LUIGI TENCO “TORNA” A SANREMO

di STEFANO CERVARELLI 

Quest’anno, al Festival di Sanremo, è stato ricordato Luigi Tenco nella ricorrenza del 50° anniversario della sua scomparsa, avvenuta esattamente il 27 Gennaio 1967.

Ricordo ancora come e quando appresi la notizia: dalla radio, in macchina, mentre stavo andando a Montalto di Castro. Avevo vent’anni e come tanti miei coetanei ero un profondo ammiratore di questo artista, del quale conservo gelosamente i vinili a 33 giri usciti prima di quel tragico fatto.

A rendere più amara la realtà furono le circostanze in cui avvenne la tragedia. Festival, canzone non gradita ( perchè non capita, ma su questo tornerò dopo), amarezza, delusione, rabbia per vedere brani sicuramente inferiori avere più successo. Non è che Tenco inseguisse il successo a tutti i costi, quello che lo deluse tanto fu il fatto di non essere riuscito a suscitare, con il suo brano, emozione nel pubblico.

Lo scopo di queste poche note non è certo comunque quello di rinvangare quel triste episodio e i contorni, più o meno marcati, all’interno del quale avvenne.

Tanti articoli e libri sono stati scritti sull’argomento; molte inchieste ed indagini sono state avviate.

Da ammiratore di Luigi Tenco quello che, in particolar modo, mi preme ricordare è la sua figura musicale, ma senza spendere troppe parole, perchè per lui, hanno parlato e parlano ancora le sue canzoni.

Non c’è dubbio, per prima cosa, che Tenco non fosse un cantante da Festival di Sanremo. Il suo genere musicale non apparteneva a quel mondo.

Non era un cantante “facile” il cui ascolto non impegna molto: per dirla in altre parole le sue canzoni non erano certo quelle che si cantavano nelle gite.

Per di più il suo stile particolare, sfuggente ai canoni di allora (urlatore o melodico) faceva sì che per Tenco non esistessero vie di mezzo: o ti piaceva o lo rifiutavi. Con i suoi testi ti impegnava, scuoteva la tua mente, i tuoi sentimenti. Ti coinvolgeva e se allora accettavi questo coinvolgimento ti piaceva e lo apprezzavi, altrimenti lo scacciavi, non volevi che ti disturbasse.

Anche quando toccava temi apparentemente scontati, semplici, Tenco, al pari di Fabrizio DeAndrè, non scadeva mai nella banalità, ma cercava sempre il meglio e la poesia di quello che stava raccontando. Ma non per questo i suoi brani e le sue interpretazioni erano prive di sentimento: al contrario egli viveva le sue canzoni e, proprio come dicevo prima, la mancanza di sintonia su questo aspetto con il pubblico di Sanremo fu per lui causa di grande dispiacere.

D’altra parte Tenco arrivava in un momento dove, sebbene in tono minore, le canzoni “melodiche” erano ancora fortemente presenti nei gusti della gente, nonostante tentativi di rinnovamento.

Come poteva un cantante come lui affermarsi a Sanremo dove perfino “mostri sacri” come Lucio Dalla e Mina conobbero cocenti delusioni?

La gente da Sanremo voleva e vuole ancora canzoni semplici, di immediata presa, da canticchiare l’indomani, per il resto è attratto dai personaggi, dagli ospiti, aspetta di veder quale sarà il prossimo vestito della presentatrice di turno. La conferma di questo è nel fatto che tante sono le canzoni che, pur non avendo vinto o avuto succeso a Sanremo, hanno poi avuto fortuna in seguito.

Allora perchè stupirsi se “Io tu e le rose” ebbe maggior fortuna di “Ciao amore ciao “? Ecco, io questo di Tenco, non ho capito: che con la sua intelligenza non abbia intuito che Sanremo fosse così e che il tempo avrebbe dato ragione al suo testo, alla sua interpretazione ed a quella altrettanto bella di Dalida.

Forse, a modo suo, si è ribellato all’evidenza.

Un’evidenza che faceva, e fa, di Sanremo, un luogo dove il pubblico, sprofondato in poltrona o davanti alla televisione, non ha mente e voglia di testi impegnati, non ha mente e voglia di sentir parlare di lavoratori costretti a lasciare la propria terra, troppo scomodo.

Tenco era come un quadro, un’opera d’arte davanti alla quale molti passano, dando uno sguardo sfuggente. Ma chi si ferma e le ammira,cogliendone le sfumature, riprende il cammino arricchito.

Peccato che tanti, per arricchirsi, hanno dovuto attendere 50 anni.

STEFANO CERVARELLI