il primo automa, quello con gli occhi verdi. “Ritengo opportuno correggere quanto detto dall’alleato Marzio. Lui è Ran Tre, ma io sono Ran Due. Ma capiamo la difficoltà a distinguerci, quindi non angustiarti, alleato”.

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Disegno di Alessio Zane

Bogatir cercò di alzarsi, ma la mano scivolò su un pezzo della sedia per terra e cadde di nuovo. Ran Tre si avvicinò al capitano con gesti fluidi ma essenziali e si chinò, porgendogli la mano.

“Gra…grazie, faccio da solo” disse il capitano, appoggiandosi al tavolo e tirandosi su. L’altro automa intanto era tornato sorreggendo un’altra sedia. Ran Tre si spostò verso l’angolo della stanza, permettendo a Ran Due di poggiare la sedia nei pressi del tavolo.

“Prego, sedetevi. Non temere per il tuo mobile, alleata Eponia. Ha subito danni strutturali perfettamente recuperabili” disse, allontanandosi anche lui.

Bogatir, ancora scioccato, si sedette. Quando il capitano sembrò avere una posizione stabile, i due automi presero altre due sedie e si sedettero anche loro tra Eponia e Pavel, che istintivamente si avvicinò a Samaele. Ran Tre girò la testa verso il ragazzo.

“Alleato Samaele, ve ne prego, potete rassicurare il vostro giovane omologo che non abbiamo alcuna intenzione di nuocergli?”.
Samaele sorrise.

“Pavel, ho conosciuto molti automi e ti assicuro che non ne ho mai incontrato nessuno che avesse intenzioni ostili”.

“Pavel?” intervenne Ran Tre. “È questo il tuo nome? È un piacere fare la tua conoscenza”.

L’automa tese la mano con un movimento lento al ragazzo e rimase in quella posizione.

“Non essere maleducato!” sussurrò Samaele, dando una spintarella a Pavel.

“E se mi stritola la mano?” bisbigliò lui all’orecchio del mago.

“Non serve a niente parlare piano. Le loro capacità uditive comprendono frequenze superiori alle nostre”.

Pavel guardò di nuovo l’automa, che ritrasse la mano.

“Capisco la tua diffidenza, giovane alleato. Qualora tu mi avessi porto la mano, io non avrei impresso una stretta tanto forte da farti male”.

“Lascia stare, Tre” disse Marzio. “Il ragazzo è un tipo complicato”.

In quell’istante Pavel porse la mano all’automa, il quale con gesto rapido e preciso la raggiunse con la sua, incurvò leggermente le dita, compose un movimento verticale e ritornò alla posizione iniziale.

“È un piacere fare la tua conoscenza, giovane alleato. Mi auguro che la nostra relazione sia proficua”.

Ran Due, rimanendo immobile, disse: “Ditemi, alleato Samaele, quali altri automi avete conosciuto oltre a noi?”.

“Ho un’alleanza con gli automi della Sesta Matrice, sui Monti Centrali e ho conosciuto alcuni araldi della Seconda Matrice, presso la città adica di Hassurrenn”.

Ran Tre fece un appena percettibile gesto in avanti con la testa.

“Ditemi, le loro matrici sono ancora intatte?”.

Ba Sei era gravemente danneggiata, ma abbiamo provveduto a ripristinarla per una buona parte, quanto a Ba Due, gli araldi si erano svegliati da poco ed erano ancora impegnati a cercarla. Alcuni miei omologhi si sono offerti di aiutarli, ma non ho notizie recenti a riguardo”.

Eponia si rattristò e mise una mano sulla spalla di Ran Due.

“Sono più che sicura che l’hanno trovata”.

Due chinò la testa e disse con un timbro leggermente più cupo: “I nostri corrispettivi più a Sud sono fortunati ad avere alleati come voi Maghi dei nodi” .

“Ditemi” chiese allora Tre “avete riscontrato molte differenze tra loro e noi?”.

Samaele arricciò le labbra. “Be’, non sono proprio un esperto di automi, ma in linea di massima, direi di non aver visto nessuna differenza sostanziale. L’unica cosa che potrei dire è che gli araldi che ho conosciuto fin’ora mi sono parsi meno, come dire … loquaci?”.

Tre si portò la mano alla bocca di ceramica.

