SPORT E SCIENZE SOCIALI. IL GRANDE GIOCO DEL MONDO GLOBALE – PARTE 2.

di NICOLA PORRO ♦

Parte 2. QUEGLI ITALIANI CHE SUSSURRAVANO AI CAVALLI

Palazzinari e Belle Époque

Le prime Olimpiadi della modernità si svolsero con modalità ben diverse dalla solennità e dal rigoroso protocollo che prenderanno forma nei decenni successivi. I Giochi di Atene del 1896 si erano tradotti in un evento simbolico, povero di spettacolarità e di contenuti tecnici.  Non in grado di dissipare lo scetticismo di quanti giudicavano il progetto di Coubertin il parto velleitario di menti innamorate di una visione idealizzata dell’antichità. Anche l’assegnazione a Parigi della manifestazione del 1900 era stata accolta da scarso entusiasmo. L’idea di associare l’evento sportivo all’Esposizione universale, quella che ispirò la costruzione della Tour Eiffel, incontrò non poche resistenze. Il responsabile dell’Expo, Alfred Picard, e lo stesso Presidente francese Félix Faure non mostrarono alcun interesse per la proposta e nutrivano ben poca simpatia per lo sport in genere. Remarono contro anche gli amministratori locali, preoccupati di dover saldare gli eventuali debiti contratti dall’incontrollabile Coubertin. Alla fine si trovò un compromesso: il programma sportivo venne ridimensionato e trasformato in uno dei tanti eventi di contorno dell’Expo. Le prove si sarebbero disputate solo nei giorni festivi e sarebbero state spalmate nell’arco di sei mesi, da aprile a ottobre. Si prescrisse inoltre che si svolgessero tutte nel XII arrondissement, periferia orientale di Parigi, dove sull’onda dell’Expo erano previsti per gli anni a venire una massiccia espansione urbanistica e relativi investimenti immobiliari. Alla faccia degli ideali olimpici, i Giochi vennero così declassati a manifestazione promozionale a beneficio di un cartello di costruttori. Non furono consegnate medaglie né eseguiti inni nazionali. Per di più, con grande disappunto del Barone, la parziale commercializzazione dell’evento rese di fatto improponibile l’originario interdetto contro il professionismo.

Incoraggiante fu però la risposta delle organizzazioni sportive. Si iscrissero un migliaio di atleti appartenenti a ventotto diverse nazionalità. Fra questi un gruppo di donne, la cui partecipazione, osteggiata come sappiamo da Coubertin, fu facilitata proprio dal profilo ibrido e quasi informale che il grande evento era venuto assumendo. La britannica Charlotte Cooper, soprannominata “Chattie”, vinse nel tennis la prima medaglia d’oro femminile affermandosi nel torneo individuale e poi nel doppio misto con il connazionale Reginald Doherty. Uno schermidore professionista come Albert Ayat si affermò nelle prove di spada tanto fra gli amatori quanto fra i maestri, intascando un non trascurabile premio in denaro di 3000 franchi. Il programma, molto eclettico, non mancò di fantasia. Si disputarono prove di nuoto a ostacoli, di cricket e di tiro ai piccioni (vivi!). Gli eventi destinati a richiamare più pubblico furono però le competizioni di salto equestre in alto e in lungo, specialità dove tradizionalmente eccellevano i cavalieri francesi.

In questa particolare cornice va collocata la prima singolare e affascinante avventura dei campioni olimpici italiani. Come gli altri atleti, in ossequio alle regole fondative, competevano a titolo individuale. La cosa non impedì però, ancora una volta a dispetto di Coubertin, che venisse puntualmente compilato un medagliere ufficioso per nazioni. L’Italia si sarebbe alla fine dei Giochi virtualmente classificata all’ottavo posto della graduatoria con tre ori e due argenti. Più o meno il ranking conquistato a Rio 2016 dai nostri campioni, che ancora occupano un prestigioso quinto posto nella classifica olimpica di tutti i tempi.

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Nobili veneti e butteri toscani

Il 2 giugno 1900, una data che molti decenni dopo si assocerà alla nascita della Repubblica, il primo titolo olimpico italiano sarà conquistato nell’equitazione dal conte Giovanni Giorgio Trissino dal Vello d’oro (1877-1963). Era un aristocratico vicentino, omonimo di un ricco e coltissimo antenato che, fra XV e XVI secolo, era stato maestro e mentore del Palladio. Al grande architetto si doveva la sontuosa villa in cui sarebbe cresciuto il futuro olimpionico.

