25 CHILOGRAMMI DI ANIDRIDE CARBONICA …

… EQUIVALENTE PER TONNELLATA. Così è la filiera corta.
di LUCIANO DAMIANI
E’ da poco stata approvata la legge regionale denominata: ”Disposizioni per valorizzare e sostenere il consumo dei prodotti agricoli e alimentari di qualità provenienti da filiera corta”. La notizia dell’approvazione della legge, pare all’unanimità, mi ha fatto piacere. Per molti aspetti c’è da augurarsi che questa legge dia frutti reali, ovvero che sia efficace nei suoi propositi. Mentre scrivo ho la TV accesa e, guarda caso, si parla di un tale, accusato e ripreso con la mazzetta in mano, andato a processo, ma prescritto, inviato scomodo a rappresentare il paese in Europa, proprio riguardo la sicurezza alimentare e dei farmaci. Va beh, forse il ministro, mi rifiuto di dire “la ministra”, ci metterà una toppa, intanto però il servizio è servito a farmi tornare con i piedi per terra. Ma, poco c’entra questa vicenda con la legge regionale 105, se non per il fatto che siamo abituati a tante buone leggi mai messe in pratica, perché magari ci vogliono 14 mesi per fare i decreti attuativi, oppure perché nel tempo si dimostra non applicabile, oppure non poiché non è supportata da meccanismi che la rendano efficace e così via. A volte si sa, basta un burocrate a decidere se una legge debba essere applicata o meno, a volte basta solo “omettere”, ma sappiamo come ci si metta spesso del proprio. Insomma il proverbio dice “finché non vedo non credo” e quindi vedremo se la legge diventerà qualcosa di concreto, e, certo, me lo auguro. Intanto il pensiero va al mercato, ci vado in genere al sabato mattina, giro per i banchi, a volte non riesco a capire bene in quale stagione siamo, già ci sono le arance e i mandarini, si vede che non gli frega che faccia ancora caldo. Ma quello che non si capisce è proprio da dove vengono. Lo si capisce solo nel caso in cui ci sia bisogno di distinguere fra due prodotti uguali ma provenienti da aree diverse, per giustificare la differenza di prezzo. Uno di questi casi è rappresentato dalle noci, è facile trovare “noci di Sorrento” accanto a “noci della California”, ma insomma girando fra i banchi del mercato i cartellini con la provenienza non sono “ben presenti” a parte qualche cartello che indica la “produzione locale”. In genere se vuoi sapere da dove vengono devi chiedere. “Scusi da dove vengono queste arance?”, “dalla Spagna”, ma mica c’è scritto…! C’è da chiedere e sperare nella onestà del mercatale, e qualche sola i mercatali la danno, ma questa è altra faccenda, non divaghiamo. insomma le informazioni sono più assenti che scarse. C’è un banco che riporta l’indicazione sulle cassette “l’orto di Zio”, pensavo fosse proprio l’orto dello zio, ma poi una mia amica “citavecchiese” mi ha spiegato che trattasi di modo di dire e che forse non significa proprio nulla. Non c’è modo di sapere se quello che si vede sui banchi sia prodotto dallo stesso che te la vende, oppure se venga da una filiera di tipo commerciale. Si naviga un po’ a naso, diffido dalla frutta e verdura troppo bella e troppo uguale, ma, a prescindere mi chiedo perché il consumatore non debba sapere, con semplicità, da dove viene il prodotto esposto sul banco. A differenza dei prodotti confezionati, nei quali una serie di informazioni, magari scritte piccolo, ci sono, nei banchi del mercato non c’è alcuna informazione, insomma la merce è bella fresca ed esposta, probabilmente libera da sostanze in uso negli imballi e imbustaggi, eppur così opaca.
2-damiani
Può darsi che questo banco possa fregiarsi del bollino di “filiera corta” ma cosa, la lattuga o gli spinaci?
Il mercato del mercato è una questione di fiducia, credo che quasi tutti i clienti del mercato abbiano il proprio ortolano o fruttarolo di fiducia ed io non faccio eccezione, ho il banco fisso, uno per la verdura ed uno per la frutta, uno per la carne ed uno per il pesce, pronto a cambiare alla prima “sola”. A dire il vero ogni tanto provo a cambiare, ma è difficile farlo quando c’è il “rapporto di fiducia”. Però la domanda “perché andare a fiducia?” rimane in piedi, perché non posso sapere da dove viene la bietola oppure il broccolo ecc.? Perché sono costretto a chiedere all’oste com’è il vino?
Perché non posso sapere da dove viene la carne? Per il pesce le cose non cambiano, anche se la dicitura “locale” oppure “di civitavecchia” nei banchi del pesce è più frequente che nei banchi di frutta e verdura. Nei banchi del pesce c’è, in realtà, la normativa che obbliga l’indicazione della zona di pesca, ma è anche vero che l’indicazione è fatta con sigle che per i non addetti ai lavori ben poco significano. Parlo dell’etichetta FAO seguita da un numero. Questa dicitura indica la zona di pesca. Se leggete “FAO 37” vuol dire che è stato pescato nel Mediterraneo o nel Mar Nero, se poi al 37 seguono altri numeri la zona viene meglio identificata 37,1.3  indica il tirreno, della Liguria sino alla Tunisia, insomma, oltre ad essere poco delimitante è anche assolutamente opaco per il 99,9% dei frequentatori del mercato, quanti saranno mai coloro che conoscono i codici FAO?. Spesso manca anche la differenziazione fra il pescato e l’allevato, anche qui si va a naso ci aiuta il prezzo e l’aspetto, pesci tutti della stessa dimensione sono evidentemente provenienti da allevamenti. Ma quali? amare? in vasca? Dove? Come?Scommetto che se andassi a leggermi la norma scoprirei che viene spesso e volentieri disattesa dagli operatori. Dovrebbero capire come sia importante fornire l’informazione corretta. Un giorno ebbi quasi una vivace discussione con una rivenditrice di cozze che insisteva col dire che i mitili venivano dalla Sardegna nonostante le facessi notare che l’etichetta riportava la dicitura: “allevati in Spagna e bagnati nel golfo di Oristano”.Ora c’è la legge regionale 151 che si propone di favorire il commercio dei prodotti “locali” sia agricoli che ittici. Alcuni articoli mi hanno colpito, in questi si impone ai comuni di attrezzare mercati riservati ai produttori locali ed una percentuale di stalli nei mercati “normali” riservati a coloro che producono e rivendono i prodotti della propria azienda locale o comunque prodotti biologicamente tipici o di particolare valore dell’agricoltura e pesca locali. Ma cosa s’intende per “locale”?