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“Se il mio troppo parlare vi disturba, alleato Samaele, vi chiedo scusa. Se lo desiderate possiamo far sì che i nostri contatti avvengano con omologhi meno interessati allo scambio verbale…”.

Samaele mise una mano avanti.

“No, no, hai frainteso! Non mi dispiace il fatto che tu sia loquace, anzi, in questo trovo una certa affinità con me. Ad ogni modo avrei piacere di conoscere gli altri vostri omologhi e, soprattutto, che per le nostre conversazioni si usi d’ora in poi un protocollo più informale”.

Tre tornò a poggiare la mano sul tavolo.

“Come desideri, alleato Samaele. Alleato Bogatir, posso usare anche con voi un protocollo informale?”.

Bogatir rimase interdetto.

“Vi ha chiesto se può darvi del tu, capitano” chiarì Samaele.

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“Eh? Che? Va… va bene…” balbettò il diretto interessato.

“La cosa mi rende molto felice” concluse l’automa.

Ran Due intervenne: “Ora che abbiamo chiarito i nostri rapporti, penso che sia il caso che descriviamo le circostanze della nostra alleanza”.

“E cioè?” chiese Pavel.

“Vuole che veniamo al sodo” disse Samaele.

Il mago dei nodi tirò fuori dalla scarsella un piccolo quadrato di carta di panno, con sopra disegnato con precisi tratti di grafite il volto di un ragazzo di circa vent’anni. I tratti del volto erano marcati e nervosi e la guance erano ombreggiate da una barba rada e irregolare. Lo zigomo destro era solcato da una profonda cicatrice. I capelli erano raccolti all’indietro, probabilmente in una coda di cavallo. Sul volto c’era un’espressione che si sarebbe potuta definire feroce, ma che a Samaele faceva pensare di più a quella di una persona che era stata terribilmente offesa.

La cosa che però colpiva di più di quel ritratto era l’assoluta precisione con cui era stato fatto. Sembrava come osservare quella persona attraverso un filtro che annullasse tutti i colori.

Poi tirò fuori un altro foglio, questa volta di pergamena. Era chiaramente uno di quei manifesti che si appendono ai crocicchi delle strade con il nome del criminale e la taglia per chi lo avesse preso.

Il volto raffigurato era chiaramente della stessa persona, ma il disegno, fatto con un inchiostro scadente, era decisamente grossolano, quasi caricaturale.

“La Gilda dei Mercanti di Sizara” c’era scritto con lo stesso inchiostro “offre cinquecentomila Ruggeri d’oro  a chiunque porti alla guarnigione di Sizara la testa del bandito detto Koschmar.  Altri duecento Ruggeri saranno offerti per ogni testa dei membri noti della sua banda”.

“Solo un automa poteva fare una riproduzione così accurata” commentò Samaele.

Ran Due disse: “Presumo che ora sia opportuno esporre quale sia la correlazione presente tra noi e l’individuo ostile designato Koschmar”.

Samaele si morse il labbro superiore.

“Spero non vi dispiaccia se chiedo che siate voi i primi ad esporre”.

“Non ci sono problemi nell’agire in tal senso” rispose Due. “Ran Tre racconterà per entrambi”.

“Cercherò di essere il più possibile esplicativo nel tempo limitato a nostra disposizione” cominciò Ran Tre. “La nostra matrice si stabilì nei pressi del fiume designato Reto nell’anno cinquecentotrentadue della Terza Éra, secondo il vostro sistema di calcolo del tempo. La speranza era quella di individuare popolazioni umane che fossero favorevoli a fare scambi con noi come lo erano stati gli Acalici senza la minaccia di ritorsioni da parte dei nostri creatori Adici. Ci stabilimmo nei monti designati del Guardiano ed entrammo in contatto con gli abitanti della regione. L’area però era poco popolata e la matrice ritenne utile ritirarsi nelle caverne in attesa che la vostra specie fosse presente in maggiore quantità e che la vostra cultura si evolvesse in modo da effettuare uno scambio proficuo. Rimanemmo in stasi a lungo, finché qualcuno che senza alcun dubbio conosceva l’ubicazione della nostra matrice non entrò nei nostri rifugi. La sua intrusione è stata ostile e finalizzata all’annichilimento. In breve tempo abbiamo perso tutte le unità Kaeth e Rahan”.