La storia che ci è stata tramandata, quella di un campione per caso o addirittura per interposta persona, merita di essere raccontata per rendere giustizia a questo dimenticato protagonista dell’olimpismo italiano. Il giovane cavaliere, personalità sofisticata e grande appassionato di musica, aveva assecondato le tradizioni di famiglia intraprendendo la carriera militare come sottotenente in quella fucina di eccellenza equestre rappresentata dal reggimento Genova cavalleria, di stanza a Moncalieri. Il giovanissimo Trissino si era del resto già distinto in quelle competizioni equestri di salto che non si erano ancora evolute nella forma più recente dei concorsi di equitazione. Malgrado il talento dimostrato, non sarebbe però mai riuscito ad affermarsi come il migliore cavallerizzo del suo reggimento. Per la banale ragione che il suo diretto superiore era un certo capitano Federico Caprilli (1868-1907): un livornese verace, di famiglia borghese, donnaiolo impenitente e insofferente dei vincoli imposti dalla disciplina militare. Ma anche il più grande campione e il più geniale innovatore dell’equitazione del primo Novecento.  Il suo curriculum era di tutto rispetto. Viene descritto dai valutatori dell’Accademia di Modena come dotato di “spiccata attitudine al comando, portamento fiero, destrezza nell’uso delle armi, saldo sentimento patriottico e diligenza negli studi”. Una sola nota di demerito: scarsa propensione alla pratica dell’equitazione. Non si trattava di un abbaglio. Caprilli infatti aveva semplicemente inventato un’altra equitazione rispetto al modello classico vigente nelle accademie e nei circoli equestri. Sin da ragazzo, le vacanze trascorse in Maremma a contatto dei butteri gli avevano fatto apprezzare un modo di cavalcare alternativo a quello tradizionale. Per i rampolli della vecchia aristocrazia, infatti, importante era esibirsi scenicamente con la schiena dritta, rispettando una postura impeccabile che imponeva però di governare il cavallo a distanza. In questo modo, quando il cavaliere non si trovava in perfetto equilibrio tendeva ad “appendersi” alla bocca del cavallo, infliggendogli un’inutile sofferenza. L’animale si imbizzarriva così più facilmente e si comportava meno docilmente di quando veniva cavalcato dai butteri, che ne assecondavano il movimento spontaneo concedendogli massima libertà “di incollatura e di reni” sin quasi a sdraiarsi sul dorso del cavallo. Caprilli, avvantaggiato da una struttura fisica non longilinea, imparò a sfruttare al meglio quella tecnica plebea. In un certo senso, la sua fu un’intuizione sociologica prima che tecnica. Aveva capito come la postura rigida rispondesse solo a una logica simbolica, di conferma gestuale dello status sociale: la tradizione cavalleresca prevedeva che il cavaliere osservasse il mondo dall’alto e non inarcasse mai la schiena. La stessa ragione, per inciso, che aveva a lungo impedito agli aristocratici europei di preferire l’agile e funzionale bicicletta allo scomodo e pericoloso velocipede, la cui sola virtù consisteva appunto nel simulare desuete gerarchie sociali, come nel caso della riesumazione della caccia alla volpe da parte dei nuovi ricchi americani osservata da Veblen.

Il principio per cui era il cavaliere a doversi adattare al cavallo, e non viceversa, divenne il caposaldo di quel metodo rivoluzionario che Caprilli descriverà nel suo Trattato di equitazione naturale e che avrebbe rappresentato per un trentennio la Bibbia dei cavalieri di tutto il mondo. La conferma della bontà tecnica del metodo venne dallo sport. Prima di Parigi 1900, l’ufficiale livornese aveva partecipato a 38 concorsi internazionali, vincendone 29. Nel confronto diretto aveva quasi sempre battuto Dominique Gardères, star dell’equitazione classica e idolo nazionale degli appassionati francesi. Questi, spodestato dall’astro nascente italiano, attendeva i Giochi di Parigi come un’occasione di rivincita davanti al pubblico amico. Il quale sarebbe accorso in massa ad assistere alla tenzone in programma alla Place de Bréteuil, un ampio spazio concavo che permetteva a migliaia di appassionati di seguire, seppure a notevole distanza, le spettacolari evoluzioni di cavalieri e cavalli.

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La sfida che non ci fu e il primo oro italiano

Purtroppo la sfida olimpica fra i due campioni, vero piatto forte dei Giochi del 1900, non si sarebbe mai tenuta. A Caprilli, che in vista del confronto aveva sottoposto il suo cavallo Oreste a un addestramento maniacale, fu negato all’ultimo momento il permesso di espatrio. In quanto comandante di uno squadrone di cavalleria – un reparto che poteva essere impiegato in funzioni di ordine pubblico, come era già avvenuto due anni prima con la tragica repressione della rivolta di Milano a opera del generale Bava Beccaris – non poteva lasciare il Paese. Quella che si stava consumando era la cosiddetta crisi di fine secolo: nel 1897 Sydney Sonnino aveva invocato il ritorno allo Statuto albertino e denunciata come foriera di sovversione la costituzione dei primi partiti di massa. I primi mesi del nuovo secolo avevano conosciuto un traumatico scioglimento del Parlamento. Nel Paese covava una tensione sociale che sarebbe spesso sfociata in disordini e scontri di piazza. Poche settimane dopo la prova olimpica di cui ci occupiamo, re Umberto I sarebbe stato assassinato a Monza dall’anarchico Gaetano Bresci e il Paese sarebbe precipitato in una sorta di prolungato stato d’assedio.

