L’Italia (quasi dimenticata) dello sport. Il caso Balotelli.

di FRANCESCA CONTI  

La rappresentazione della nazione passa attraverso delle immagini. Delle immagini che fanno epoca. Le vicende sportive, i grandi successi e le grandi sconfitte delle squadre nazionali, le gesta dei campioni più amati e quelle dei più criticati contribuiscono in maniera significativa a questa raccolta di immagini che aiuta a scandire la storia di ogni nazione. Lo sport professionistico serve anche a questo: a fornire una rappresentazione semplice di una dinamica complessa, quella della relazione tra una nazione, e il popolo che in essa si identifica.

La nazione è di per sé una costruzione storica, i confini sono quasi sempre il risultato di lunghe guerre. Sembrano stabili ma è solo un’apparenza, basta un trattato per cambiare il destino di un popolo. Anche l’identità culturale è in continua evoluzione. La cultura e la storia scorrono parallelamente come un fiume dalle origini misteriose e profonde, che tra varie correnti, unisce il passato, il presente e il futuro degli uomini.

 La rappresentazione di un popolo, e di una nazione attraverso lo sport non può che rispecchiare queste dinamiche e questa complessità eppure in tanti sognano di essere protagonisti di questo singolare percorso. L’eroe sportivo rappresenta un sogno, un sogno collettivo che spinge migliaia di bambini, adolescenti e giovani ad allenarsi ogni giorno mentre altri milioni di persone passano il loro tempo libero interessandosi, partecipando da spettatori all’avvicendarsi delle varie squadre nazionali e dei loro giocatori.

Ci sono atleti che diventano degli eroi sportivi senza tempo –  Jesse Owens, Nadia Comaneci, Muhammad Ali. C’è chi attraverso il proprio corpo e la propria forza di volontà è in grado di ispirare il cambiamento sociale, di cambiare la percezione collettiva di temi difficili come la disabilità: vedi Alex Zanardi e Bebe Vio. Su questi atleti, c’è poco da aggiungere. Solo grazie –  un grazie infinito. Se ognuno di noi è su questo pianeta per svolgere un compito, a queste persone non credo si possa chiedere di più.

Tuttavia, non son tutte rose e fiori. Ci sono tanti, tantissimi atleti che gareggiano a livello internazionale nelle varie squadre nazionali. Centinaia e centinaia di atleti nel mondo che si battono per la maglia della propria nazionale ogni giorno. Le creme de le creme, certo. I migliori, ci si augura. Scelti da tecnici, da esperti, sulla base di un progetto federale che generalmente ruota intorno alla preparazione di un grande evento come le Olimpiadi e i Mondiali.

Anche in questo caso, tutto nasce dalla relazione tra stato e cittadino. Una chiamata da un esperto federale, rappresentante delle istituzioni sportive, una convocazione ufficiale in nazionale e il gioco è fatto. La nazione e l’atleta si fondono in una singola unità di misura. L’atleta diventa la nazione, la nazione diventa l’atleta che la rende viva, reale, visibile, in carne e ossa.

Ma come si incarna la nazione nei corpi, nell’animo degli atleti convocati? Cosa ci si aspetta da loro? Questo breve scritto cercherà di analizzare questo processo da una prospettiva singolare, quella degli atleti che hanno rappresentato l’Italia con un profilo sociale che li ha resi noti come “nuovi italiani”, simboli del multiculturalismo e delle seconde generazioni – se si vuole utilizzare un termine più tecnico e meno giornalistico. Cosa ci si aspetta da questi ragazzi, che funzione hanno e hanno avuto nella rappresentazione dell’Italia contemporanea? Questi sono alcuni dei nodi da sciogliere.

L’immigrazione del resto è un fenomeno sociale profondo e di lunga durata, che ha cambiato e continuerà a cambiare l’Italia da tutti i punti di vista. Lo sport in questo è stato lungimirante, ha adottato una prospettiva “moderna” e inclusiva, investendo sui ragazzi di seconda generazione di talento in tante discipline.  I risultati non sono mancati.

Tanti successi, meriti e medaglie olimpiche sono arrivati grazie al loro contributo. A mio avviso l’attenzione su questo fenomeno e sulle seconde generazioni nello sport ha avuto un picco mediatico nell’ estate del 2012, attorno a due eventi cruciali: gli Europei di calcio e i Giochi Olimpici di Londra.