“I Kaeth sono gli automi predisposti alla difesa e i Rahan sono gli addetti alla manipolazione delle risorse” chiarì Samaele.

“Gli intrusi sono entrati con violenza, hanno depredato le nostre infrastrutture e i corpi dei nostri omologhi e infine hanno…”.

Ran Tre rimase immobile, come se si fosse spento. Samaele impallidì.

“Oh, per l’Uno!” disse il mago con voce strozzata. “Sono molto addolorato per quanto è accaduto”.

“Che cosa è accaduto?” chiese Bogatir.

“Hanno distrutto la loro matrice” disse Eponia.

“E sarebbe?” chiese ancora il capitano.

“Sarebbe” rispose Samaele “come se a un uomo venisse massacrata la famiglia, distrutta la casa, la patria e venisse costretto all’esilio senza alcuna possibilità di ricostruire quanto perduto”.

Bogatir si irrigidì. Il cucchiaio di legno che teneva in mano fu stretto tanto forte da rompersi. Dalla mano chiusa uscì un filo di sangue.

“Quando ci siamo svegliati l’evento era accaduto da tre giorni” continuò l’automa. “Eravano in stasi in avamposti, nella convinzione che, se fosse successo qualcosa, avremmo facilmente riacquistato conoscenza”.

“Dopo duecento anni i collegamenti tra la matrice e le unità Ran si deteriorano se non vengono rinnovati. È accaduto anche ai vostri corrispettivi della Seconda Matrice” disse Samaele.

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“A svegliarci era stata” continuò Tre “l’ultima unità Rahan sopravvissuta. Aveva raccolto alcuni frammenti di memoria della nostra matrice, tra cui informazioni riguardanti l’identità dei nostri assalitori”.

Koschmar” ringhiò Bogatir, togliendosi una scheggia di legno dal palmo della mano. “Immagino vogliate vendicarvi”.

“ Attualmente dov’è l’unità Rahan?” chiese Samaele.

“Il processo di trasferimento delle informazioni dalla Matrice ha richiesto la cancellazione della memoria individuale dell’unità” rispose Tre. “Una volta trasferita la memoria nei nostri cristalli di coscienza, l’unità Rahan non era più in grado di assolvere ad alcuna funzione”.

“È stata smantellata” chiarì Due.

“Significa che è morta?” chiese Pavel.

“Lo era nel momento in cui la matrice ha trasferito in lei la sua memoria” rispose Samaele. “Potremmo definirlo un gesto di profondo eroismo, in termini umani. Conoscete l’identità dell’unità Rahan?”.

“Ad oggi ci è ignota. La sovrascrittura della Matrice è stata totale” disse Due.

“E per caso ha conservato qualche informazione delle dinamiche dell’assalto?”.

“Hanno rotto le pareti calcaree che coprivano il rifugio con picconi e getti di una sostanza acida ricavata dalla fermentazione di vegetali, poi hanno disattivato le unità di guardia con ordigni a propagazione sonora. Quando siamo giunti nel luogo dell’accaduto l’abbiamo trovato quasi completamente spoglio, eccezion fatta per tre corpi di umani carbonizzati e frammenti di costrutti in oricalco per un volume complessivo dell’equivalente di otto misure di grano secondo i vostri sistemi di misurazione”.

Samaele si strofinò nervosamente la mano sul mento.

“Licio non è mai stato molto bravo in queste cose. Qualcuno deve averlo aiutato”.

“Sinarchi” affermò Marzio.

“Conoscenza efficace della tecnologia adico-alopaita, fame dei loro manufatti e nessuno scrupolo… non ci sono molte possibilità di errore” concluse il mago dei nodi.

“Sinarchi di Sentra!?” chiese Bogatir sbigottito. “Che ci fanno qui? Vogliono fare concorrenza al Duca e prendere Sizara prima di lui?”.

“Non vogliono fare concorrenza” disse Samaele. “Vogliono aiutarlo. E nel farlo hanno deciso di guadagnarci qualcosa. Probabilmente hanno stretto un patto con Licio: parte di quello che hanno trovato nel rifugio degli automi in cambio di istruzioni su come usare i manufatti rimasti in mano ai briganti. Ci sono costrutti in oricalco e cristalli in grado di fare cose terribili e straordinarie se li si sa usare correttamente. Immagina un brigante in grado di evocare centinaia di guerrieri di sale o mostri di cristallo alti quattro spanne e immagina quanto sarebbero disposte a pagare le vostre gilde perché il Duca mandi i suoi Monaci Cacciatori a fermarlo”.

