Metti una domenica al concerto : Le sacre du printemps.

 

di LUCIANO DAMIANI ♦

Il bar della “Cavea” è affollato di donne e uomini di ogni età, sono le 10 e 40, sui tavolini: caffè, cappuccini, tazze di tè, pasticcini e cornetti, qualcuno si fa scaldare una pizza bianca farcita con prosciutto, per me un cappuccino ed un cornetto semplice, grazie. Di li a poco si alzeranno quasi tutti e prenderanno la via verso la sala “Santa Cecilia”, la più grande del complesso conosciuto con il nome di “Auditorium Parco della Musica”. In programma, per le “Domeniche in musica”, oggi danno “Le sacre du printemps” di Igor Stravinskij.
Una traduzione dissociata dalla rappresentazione della sinfonia ha prodotto il titolo “La Sagra della Primavera”. In realtà di “sagra” di festa paesana, in questa opera sinfonica, non vi è nulla poichè l’autore ha voluto raccontare un rito pagano. Siamo agli inizi del 900 nelle campagne Bielorusse e baltiche,  una serie di quadri musicali, senza quasi soluzione di continuità, rappresenta le varie fasi del “rito” che culminerà con il sacrificio della fanciulla predestinata. Nulla a che fare quindi con la stagione della “primavera”, con l’esaltazione del risveglio della natura, come ci si attenderebbe dal titolo. Probabile si trattasse di riti primaverili per una stagione generosa. Consideriamo che in quei luoghi l’inverno significa grande freddo e ghiaccio. L’arrivo della primavera non è qualcosa di dolce, ma assomiglia più ad una dimostrazione di potenza, la primavera spacca i ghiacci e rivendica la vita con tutta la sua forza. Non è certo la primavera di Vivaldi.
La gente lascia il bar della cavea e s’avvia verso la sala, senza fretta, con andamento slow, la scalinata d’ingresso è ampia ed anche l’ingresso della sala, per cui, a dispetto del numero, non c’è calca, ognuno trova il suo posto in sala, abbiamo dei buoni posti di platea, abbastanza vicino all’orchestra da distinguere bene volti ed espressioni. ll programma prevede la presentazione dell’opera, la sua storia e le caratteristiche musicali. Il maestro al quale è affidato questo compito, principia con: “State per ascoltare una delle più belle cose che la musica abbia mai prodotto, fortunati coloro che non l’hanno mai sentita”.
Fra di me annuisco, questa sinfonia la conosco, l’ho sentita più volte con il mio giradischi e penso come sarebbe stato meglio se io  l’avessi mai sentita godendo quindi della sorpresa che ti coglie quando ti imbatti in qualcosa che non t’aspetti, sarebbe stata una sorpresa eccezionale.
Fra le tante cose che ci racconta a presentazione dello spettacolo, mi colpisce il resoconto della prima, un fiasco completo con un pubblico esagitato. Quella musica diede origine ad un balletto, per la coreografia di Vaclav Nižinskij, che suscitò grande scandalo e la reazione inusitata del pubblico. L’uso del corpo e dei sensi fu assolutamente “fuori tempo” per quegli inizi di 900. Anche quella musica, in realtà era qualcosa di assolutamente nuovo per quegli anni.
Entrano gli orchestrali, pare siano un centinaio, per dare una idea solo i violoncelli sono 8 o 10, ma pare che su quel palco vi sia ogni strumento possibile ed immaginabile. Fra gli applausi entra il Primo Violino che da il via alle ultime accordature e quindi il direttore che sale sul podio e, dopo l’inchino di rito, volge le spalle al pubblico per dare il via.
Chiudo gli occhi e mi accingo a farmi pervadere dalla musica, il dolce suono del flauto, seguito dall’oboe, è lo scorrere calmo delle note, che se pensi alla primavera immagini il risveglio della natura la sua dolcezza e pace, il germoglio che spunta dal ramo secco, ma in realtà non si tratta di questo, si tratta del racconto di un rito che si nutre del suo pathos. Non passa molto che la violenza della musica ti fa spalancare gli occhi, è qualcosa da vedere, come sentir per strada urli e strepiti che richiamano la tua attenzione e vai.. corri a vedere. Ecco spalanchi gli occhi per vedere cosa accade, cosa generi tali suoni. Ti rendi conto, allora, di quante persone siano su quel palco, di quanta energia si stia sprigionando da quegli strumenti suonati con maestria e trasporto. Il primo violino si alza e si risiede in continuazione, senza mai estendere completamente le gambe, senza raggiungere mai la posizione eretta. Un paio di file dietro un altro violino accompagna i movimenti convulsi dell’archetto con “colpi di testa”, ho paura che gli si stacchi. La grancassa in fondo ruota tutto il braccio esteso a formare un semicerchio quasi a rallentatore ma arrivando inesorabilmente a picchiare con la sua mazza sullo strumento con un gesto deciso e forte al termine di quel movimento. Gesti di una violenza tremenda ma “calcolata”, si alternano a movenze assai delicate, gli archi dei contrabbassi toccano delicatamente le corde come se invece di essere strumenti ad arco fossero strumenti a percussione. I bassi tuba indossano gigantesche sordine per toglierle subito. Il direttore batte il piede sul podio ad accompagnare i tremendi colpi dello spartito. Fiati archi e grancasse battono all’unisono vere e proprie mazzate che interrompono, tagliano, rompono, senza apparente ordine o cadenza, lo scorrere delle note, come un grosso sasso posto sul greto del ruscello ne rompe senza vergogna il fluido scorrere. Un improvviso e profondo silenzio d’un tratto si para innanzi, come profondo e scuro burrone interrompe la corsa di chi fugge da qualcosa di terribile nel bosco della montagna. Non c’è salvezza, bisogna affrontare il “rito”, o forse la violenza della vita, chissà.
Altro che sagra della primavera, si tratta di un rito ancestrale che riporta alla violenza dell’essere, così come violento, in quelle terre, è l’arrivo della primavera, della primavera che spacca i ghiacci ma che richiede il suo tributo di sangue, il sacrificio della fanciulla.
Passa un’ora e non te ne accorgi, la fanciulla viene sacrificata e il rito termina in buoni dieci minuti di applausi da spellarsi le mani. Durante l’esecuzione non ho avuto il tempo di pensarci, ma ora che “posso pensare”, mi immagino che coreografia dovette produrre questa musica alla sua prima al Teatro dei Campi Elisi.
Il concerto è finito, usciamo, e scendendo la scalinata, un tale fischietta il dolce motivo iniziale, gli vorrei dire: “e mo voglio vedere come la fai la grancassa!!”.
E’ quasi la mezzanotte, sono sotto le coperte, prendo in mano il cellulare, vado su Youtube e digito: “le sacre du printemps”.

LUCIANO DAMIANI

Foto di copertina realizzata dall’autore dell’articolo al termine del concerto.