Politicamente scorretto? …Scialla!

di MARCO DE LUCA ♦
Siamo ormai arrivati a una fase della nostra storia in cui la fama del cosiddetto politically correct ha raggiunto, e forse superato, l’acme della sua pervasività. Per chiarezza, essere politically correct significa avere un “atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto generale” (Wikipedia), cioè fare in modo che le proprie opinioni non manifestino alcun tipo di pregiudizio. L’attenzione da avere nella scelta nelle cose da dire è cresciuta esponenzialmente, perché non si può assolutamente rischiare di offendere nessuno. Il che di per sé non sarebbe un male, se non fosse che le persone hanno la tendenza ad offendersi alquanto facilmente. Deve averlo imparato bene Guido Barilla, che con le sue ormai famose dichiarazioni sulle “famiglie tradizionali” nel settembre del 2013 scatenò una feroce campagna di boicottaggio ai danni della propria azienda. Dichiarazioni che, riascoltate, non suonano oltraggiose quanto si potrebbe credere; il presidente della multinazionale leader mondiale della pasta, rispondendo a chi gli chiedeva se fosse propenso a inserire una famiglia omosessuale in uno dei propri spot, asseriva di avere “una cultura differente”, una cultura in cui il concetto di famiglia è “sacrale”. Un concetto certamente arretrato, da riconsiderare di fronte ai cambiamenti della società, ma che vale per quello che è: un’opinione. D’altronde, l’azienda è sua e negli spot ci mette quello che crede. Ma quando essere sinceri significa attirare su di sé le ire di tutta la “buona società” italiana, causando probabilmente grosse perdite al proprio marchio, allora ci si può anche pentire della propria schiettezza. Infatti, per porre fine al baccano mediatico, qualche giorno dopo il presidente di Barilla è stato costretto a scusarsi, asserendo di essere stato frainteso. Il che è un pò un controsenso, perché se uno viene frainteso la colpa non è sua e non dovrebbe scusarsi, ma c’è un controsenso ben più grave: si sarà pentito veramente? O l’ha fatto solo per cercare di limitare i danni? Difficile non propendere per la seconda. Purtroppo la sua è stata una scelta obbligata: al giorno d’oggi, per non “far arrabbiare” nessuno, bisogna pesare tutte le parole, anche se questo va a scapito dell’onestà.
Ogni giorno i social network ci invitano a dire ciò che pensiamo. Potenzialmente potremmo dire di tutto, ma se non vogliamo essere lapidati virtualmente dalla società, è bene fare attenzione a non oltraggiare nessuno. A non urtare la sensibilità di nessuno. A non scherzare su nessuno, a non prendere in giro nessuno, a non criticare nessuno. E quando dico “nessuno” intendo nessuna persona, ma anche nessuna cultura, nessuna categoria di persone; niente di niente. La tendenza è questa, e lo si nota perché non appena qualcosa non sta bene a qualcuno, tutti sono pronti a dare man forte alla protesta, fino a renderla un caso mediatico. I social network sono diventati il luogo in cui le più infime piccolezze rimbalzano per giorni e giorni, trovando sostenitori qui e là, fino a diventare gigantesche. É l’epoca del politically correct ad ogni costo, un atteggiamento che sa un pò di ipocrisia: quante delle aziende che hanno realizzato spot con famiglie LGBT a seguito del caso Barilla lo hanno fatto per un’intenzione sociale e non come mera mossa di marketing? Non importa: i paladini della correttezza si accontentano facilmente. Il politicamente corretto disegna una sorta di opinione unica, lasciandoci ben poca autonomia di pensiero e esponendo alla pubblica gogna chiunque la pensi diversamente. A Stanford, in California, alcuni docenti avrebbero valutato il progetto di eliminare autori come Platone, Dante, Omero, Aristotele e Shakespeare, tacciandoli per razzisti o sessisti o chissà cos’altro, sostituendoli con autori meno noti. Ma l’Italia non è da meno, basti pensare allo scandalo – a cui buona parte del mondo politico italiano, presidenti del consiglio e della camera compresi, si accodò di corsa – che ha seguito la pubblicazione del Mein Kampf (in edizione critica) in allegato al “Giornale” dell’11 Giugno 2016. E quando, lo ricorderete, le statue dei Musei Capitolini furono coperte per la visita del presidente iraniano Rohani? Quella volta l’opinione pubblica si risentì, scatenando qui e là reazioni di dissenso. Eppure, fecero notare i Radicali, quando i manifesti della mostra di Tamara de Lempicka erano stati coperti a Torino per una visita del Papa non si era alzata una paglia. Anzi, probabilmente nessuno se ne ricorda. Perché una caratteristica fondamentale del politically correct è anche questa: l’essere spiccatamente mainstream, la necessità di trovare una grossa cerchia di persone con cui essere d’accordo e con cui sostenersi a vicenda. Così come la voce dell’ignoranza, anche quella della la correttezza esagerata ed ipocrita trova nella comunità il terreno per crescere, dove ogni voce fuori dal coro viene contraddetta poi insultata poi zittita.
Una volta essere politicamente scorretti piaceva, andava di moda, faceva “ribelle”. Certo, forse la colpa è, come già detto, delle possibilità aperte dal web. Ma è anche e soprattutto una questione di sensibilità. Non è nuovo un certo buonismo, in Italia e soprattutto nella televisione italiana; ma è proprio in quest’ultima che ci riporta alla mente punte di politicamente scorretto come “Satyricon” di Luttazzi o “Drive In” di Antonio Ricci: il primo censurato e sparito dalla circolazione alla velocità della luce perché troppo scomodo, il secondo dal successo così travolgente da renderlo ancora oggi un modello per molti programmi. È raro e molto più difficile che la televisione dei giorni nostri si prenda qualche licenza, come le canne mattutine del vicequestore Rocco Schiavone di recente fama. E non dimentichiamo che quella Rai, che manda in onda le stesse canne di Schiavone, a luglio 2016 aveva censurato un bacio gay eliminando un’intera puntata della serie “Le regole del delitto perfetto”; salvo poi chiedere scusa e mettersi al riparo dalle accuse trasmettendo la puntata la sera successiva. Si sa, stare al passo col politicamente corretto non è facile.
Alcuni progressi che si devono all’atteggiamento in questione sono innegabili miglioramenti: basti pensare ai molti stereotipi oggi superati. Ma forse c’è anche qualcosa che abbiamo perso: un certo menefreghismo, una certa capacità di non prendercela per tutto, di non fare di tutto uno scandalo. La capacità di dire: scialla. E considerando che la maggioranza degli americani ha recentemente eletto come proprio presidente l’uomo-emblema del politicamente scorretto, è evidente che non sono in pochi a pensarla così. A questo proposito è interessante concludere con una delle considerazioni che Guido Barilla fece nella tristemente famosa intervista: “se gli piace la nostra pasta e la nostra comunicazione, la mangiano, se non gli piace e non piace quello che diciamo faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un’altra. Uno non può piacere sempre a tutti, perché piacere a tutti vuol dire piacere a nessuno».
MARCO DE LUCA