“E basterebbe un manipolo di Monaci Cacciatori per fare fuori questo Licio di cui parlate?” chiese il capitano.

Samaele scosse la testa. Con le unghie stava grattando nervosamente il tavolo.

“Non sarebbe nemmeno necessario. Sono pochi i manufatti degli Automi che possono essere usati a cuor leggero: la maggior parte di essi sono tossici o richiedono sacrifici estremi per essere utilizzati da un essere umano. Probabilmente Licio costringerà i vostri anziani a chiedere aiuto ai Beteni ma, una volta che questi saranno intervenuti, l’uso di quei manufatti lo avrà già consumato”.

Bogatir sbuffò facendo una smorfia, poi allungò la mano per prendere la pergamena con la taglia.

“Toglietemi una curiosità, mago del Sud” disse, rivolto a Samaele. “È questo Koschmar l’uomo che chiamate Licio?”.

Il mago annuì silenziosamente.

“E come sapete che è questo il suo nome?”.

Samaele iniziò a raccontare.

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Disegno di Cecilia Polce

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9 – Roccarossa

Sua signoria il barone Vulfrico di Roccarossa, nei cui possedimenti rientrava il villaggio di Antilla, era un uomo con cui era difficile avere a che fare. Si trattava un individuo incredibilmente vizioso e volubile, che pretendeva cieca obbedienza e non accettava alcun compromesso. Ma i Maghi dei nodi erano così indispensabili al mantenimento della pace in quella terra povera, tormentata dai briganti e dai membri del Piccolo Popolo, che non poteva fare a meno del loro aiuto e dei loro modi.

Così, quando ogni tentativo di sradicare il brigantaggio con le armi era fallito, impoverendo incredibilmente le sue casse e aumentando il rischio di rivolte da parte della popolazione dei contadi, già vessata dalle gabelle, il Barone aveva deciso di fare quello che molti suoi pari già avevano fatto: conferire ai Maghi dei nodi la possibilità di agire in sua vece, in modo da risolvere il problema del brigantaggio. Fu un’attività difficile e complessa mediare tra i feroci Figli dei boschi che abitavano quella regione e l’altrettanto feroce feudatario, ma si riuscì comunque a garantire una certa stabilità in tutta la baronia.

Ma questa non è la storia di Vulfrico da Roccarossa, bensì di suo figlio Licio, affidato alle cure dei Maghi dei nodi.

“Se sono stati in grado di placare i briganti” si dice abbia detto il Barone tra un bicchiere di vino speziato e l’altro “calmeranno anche mio figlio!”.

Il baroncino non si poteva certo dire un ragazzo facile. Lo caratterizzava il temperamento volubile e dominante del padre, più una vivacità dirompente tipica di certi ragazzi di quell’età. Un carattere che il padre tollerava in se stesso, ma non nel figlio.

L’uomo trattava le trasgressioni del figlio allo stesso modo con cui trattava i problemi del suo feudo: prima, troppo preso dai divertimenti che danno gioia agli uomini del suo rango, le ignorò, lasciando che crescessero; quando furono troppo grandi e vistose per essere ignorate, le trattò con inaudita ferocia, con l’unico risultato di far sì che le trasgressioni avvenissero lontano dai suoi occhi. Infine, conscio che questa linea di condotta avrebbe portato all’annientamento, suo e del figlio, o forse consigliato da qualcuno che effettivamente dimostrava un minimo di consapevolezza, decise di delegare il problema a qualcun altro che, possibilmente, lo risolvesse senza chiedere nulla in cambio.

E i Maghi dei nodi erano perfetti.

Per Acantea Sposa! Avere a che fare con i briganti era decisamente meglio. Il ragazzo non sopportava di essere affidato a quei bifolchi che era costretto a chiamare maestri. In breve tempo portò i maestri della Torre di Roccarossa all’esasperazione con i suoi comportamenti irriverenti, indisciplinati e a tratti blasfemi, tanto che tutti i maestri dei nodi dell’Eparchia di Roccarossa si riunirono per decidere il da farsi.