L’attenzione dei media si è soffermata principalmente sugli atleti di origine non italiana, la maggior parte dei quali di seconda  generazione, più popolari e di spicco nei vari sport: Mario Balotelli tra tutti nel calcio, Ivan Zaytsev e Dragan Travica nella pallavolo, Edwige Gwend nel judo.

Il contesto storico ha avuto un ruolo importante in questa dinamica, l’immigrazione in Italia comincia proprio in quegli anni a essere percepita come una trasformazione sociale e culturale. Le scuole, i mercati, le strade pullulano di giovani che non sembrano italiani – ma lo sono. L ‘integrazione fa il suo corso – anche senza il supporto di politiche adeguate. Gli italiani, o meglio una parte di essi, se ne rende conto attraverso lo sport.

Ad attirare l’attenzione degli italiani in quegli anni è soprattutto il calciatore Mario Balotelli: personaggio controverso, amato dagli sponsor, mal visto dalle curve, una personalità complicata che buca lo schermo e fa discutere le masse. Mario Balotelli finisce sulle copertine di tutte le maggiori testate del paese, e non solo quelle sportive, la rivista Vanity Fair lo ritrarrà in più occasioni, solo e avvolto nella bandiera italiana agli esordi, abbracciato alla fidanzata/modella in anni più recenti. Da icona sportiva a icona pop, il passo è breve.

Il momento più significativo della carriera di Balotelli per quanto riguarda il tema di questo scritto è la semifinale degli Europei del 2012. Balotelli segna ben due goal alla Germania, l’Italia vola in finale e Mario corre in lacrime ad abbracciare la mamma adottiva che lo guarda dagli spalti. L’immagine di madre e figlio che si abbracciano commossi dopo l’impresa fa il giro dell’Italia e del mondo. Mario Balotelli diventa l’Italia. La bell’Italia che crede nei sogni, che batte la Germania – nemica storica dell’Italia calcistica – e che corre ad abbracciare la mamma.

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Le barriere cognitive e culturali che supportano la distanza percepita tra persone con colori di pelle differenti, con corpi e mondi apparentemente differenti, per un momento crollano. L’ identificazione collettiva e la commozione, sono grandi. È il “Mario Balotelli d’Italia” [1]  che ha segnato.

Il gesto tecnico e il gesto umano si fondono in un’unica immagine, una rappresentazione dell’Italia che a mio parere rimarrà storica e irripetibile. Se gli eroi sono icone nei quali ci si identifica in un determinato contesto, Balotelli è stato un eroe, in quel momento.

Ma questa non è una favola e l’incantesimo non è durato a lungo. Balotelli sarà omaggiato per qualche tempo ma una brutta finale per l’Italia contro la Spagna all’ Europeo e un’eliminazione prematura ai Mondiali in Brasile due anni dopo, spezzeranno l’incanto. Nel giro di pochi anni Balotelli cambierà molte squadre e verrà lasciato in disparte dalla nazionale, successivamente guidata da nuovi tecnici con altre idee.

Succede anche questo nelle nazionali, dove giovani promettenti si avvicendano insieme a tecnici e allenatori in una giostra che non si ferma mai. La fame di vittorie, di cambiamenti, di nuove immagini e di nuovi idoli non lascia scampo. Si è dentro e si è fuori, velocemente e senza troppe spiegazioni: è il culto della performance, e in Italia come all’estero c’è poca riconoscenza per chi ha fatto la sua parte – a parte il denaro, che abbonda solo nel calcio e in caso di vittorie epocali, rare per definizione. La nazione si reincarna continuamente in nuovi atleti, in nuovi volti, in nuovi leader, ma nessuno sembra voler riconoscere e costruire una storia condivisa. Lo sport può riuscire ancora, tramite l’impegno e l’umanità dei suoi protagonisti ad emozionare, ad unire il paese per alcuni istanti, ma il rischio che la spietata logica del consumismo usa e getta inquini tutto è reale ed è già qui. Lo show, inesorabilmente, va avanti.

FRANCESCA CONTI 

 

[1] Titola così il Guerin Sportivo: http://blog.guerinsportivo.it/blog/2012/06/28/balotelli-ditalia