Caprilli vide così svanire il suo sogno. Rinunciò formalmente alla trasferta tanto attesa ma non si rassegnò a lasciare campo libero al rivale Gardères. Quando si sarebbe ripresentata ai cavalieri italiani l’occasione di infliggere una lezione ai tradizionali avversari francesi davanti al loro pubblico? In qualche modo Caprilli e il Genova cavalleria dovevano esserci a Place de Bréteuil. Il suo cavallo sarebbe stato montato dal più promettente dei suoi allievi: il giovanissimo conte Trissino. Questi, che non avendo il comando di uno squadrone poteva essere autorizzato all’espatrio, si era già iscritto alle prove di salto in sella a Mélopo, l’altra star a quattro zampe del maneggio del reggimento. Pensava di maturare esperienza internazionale e sperava di festeggiare sul campo il trionfo annunciato di capitan Caprilli. Il quale, per avere ragione delle comprensibili esitazioni del tenentino improvvisamente chiamato a sfidare (e proprio a Parigi) l’eterno rivale del maestro, fece ricorso a ogni tipo di argomenti, dal patriottismo allo spirito di corpo sino a qualche maliziosa allusione ai piaceri proibiti che la Parigi della Belle Époque avrebbe riservato ai campioni olimpici. Promise di incaricarsi di perfezionare di persona la preparazione del cavallo. Al ventiduenne sottotenente Trissino non rimase che obbedire.

Sul campo l’esordio fu più che promettente. Il 31 maggio, nella prova di salto in lungo, conquistò a sorpresa il secondo posto: Oreste volò a 5.70 metri. Ma il vero appuntamento, il più spettacolare e prestigioso, era quello in programma il 2 giugno, quando si sarebbe disputata la gara di salto in alto, la preferita di Gardères.Il regolamento consentiva di gareggiare con due diversi cavalli. In sella al suo Mélopo Trissino ottenne un onorevole quarto posto, saltando 1.70. In un’atmosfera sospesa, davanti a un pubblico che gremiva ogni ordine di posti, la sfida si protrasse a lungo. Gardères alzava la posta a ogni tentativo, ma Trissino e Oreste riuscirono a rispondere colpo su colpo. Gardères procedeva implacabile: nessun errore e diritto di scelta per la misura del salto finale. Il cavaliere francese pensò fosse giunto il momento di stroncare le velleità del semisconosciuto ufficialetto italiano che aveva osato montare il cavallo di Caprilli. Chiese di alzare l’asta a 1.85, ma peccò di presunzione e riuscì a superare l’ostacolo solo al terzo tentativo. Anche Trissino mancò i primi due salti e affrontò l’ultimo a sua disposizione quando Gardères aveva già ottenuto il risultato. Situazione psicologicamente difficile che il cavaliere italiano seppe superare con freddezza: anche Oreste volò a 1.85 fra la costernazione della tifoseria francese. La gara finì lì, con un ex aequo che mortificava Gardères ed esaltava il coraggio del suo meno titolato avversario.

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Una storia tinta di giallo (e di rosso)

Quella vinta da Trissino fu la prima medaglia di una storia luminosa: con quelle di Rio 2016 l’Italia ha vinto 692 medaglie olimpiche, 244 delle quali d’oro, 212 d’argento e 236 di bronzo. Attorno all’exploit del campione per caso fiorì una ricca aneddotica. Qualche giornalista francese si spinse a insinuare il sospetto di un funambolico scambio di persona: Caprilli sarebbe giunto in incognito a Parigi e, ingannando giudici e pubblico grazie alla distanza dal campo di gara, avrebbe condotto Oreste allo spareggio con il cavaliere francese. A riprova, si raccolsero piccanti quanto fantasiose testimonianze circa le immancabili conquiste galanti che, come da letteratura, avrebbero scandito il pur breve soggiorno parigino del campione livornese. Oggi le liquideremmo come fake news, ma non si può escludere che Caprilli abbia effettivamente raggiunto Parigi clandestinamente e abbia dispensato consigli e incoraggiamento al suo allievo. Certamente però non avrebbe rischiato l’onore e la carriera gareggiando sotto mentite spoglie. Tantomeno il conte Trissino, un militare tutto d’un pezzo educato al culto della regole e incline al modello britannico del fair play, si sarebbe mai prestato a un simile imbroglio. La verità va forse rovesciata: in diverse circostanze il campione del Genova cavalleria avrebbe battuto l’asso francese senza lasciargli nemmeno la soddisfazione dell’ex aequo. Perché era l’erede designato di Caprilli e l’interprete migliore di quella rivoluzione tecnica che sarà associata al Genova cavalleria e alla scuola equestre di Moncalieri. Nemmeno sapremo mai se davvero, nel momento del salto decisivo, il tenente vicentino abbia sussurrato la magica parola “Genova” all’orecchio di Oreste. Né se gli abbia annodato alla criniera il portafortuna, dono di un’immancabile ammiratrice, che Caprilli aveva consegnato al suo allievo perché ne facesse uso al momento giusto: un ciondolo smaltato di rosso sul quale campeggiava un cavallino d’avorio ritto sulle zampe posteriori.

