Che meraviglia perdersi nell’infinito

 

di TERESA CALBI ♦

Caro Giacomo

Così inizia un bellissimo libro di Alessandro D’Avenia “L’arte di essere fragili”.

La sensazione che si percepisce, sin dalle prime pagine, è quella di assistere ad un “intimo dialogo” tra l’autore (giovane professore di un Liceo milanese) ed il suo mito letterario, attraverso una innovativa rappresentazione dell’opera e dello spirito del grande poeta che mai nessuno, fino ad ora, ha avuto l’ardire di esprimere, ma che si palesa in tutto il suo vigore quando il coraggioso professore ci dice nella prefazione del libro:” Così è accaduto a me con chi mi ha svelato il segreto della felicità, l’ultimo a cui avrei pensato, da ragazzo, di concedere la chiave della mia stanza: Giacomo Leopardi”.

Qualche settimana fa, per caso, leggendo una rivista sono rimasta colpita da una breve recensione riguardante il libro di Alessandro D’Avenia il cui titolo mi è apparso subito degno di nota:”L’arte di essere fragili come Leopardi può salvarti la vita”.

Per una coincidenza casuale o significativa (Jung tale la definirebbe) il libro in oggetto mi è stato regalato da una persona che si è lasciata andare ad un breve commento “questo libro ti piacerà…finalmente qualcuno ha capito che Giacomo Leopardi non era pessimista”

E’ iniziato così il mio piccolo viaggio alla scoperta di una meravigliosa, unica ed originale rappresentazione dell’opera o, meglio, dello spirito leopardiano. Di certo il libro non aggiunge nulla al corale riconoscimento, da parte della critica, anche la più colta e raffinata, della bellezza ed intensità di versi immortali impressi nella memoria collettiva come un patrimonio unico e di inestimabile valore. La novità assoluta del pensiero dell’autore sta tutta nella potente rappresentazione della ineguagliabile bellezza dei versi leopardiani, non più espressione di un animo triste ed infelice, del “pessimismo cosmico” di un uomo segnato nel corpo e cagionevole di salute; con abile maestria e con un magnifico stile letterario, l’autore è riuscito a definire Leopardi come “predatore di felicità” ed ancora “un cacciatore di bellezza, intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa coglierne gli indizi, e cercò di darle spazio con le sue parole, per rendere feconda e felice una vita costellata di imperfezioni”.

Superando ogni stereotipo che ha sempre accompagnato la figura di Leopardi (sfigato, gobbo, pessimista) l’autore ci ha condotto nel “mondo dei fragili” dal quale si può uscire vincitori trasformando le proprie debolezze, i propri difetti e le proprie sfortune in un’occasione unica ed irripetibile per lasciare che l’immaginazione possa provare l’incanto della bellezza e la percezione dell’infinito. Il grande poeta ha trasformato la propria fragilità in meravigliosi componimenti, la sua opera ci può insegnare che proprio dalla fragilità, dall’insicurezza l’animo può finalmente aprirsi verso nuove emozioni, superando gli angusti confini della mera apparenza:”Viviamo in un’epoca in cui si è titolati a vivere solo se perfetti. Ogni insufficienza, ogni debolezza, ogni fragilità sembra bandita. Ma c’è un altro modo per mettersi in salvo, ed è costruire, come te, Giacomo, un’altra terra, fecondissima, la terra di coloro che sanno essere fragili”.

Devo dire, con tutta franchezza, che invidio gli studenti del Liceo che hanno avuto l’opportunità di avere, più che un insegnante alle prese con la burocrazia della scuola, un vero e proprio “maestro di vita” il quale, come racconta nel libro, ha cercato di trasmettere ai suoi ragazzi il meraviglioso testamento spirituale del grande poeta, da “sfigato” ad “ancora di salvataggio” nei momenti di tristezza ed abbandono, fornendo la testimonianza di alcuni giovani, affetti dal “male di vivere” che, leggendo il libro, hanno confinato il proprio dolore immergendosi nell’infinita bellezza dei versi del Leopardi. Ogni parola e passaggio del libro è un suggerimento per apprezzare la produzione poetica e letteraria di Leopardi, la cui profonda ispirazione, protesa a sublimare il dolore attraverso l’immaginazione, è un imponente inno alla vita:”O la immaginazione tornerà in vigore, e le illusioni riprenderanno corpo e sostanza in una vita energica e mobile e la vita tornerà ad esser cosa viva e non morta, e la grandezza e la bellezza delle cose torneranno a parere una sostanza e la religione riacquisterà il suo credito; o questo mondo diverrà un serraglio di disperati, e forse anche un deserto”.

Chi non si è mai immedesimato, talvolta, nel “passero solitario”; chi leggendo il “sabato del villaggio” non ha convenuto col poeta che, spesso, le aspettative rimangono deluse; chi nei versi di “a Silvia” non ha pensato ai propri patimenti amorosi; chi leggendo “l’infinito” non ha percepito quel senso di pace e serenità che il famoso “idillio” riesce ad infondere.

Non ho certo la pretesa di commentare il libro di D’Avenia nè tanto meno l’opera di Leopardi; voglio solo condividere la profonda emozione che ho provato leggendo il libro perché ho compreso che, attraverso la lettura di versi di incomparabile bellezza, patrimonio letterario dell’umanità, si può fare un viaggio verso la felicità con una luce diversa negli occhi, la stessa che il professore ha letto nei suoi allievi quando ha spiegato loro il vero spirito del poeta recanatese.

C’è una frase, nel libro, con la quale l’autore, metaforicamente, ci regala la chiave per aprire lo scrigno segreto che il grande poeta ha voluto lasciare all’umanità:”Solo tu, Giacomo, sei riuscito nel miracolo di confinare l’infinito in quattordici versi endecasillabi più uno”.

TERESA CALBI