Effettivamente l’idea di affidare il ragazzo a una torre i cui componenti erano prevalentemente figli di dignitari e mercanti non era un’idea eccellente. Il giovane Licio aveva bisogno di maestri carismatici, abituati a gestire situazioni particolarmente critiche, come i maghi di Avro, che con una certa abilità avevano coordinato e coordinavano tutt’ora le trattative con i briganti.

Ma come dice il fondatore dell’Ordine dei nodi Tasmir, noto a Surransia come Vesperio Luposilenzioso: “L’arte del Maestro dei nodi non è prevedibile come l’alchimia”.

Non fu previsto infatti come il ragazzo avrebbe reagito all’allontanamento da Roccarossa verso un borgo i cui abitanti si dedicavano prevalentemente alla coltivazione dell’olivo, del grano, dell’agnello vegetale, e alla caccia ai polpi del fango.

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La reazione fu di assoluto rifiuto.

Il ragazzo temeva la frusta del padre e questo lo dissuadeva dal chiedere di tornare a casa, ma allo stesso tempo non gli impediva di dar fuoco a un campo di grano per pura noia.

Poi un giorno per Avro passò un giovane ramingo di Antilla. Per raminghi si intendono i maghi dei nodi tra i diciassette e i vent’anni, che girano per Surranzia prestando aiuto dove richiesto.

Nessuno sa dire bene come fece quel ragazzo di diciotto anni a guadagnarsi la stima di Licio. Si trattava del figlio di un allevatore di lontre e di una guaritrice proveniente da un villaggio di pescatori, non di certo il genere di persona che un nobile surranso tratterebbe con rispetto. Tuttavia, quando il ramingo parlava, il ragazzo ascoltava senza protestare e quando lui chiedeva, l’altro eseguiva volentieri.

C’è chi diede il merito a circostanze fortunate, poiché Samaele, così si chiamava il ramingo, entrò in contatto con Licio in un momento in cui lui aveva bisogno di una persona che lo aiutasse a superare la paura di dormire nel bosco che non lo aveva mai abbandonato. C’è chi poi diede il merito al fascino che le insolite abilità oniromantiche di Samaele ebbero sul ragazzo. Più tardi qualcuno accusò il ramingo di aver manipolato con la sua magia la mente del rampollo del Barone, ma si trattò di accuse infondate.

Al Consiglio piacque la proposta di Samaele di accogliere il ragazzo nella sua famiglia, composta dai genitori e altri due ragazzi, di cui uno poco più grande di Licio. Samaele divenne quindi il secondo dei tre fratelli maggiori di Licio, con i quali andava a pescare, giocava con le lontre e, le sere d’estate, mangiava zuppe di legumi e cantava le canzoni davanti al fuoco o ascoltava le leggende che la madre di Samaele e Samaele stesso conoscevano.

Alla torre di Antilla il ragazzo fu bene accetto in quello che si chiama Collegio, che comprende i ragazzi della sua età, con i quali visse molte esperienze significative. Per un periodo Samaele affiancò i maestri per seguire il ragazzo. Ma ben presto il baroncino si accorse di sentirsi a suo agio nel seguire il Codice che disciplinava il comportamento dei Maghi dei nodi, apprendendo arti che non avrebbe appreso da nessun precettore di corte, e Samaele poté così preoccuparsi di altre questioni.

Del resto pochi avrebbero pensato che Vulfrico da Roccarossa, così ossessionato dalla falconeria, dal vino e dalle donne, avrebbe mai avuto un qualche interesse a fornire al proprio figlio una formazione. E fu sempre a causa dei suoi incessanti impegni che il Barone non si premurò di sapere in quale stato versasse il proprio figlio e in che modo i Maghi dei nodi si fossero occupati di lui.

Poi qualcuno gli ricordò che il figlio aveva compiuto sedici anni.

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Le opinioni comuni concordano col fatto che questa presa di coscienza avvenne quando Sua grazia Baldovino Fierofalco, Conte palatino, signore di Valtagliata, Gran maestro dei Cavalieri di Fios e cugino di secondo grado dell’Imperatore, venne a proporre al Barone un’assai vantaggiosa offerta di matrimonio. Sposandosi con l’ormai diciassettenne terzogenita del Conte, il giovane Licio avrebbe avuto la possibilità di entrare nella Corte Imperiale e magari sperare che i suoi figli sarebbero entrati nella linea di successione al Trono.

