Padiglione 25, il diario/film degli infermieri in un reparto autogestito del manicomio di Roma

di CLAUDIA DEMICHELIS ♦

 Nel 1968 un ragazzo entra in uno dei trenta padiglioni dell’Ospedale Psichiatrico S. Maria della Pietà di Roma. Non è stato internato e non sta entrando in quel luogo accompagnato dalle forze dell’ordine, come accadeva secondo la legge dell’epoca – la legge 36/1904, anche nota come “legge Giolitti”. Sta entrando di sua spontanea volontà, per lavorare in quel posto come infermiere.

Non ha mai visto un manicomio prima d’ora. Faceva l’operaio qualche mese prima. Poi la fabbrica ha chiuso e gli giunge voce che stanno assumendo gente al S. Maria della Pietà e che basta avere robusta costituzione, fare un corso di due mesi e imprimersi nella mente il regolamento interno, che risale al 1934, che occorre osservare scrupolosamente se non si vuole finire nei guai. Perché il “guardia matti” è un compito rischioso: se succede qualcosa di sconveniente durante le dodici ore di turno (quando va bene, perché ci sono anche straordinari obbligatori) si va nel penale; bisogna controllare, sorvegliare, perquisire i circa sessanta pazienti che convivono chiusi a chiave con l’infermiere nello stanzone della “sorveglianza”, perché i matti sono “pericolosi a sé e a gli altri”, sono stati iscritti al Casellario Giudiziario al momento dell’internamento e poco importa alla legge dell’epoca se non hanno compiuto alcun reato. Sono registrati come criminali e, se combinano qualcosa, la responsabilità penale è dell’infermiere.

Bambini orfani, prostitute, disabili, oppure uomini e donne che abbiano avuto la sventura di farsi cogliere in stato di ubriachezza molesta in un fatale giorno: ecco i soggetti che finiscono in manicomio in quel periodo con la definizione di “persone di pubblico scandalo”. Entrano un giorno o una notte, si risvegliano qui, spesso legati, e poi non escono più; a meno che un familiare o una persona cara non attivi un macchinoso iter che passa attraverso medici, figure istituzionali, tribunali e non si assuma la responsabilità giuridica degli atti di un soggetto interdetto. Inutile dire che l’orfano che finisce in manicomio perché chiede elemosina per strada, e che per questo desta scandalo, resta dentro per sempre, diventa grande in manicomio. Non ha nessuno che lo reclami a casa. Viene dimenticato qui e in ospedale psichiatrico diventa adulto, anziano, muore.

Quella mattina il giovane infermiere ne incontra tanti di pazienti con lo sguardo spento da una segregazione che dura decenni. Il suo compito è sorvegliarli, seduto ad una scrivania a uno degli angoli di questo ampio salone con le sbarre alle finestre, dove questi disgraziati camminano avanti e indietro, parlano da soli, si attaccano per una cicca di sigaretta.

La storia va avanti per anni sempre uguale, finché l’infermiere, che inizia a sentirsi “un po’ internato” pure lui e che nel tempo libero partecipa attivamente alle lotte del suo tempo, decide che è ora che gli anni settanta entrino anche nelle mura di un luogo chiuso, dove il tempo sembra essersi fermato decenni prima e dove vigono regole di convivenza completamente diverse dal resto della società. Le parole “terapia”, “riabilitazione”, “assemblea di reparto” entrano a mano a mano nelle stanze del reparto e stimolano una presa di coscienza che si traduce in azione: quattordici infermieri occupano nell’estate del 1975 un reparto del manicomio romano e danno vita ad un’esperienza che vedrà coinvolti fino a trenta pazienti nell’ambito di un anno di occupazione. Obiettivo finale è la definitiva dimissione dei pazienti, che da ora in poi saranno chiamati “ospiti”. Le regole cambiano: le porte sono aperte, si introducono abiti civili e posate sulle tavole; si può uscire, si possono svolgere lavori all’esterno e vengono cercati i familiari degli ospiti, non sempre disposti a riaccoglierli a casa e spesso neppure a venire a trovarli in manicomio.

Questa storia è al centro di un docu-film di cui sono autrice per la regia di Massimiliano Carboni, dal titolo “Padiglione 25. Il diario degli infermieri in un reparto autogestito” e che avrò il piacere di presentare nella città di Civitavecchia nella prossima primavera. Un cast artistico importante: Giorgio Tirabassi, Aldo Di Marcantonio, Anna Lisa Corsi, Alfredo Ponissi. Tra i protagonisti: tre infermieri, testimoni di quella esperienza, e due stretti collaboratori dello psichiatra Franco Basaglia – che ispirò la riforma psichiatrica che culminò nella Legge 180/78, inserita nella legge istitutiva del Piano Sanitario Nazionale nel 1980. I video-racconti sono calati all’interno di una cornice fatta di immagini tratte dall’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico e dall’archivio della Fondazione Franca e Franco Basaglia. Il diario che gli infermieri tennero durante questa esperienza di occupazione fa da filo conduttore nella narrazione.

Non abbiamo voluto raccontare questa storia volendo osannare degli eroi, ma presentandovi degli uomini che come tutti commettono errori, peccano di leggerezza. Mettono a rischio il proprio mestiere per riqualificare la propria professione, oltre che per tentare di riabilitare e di dimettere definitivamente i pazienti da quel luogo in cui si viene completamente dimenticati, in cui la vita finisce. Hanno vent’anni e vivono negli anni Settanta, negli anni in cui Franco Basaglia scrive e lavora, nell’epoca dei movimenti anti-istituzionali sorti in molti ospedali psichiatrici italiani: Perugia, Napoli, Gorizia, Città di Castello, Trieste.

Pensano che, se questa rivoluzione sta accadendo altrove, essa possa accadere anche a Roma: ma qui gli infermieri sono soli a combattere e sono soggetti a operazioni di boicottaggio pesanti da parte dei vertici dell’istituzione.

Per chi avrà la voglia di vedere come va a finire questa storia e di capire perché secondo noi è importante raccontarla oggi – in un’epoca in cui si parla di trattamenti sanitari obbligatori come di mandati di cattura – gli appuntamenti con Padiglione 25 saranno molti in primavera. Uno anche a Civitavecchia, ospiti del Comune (che ha patrocinato il progetto) presso la Cittadella della Musica. A breve avrà luogo l’anteprima a Roma e poi riprenderemo a girare per l’Italia. “Riprenderemo” perché il film è stato realizzato con una campagna di finanziamento dal basso, raccogliendo donazioni in tutta Italia, in spazi – aziende sanitarie, associazioni, circoli ARCI, biblioteche, teatri, cinema, centri sociali autogestiti – che hanno ospitato la nostra campagna di crowdfunding.  Nelle città e nei luoghi che ci hanno ospitato e sostenuto torneremo a portare il risultato di un’avventura durata tre anni.

Padiglione 25 è la storia di un gruppo di persone che decide di portare a termine un’impresa ad onta di tutto. Non potevamo che prendere spunto dallo spirito di questa trama per portare avanti il nostro progetto. E anche grazie al sostegno delle persone che abbiamo incontrato in giro per l’Italia, diciamo che ci siamo riusciti.

CLAUDIA DEMICHELIS