LE COP E LA COSTITUZIONE

di LUCIANO DAMIANI ♦

A scanso di equivoci le COP del titolo non sono i supermercati, ma le Conferenze sul clima che ultimamente si occupano di limitare i danni dell’attività umana sull’ambiente. Per l’esattezza si può dire che parliamo della Conferenza delle Parti che deriva dal UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change)  Convenzione quadro sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite. Ogni anno i paesi del mondo, sotto l’egida dell’ONU, si riuniscono per parlare di cambiamenti climatici e di come combatterli. Dal 1995, ogni anno, i paesi del mondo si incontrano per decidere cosa fare. Dal COP1 di Berlino del 1995 siamo giunti al COP22 di Marrakech appena concluso.

Già dalla prima conferenza, a scorrere il sommario, appare evidente come il problema dei paesi in via di sviluppo sia il vero nodo da sciogliere, il report di quella prima conferenza riporta al capitolo VI°: “PROVISION TO DEVELOPING COUNTRY PARTIES OF TECHNICAL AND FINANCIAL SUPPORT “.
Già c’era la consapevolezza che i paesi “sviluppati” avrebbero dovuto sostenere economicamente e tecnicamente i paesi in via di sviluppo, di modo che gli impegni di contrasto ai cambiamenti climatici non dovessero pesare sull’economia di quei paesi. In altre parole si tratta di una sorta di travaso di risorse riconosciuto necessario per mantenere le temperature del pianeta a livelli accettabili.

Siamo arrivati alla Conferenza n.22 alla “COP22” di Marrakech, sostanzialmente con le stesse problematiche sul tappeto, paesi che chiedono risorse ed altri che debbono cederne. La COP21 di Parigi aveva registrato, come un vero successo, l’aver riconosciuto di dover contenere l’aumento della temperatura ad 1,5 gradi,  rispetto alla situazione preindustriale, similmente l’aver individuato una “cifra” con la quale sostenere i paesi emergenti. Questo ha fatto tutti ben sperare nel definitivo superamento delle difficoltà, ben ovvie, del dover cedere ricchezza. Quello che segue è uno dei tanti resoconti all’indomani dell’accordo di Parigi:

“….l’articolo 9 del COP21 chiede ai Paesi sviluppati di “fornire risorse finanziarie per assistere” quelli in via di sviluppo, “in continuazione dei loro obblighi attuali”. Più in dettaglio, il paragrafo 115 della decisione “sollecita fortemente” questi Paesi a stabilire “una roadmap concreta per raggiungere l’obiettivo di fornire insieme 100 miliardi di dollari l’anno da qui al 2020”, con l’impegno ad aumentare “in modo significativo i fondi per l’adattamento”.

E’ proprio di questi giorni la chiusura del COP22 di Marrakech, conclusione di conferenza non altrettanto positiva, a giudicare dai primi resoconti. Si legge ad esempio:

“La COP22 ha terminato i lavori alle 2,47 di stanotte: il summit di Marrakesh si è svuotato alla chetichella, quasi in silenzio e senza grandi annunci. Notte fonda in tutti i sensi.”

“Le speranze che si erano accumulate alla vigilia sono state infrante una dopo l’altra. Su nessun capitolo negoziale si sono compiuti davvero dei passi avanti”

“La COP22 ha tradito ogni aspettativa per quanto riguarda i finanziamenti climatici. L’Accordo di Parigi prevede la mobilizzazione di 100 mld di dollari entro il 2020 da parte dei paesi più ricchi. Una cifra ritenuta da più parti troppo bassa. A Marrakesh però non solo non è stata rivista al rialzo, ma non si è stati neppure in grado di garantire che quei soldi arrivino davvero. “

“…la road map con le scadenze è il risultato concreto per avviare i motori della macchina di Parigi. Il primo appuntamento in agenda è quello del 31 marzo 2017”