“Quindi avete affidato vostro figlio alle cure dei Maghi dei nodi” disse il Fierofalco, spolpando delle costole di cinghiale. “Non immagino precettore migliore e miglior modo per conoscere i propri feudi. Sapete, anch’io sono stato tra i Maghi dei nodi e dopo un po’ che si vive fianco a fianco con contadini e boscaioli che ti fanno da maestri, impari ad apprezzare il loro modo di vivere. Per esempio adesso, se non mangio una zuppa di roveja e farro almeno una volta a settimana mi sento a disagio”.

Si dice che allora il barone Vulfrico, che fino a quel momento era intento a bere l’ennesima coppa di vino, ebbe un sussulto e iniziò a tossire violentemente, tanto che il capitano delle guardie era pronto a passare a fil di spada l’assaggiatore di corte per non aver fatto bene il suo dovere.

“Che cosa!?” sbottò infine il nobile, ripresosi dal mancato soffocamento. “Volete dire che mio figlio, il figlio di Vulfrico Roccarossa, in questo momento sta mangiando roba che verserei solo nella mangiatoia del mio cavallo?”.

“Placatevi, amico, vi assicuro che vostro figlio è trattato con estremo rispetto e gli è garantita un’istruzione…”.

“Amico un corno! Adesso non mi direte che mio figlio ora spartisce il proprio pane con dei plebei?”.

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Il Valtagliata cercò di condurre il Roccarossa a più saggi consigli. Voleva parlare delle conoscenze profonde che il ragazzo avrebbe ottenuto sulle terre che aveva da amministrare, della disciplina, della tempra morale e della rispettosa fedeltà che derivavano dal Codice dei Dieci Nodi, dell’istruzione che avrebbe ricevuto, dato che la maggior parte dei Maghi dei nodi non erano estranei a profonde conoscenze alchemiche e tecniche, nonché delle lingue adiche, acaliche e talantiche. Per poi non parlare delle conoscenze amministrative, strategiche e tattiche che avrebbe potuto apprendere, divenendo un eccellente governante.

Ma il barone Vulfrico, il quale impugnava una penna solo per firmare col suo monogramma e che credeva che qualunque scenario tattico venisse risolto da una carica di cavalleria pesante, non diede il tempo o il modo al buon Conte di esprimere le sue argomentazioni.

Inizialmente i ragionamenti del Conte furono contestati con domande su come un cacciatore di polpi di fango o un raccoglitore di olive potesse anche solo sperare di avere il diritto di insegnare qualcosa al figlio di un feudatario. Poiché un Barone non aveva nulla da imparare dal volgo, ma è al più il feudatario a dover insegnare qualcosa al volgo, come il padrone insegna al somaro il rispetto con la sua frusta. E chi ritenesse il contrario, era perché in realtà apparteneva al volgo e con la frusta andava trattato.

Sentendosi chiamare in causa, il Conte, cui erano stati i suoi fratelli Maghi dei nodi a dargli il nome di Fierofalco, rispose con veemenza e, si dice, anche con una sorprendente cortesia, considerata l’offesa.

“Barone, siete in errore” disse, approfittando del fatto che Roccarossa stesse bevendo. “Credo che in questi anni siete stato troppo occupato in inutili gozzovigli per rendervi conto che è grazie ai Maghi dei nodi che il vostro feudo non è ancora stato vittima del vostro malgoverno”.

Probabilmente non fu certo una risposta diplomatica. A detta dei testimoni, mentre diceva queste cose, il Conte era divenuto paonazzo e aveva trattenuto in fondo alla gola espressioni assai meno lusinghiere.

Chi non si trattenne invece fu, come chiunque potrebbe a questo punto prevedere, il Barone, il quale scaricò sul suo pari una valanga di insulti, che in questa cronaca non saranno riportati per ovvi motivi di decoro. A questo punto, se il Conte avesse sfidato il Barone in un regolare duello, neanche Sua Maestà Imperiale e Sua Santità il Patriarca messi insieme avrebbero avuto diritto a intervenire per impedire a Fierofalco di ottenere soddisfazione e nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sulla vittoria del Barone.