A far giustizia delle dicerie provvide lo spiritaccio livornese di Caprilli. Fece capire che con lui in campo Gardères non avrebbe avuto scampo e a riprova scommise che avrebbe fatto superare al povero Mélopo la soglia mai raggiunta al mondo dei due metri. Ci riuscì in occasione del Concorso internazionale organizzato a Torino nel 1902 facendo volare il suo cavallo alla misura mai raggiunta da nessun cavaliere di 2 metri e 8 centimetri. L’impresa fece una vittima: il malcapitato tenente Ubertalli che aveva incautamente scommesso cinquecento lire sull’impossibilità di superare il muro dei due metri. Pochi anni dopo, nel 1906, tornò a esibirsi in Europa il grande circo americano di Buffalo Bill. Ci fu chi propose un confronto fra il campione statunitense e il cavaliere italiano, che però sdegnò la sfida. Fece capire che a ridicolizzare cowboys d’Oltreoceano non serviva il Genova cavalleria: sarebbero bastati i butteri maremmani, inconsapevoli ispiratori della rivoluzione tecnica dell’equitazione moderna. E andò proprio così.

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Un cavallino che fece tanta strada

Tanta strada avrebbe fatto invece l’icona del cavallino rampante. Nel corso della Grande guerra l’asso dei combattimenti aerei, Francesco Baracca, la farà imprimere sulla fusoliera del suo Caproni. Un omaggio alla memoria di Caprilli, vittima nel 1907, a soli 39 anni, di una sospetta caduta da cavallo. Evento dalla dinamica tanto inverosimile da scatenare ancora una volta fantasie di ogni genere, sino a ipotizzare un omicidio camuffato da incidente a opera di un marito geloso. Il cavallino rampante sopravvivrà invece anche a Baracca, l’eroe romagnolo vincitore di 34 duelli aerei, caduto nel 1918 nel cielo di Nervesa della battaglia. Continuerà a volare nell’immaginario sportivo nazionale come l’icona vincente di una nuova passione nazionale: quella della motoristica di eccellenza che avrà per emblema principe il marchio della Ferrari.

In effetti Parigi 1900 segna un incipiente passaggio d’epoca. Si affaccia la commercializzazione degli eventi sportivi, si delinea una stagione di tecnicizzazione delle specialità, si intravede una progressiva trasformazione dello stesso profilo sociale degli atleti. L’ideale olimpico delle origini è insomma costretto a una brusca immersione nel principio di realtà. Il movimento conferma tuttavia una vitalità insospettata e la capacità di affermare, fra mille contraddizioni, un modello di pratica e di cultura della competizione che non rinnega l’imprinting pedagogico e l’afflato ideale che lo avevano ispirato.

A Parigi gli altri titoli olimpici italiani furono vinti da Antonio Conte nella sciabola per maestri e da Ernesto Mario Brusoni nella gara di ciclismo su pista a punti. La prima partecipazione italiana ai Giochi riveste anch’essa tratti anticipatori. Le medaglie vennero tutte da specialità che nella storia olimpica avrebbero contribuito in maniera fondamentale al medagliere nazionale. Va anche ricordato come nessuno dei personaggi descritti fosse un autentico dilettante. A eccezione del tenente Trissino, ma esattamente come i loro colleghi stranieri – compresa la seducente signora Cooper -, erano tutti atleti che si guadagnavano la vita con lo sport. Già a Parigi, insomma, l’ideologia decoubertiniana aveva subito un chiaro ridimensionamento. Il Barone non venne però meno ai propri princìpi e sembra abbia commentato con filosofico sollievo la fine della controversa manifestazione parigina. Dichiarò anzi che, se il movimento olimpico era sopravvissuto a quella prova, c’era motivo di ottimismo per il futuro. Non poteva immaginare cosa l’aspettava quattro anni dopo, dall’altra parte dell’Atlantico.

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NICOLA PORRO