“Gli impegni per la riduzione delle emissioni, sono rimandati al 018”
“La parte povera del mondo, che spesso è anche la più vulnerabile i cambiamenti climatici, non chiede più soldi. Chiede solo di poter aver quelli che avrebbe dovuto ricevere fin dal 2009, e cioè i 100 miliardi l’anno entro il 2020, di cui sono arrivate solo poche gocce.”
Ben rappresenta il fallimento della conferenza il titolo apparso su Repubblica.it che recita:
“Clima, Cop 22: entro il 2018 regolamento per attuare gli accordi di Parigi”
In altre parole si è deciso di decidere…. più avanti.
In tutto questo ha certo un suo ruolo la vittoria di Trump che ha reso tutto più incerto, ma che si innesta in una sostanziale situazione statica rispetto alla riconosciuta necessità di misure importanti e rapide. Anche il fatto che il concordato flusso di risorse dai paesi ricchi ai poveri, per l’attuazione di politiche sostenibili, sia rimasto sostanzialmente nelle parole delle dichiarazioni d’intenti è evidente segno che le politiche ambientali del mondo fanno ancora i conti con esigenze altre. Forse non si è ben compreso che potremmo arrivare ad un punto di non ritorno senza accorgercene. Tempo fa vidi un film, uno di quelli catastrofici del cinema americano, nei quali c’è sempre qualcuno che salva il mondo. Nel film si ipotizzava che lo scioglimento dei ghiacciai, abbassando il tasso salino del mare del nord, potesse provocare l’inversione della “Corrente del Golfo”, quella che si studiava a scuola tanto importante era giudicata la sua funzione mitigatrice del clima, inversione con conseguenze difficilmente immaginabili. Dopo qualche tempo lessi della stessa teoria in una rivista scientifica. Magari tutto ciò non ha una reale base scientifica, ma certo è che non possiamo continuare a riscaldare l’ambiente senza porci seriamente al lavoro per invertire la tendenza.
Guardare a quello che le conferenze mondiali riescono a partorire non può però esimerci dal considerare ciò che facciamo a casa nostra, del resto gli accordi parlano di impegni che i paesi si prendono per abbassare ognuno le proprie emissioni di gas serra. Come spesso accade nel bel paese, non si capisce mai bene la verità delle cose, ma forse è così che deve essere, ovvero non potrebbe essere diversamente. Così, insomma, come non si riesce a comprendere se l’economia va bene o va male; pare che tutti facciano a gara a dire tutto e il contrario di tutto, mostrando continue contraddizioni. Così è per l’ambiente, non si capisce, ma la salvezza del ragionare sta nel considerare singolarmente le notizie, prendendole un po’ come fossero meri momenti di cronaca, a sufficienza senza doverne tirare le conseguenze, senza dar loro significati più grandi del loro stretto ambito, bisogna pur tutelarsi contro la depressione. Insomma, se prendiamo il fallimento di una conferenza come mero fallimento di essa, potremo ancora avere buoni motivi per essere fiduciosi. Così possiamo fare per le cose di casa, non confondere singoli momenti come espressione di un “andare” in una direzione piuttosto che in un’altra. La speranza è l’ultima a morire, ma di certo deve fare continuamente i conti con la cruda realtà.
Vorrei proporre, in questo mio articolo, due notazioni che ognuno potrà considerare alla luce di altre considerazioni, ma che inquadrano nel locale, ciò che a livello internazionale ho appena raccontato.
La prima è un dato di Terna, il gestore della rete elettrica italiana, reperibile nel suo documento: “Dati statistici sull’energia elettrica in Italia – 2015”. Il documento recita: “Scendono le rinnovabili (-9,8%), mentre si conferma il primato del gas naturale nella produzione termica (59,1%). Significativo calo per la produzione lorda da fonte idroelettrica che tocca i 47,0 miliardi di kWh (-22,1%).”
La seconda riguarda la riforma costituzionale che cambiando l’articolo 117, quello che definisce la competenza esclusiva dello Stato, sostituisce alla lettera “s” il testo attualmente in vigore: “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali.” con il seguente: “tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; ambiente ed ecosistema; ordinamento sportivo; disposizioni generali e comuni sulle attività culturali e sul turismo”.
Mentre quindi nella attuale in capo allo Stato vi è la “tutela dell’ambiente”, con la riforma in capo allo Stato è la legislazione ambientale, non più la “tutela”. differenza non da poco se consideriamo che nessuno potrà più eccepire dubbi di incostituzionalità relativamente ad attività e legislazione che riguardano in qualche modo l’ambiente.
Dovremmo quindi considerare che se da una parte i paesi del mondo si incontrano per concordare iniziative a difesa del clima, dall’altro gli interessi sono ancora troppo forti e troppo rappresentati nella politica dei paesi. Abbiamo appena visto come la percentuale di energia rinnovabile in italia nel 2015 cala, e la “tutela dell’ambiente” probabilmente non sarà più un principio costituzionalmente riconosciuto.
Bastano queste due notazioni e i report del COP22 a dire che: “il clima può attendere”? Questi sono i fatti ed ognuno potrà fare le sue valutazioni.
Io credo che a fronte di pochissimi paesi impegnati fortemente su questi temi c’è la stragrande maggioranza di paesi che non hanno fra le loro priorità la necessità di recuperare una situazione di “rispetto” dell’ambiente.

Concludo notando come, nella nostra Costituzione, la parola ambiente sia citata una sola volta una, neppure in forma di sinonimo. Introdotto nel 2001 il principio della “tutela ambientale” non è poi stato incrementato, come aveva ad esempio chiesto in un documento il WWF. Come una pianta che, messa a dimora, non riesca ad attecchire, in mancanza di un buon ammendante, rimanendo appena in vita e man mano, lentamente, virando il colore delle sue foglie, dal verde al giallo, così l’idea di ambiente man mano perde significato perché non più alimentata.
Per far parte in modo credibile dei paesi impegnati nel risolvere le crisi ambientali c’è bisogno che la “tutela ambientale” sia un principio fortemente impresso nella Carta Costituzionale, nella madre di tutte le leggi.

Sito ufficiale di COP22, al momento della stesura dell’articolo ancora meno è stato pubblicato il documento finale: http://cop22.ma/en/

LUCIANO DAMIANI