Ma ciò non avvenne. Sua grazia il conte palatino Baldovino da Valtagliata, detto Fierofalco, Gran maestro dei Cavalieri di Fios e un’altra lunga sfilza di titoli che qui non verranno elencati, se ne andò con gran dignità, ovviamente precludendo alla schiatta dei baroni di Roccarossa ogni possibilità di vedersi imparentati con la Famiglia Imperiale, di entrare nella Corte o anche solo sperare che Sua Maestà Imperiale Ruggero il Canuto, che l’Uno lo preservi, potesse mai più rivolgersi ad essa con parole di elogio.

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Disegno di Cecilia Polce

Come contraccolpo di questa diatriba, ai Maghi dei nodi furono negati ogni concessione e ogni mandato che il Barone aveva loro conferito e, per garantire la buona riscossione delle gabelle e il controllo dell’ordine, il Barone ingaggiò una compagnia di ventura di mercenari mittransi, cosa che ebbe come risultato un innalzamento delle gabelle stesse.

Fortunatamente per gli sventurati abitanti della baronia, Sua Maestà Imperiale stessa intervenne, mandando un suo vicario a mitigare il livore del Barone con la minaccia di privarlo di numerosi privilegi in suo possesso. Promotore di questa mediazione fu senza dubbio Sua grazia il Conte, che di sicuro aveva fatto tesoro degli insegnamenti di giustizia e rispetto avuti in gioventù.

Sia come sia, del giovane Licio non si seppe più nulla per tre anni. A lungo i Maghi dei nodi inviarono istanze al conte Baldovino, a Sua Eminenza l’Eparca e al Patriarca stesso, per avere almeno la possibilità di avere notizie del loro confratello scomparso, ma nessuno di questi uomini aveva il potere di influenzare le decisioni di un nobile sul destino di suo figlio, visto e considerato che era già stato fatto anche troppo per evitare che l’ira del Barone si abbattesse sul suo popolo e, in particolare, sul villaggio di Antilla e sulla famiglia che aveva così indegnamente ospitato suo figlio.

Infine comunque ci fu una notizia: si scoprì che il Barone e la sua corte erano stati barbaramente uccisi da alcuni membri della stessa compagnia che aveva assoldato per proteggerlo, il tesoro trafugato e il castello dato alle fiamme.

A detta di un paggetto, che si era nascosto sotto un telo per evitare il massacro e poi si era gettato nel fossato asciutto, rompendosi ambedue le gambe, ma rimanendo vivo, a guidare la masnada non era altri che il figlio stesso di Vulfrico.

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All’epoca Samaele era sui Monti Centrali, un passaggio obbligatorio per divenire maestro dei nodi, e il Gran consiglio dei Maestri decise che non avrebbe giovato informarlo dell’accaduto. Sulle tracce del parricida venne quindi mandato Irenandro Lontrallegra, fratello minore di Samaele, che era stato in passato grande amico di Licio. L’allora ramingo seguì le tracce della banda di disertori oltre il fiume Varno, a Nord di Vibona, ma lì ne perse le tracce. La colpa di ciò è senza dubbio da imputare ai membri della compagnia di ventura che erano rimasti fedeli al Barone, i quali erano  desiderosi di riavere indietro la ricca paga più magari qualche extra.

Al fine di sostentarsi durante l’inseguimento, la compagnia si trasformò in una banda di briganti bene armata, costringendo i notabili locali ad intervenire con le armi. Il putiferio fu tale che Licio e i suoi uomini poterono nascondersi con maggiore facilità e il povero Irenandro non ebbe altra possibilità che tornare, assai poco allegro, a casa.

In seguito anche Samaele tentò di mettersi sulle tracce dell’amico perduto, ma senza risultato.

Si dice che Licio e la sua banda avessero continuato a bazzicare la regione di Sentra, agendo come mercenari e tagliagole per i circoli di maghi locali e che poi avessero passato qualche valico dei Monti Leveranici, fino a giungere al confine beteno. Ad oggi però queste erano considerate solo voci di corridoio.

FEDERICO DE FAZI

NdA – Il disegno a sinistra del titolo è di Alessio Zane. Quello di destra di Cecilia Polce.