Così recita la relazione introduttiva:

“Inoltre, sempre nell’ottica di avvicinare il produttore al consumatore e valorizzare le produzioni locali tipiche, nei Comuni viene riservato il 20% dei posteggi nei nuovi mercati al dettaglio proprio per la vendita diretta di prodotti a filiera corta.”

A dire il vero il 20% non appare gran che.

3-damiani
La sigla AF 37, ancorché legittima, non dice in pratica nulla al consumatore che potrebbe comprendere solo che si tratta di pesce di allevamento e nulla più solo per il prezzo troppo basso per trattarsi di pesce pescato.
La definizione della “filiera corta” è particolarmente curiosa, la riporto:
“Saranno considerati tali quelli destinati all’alimentazione umana “per il cui trasporto dal luogo di produzione al luogo previsto per il consumo si producono meno di 25 chilogrammi di anidride carbonica equivalente per tonnellata”.
La domanda sorge spontanea, “ma che caspita vuol dire?”. Immagino che il “legislatore” abbia chiamato un “tecnico” chiedendogli una definizione valida per esprimere il concetto di “filiera corta”. Concetto certo assai chiaro per il tecnico, ma veramente incomprensibile per il contadino di Pantano. Il ristoratore/commerciante poi potrà fregiarsi, dell’apposito bollino se utilizza per oltre il 50% prodotti “locali”. Ce lo vedete voi il vigile che controlla la percentuale dei prodotti usati dal ristoratore?
L’art. 4 recita:
“…… Alle imprese esercenti..  omissis…  che, nell’ambito degli acquisti di prodotti agricoli e alimentari si approvvigionino per almeno il 50% in termini di valore, di prodotti agricoli e alimentari..  omissis..  viene assegnato un apposito logo da porre all’esterno dell’esercizio…..”Ho la vaga impressione che sarà qualcosa assai somigliante a quanto accaduto per gli agriturismi, sarà facile dimostrare di essere “corto” per potersi attaccare l’etichetta della filiera corta e magari lucrare qualche quattrino grazie alle iniziative per le quali sono previsti fondi sia nazionali che europei.Mi chiedo spesso perché la legge debba essere così incomprensibile ed in alcuni casi inapplicabile ed incontrollabile. Io vorrei sapere con precisione cosa è e da dove viene quello che mangio, che senso ha il 50%? Si può dire che si propone cibo a filiera corta se si prende un pesce del posto mentre tutto il resto, pasta verdura frutta, tutto molto meno costoso del pesce viene chissà da dove? Mi domando se questo 50% derivi da qualche calcolo sensato.

Ma poi alla fine dei conti, se la legge non viene applicata/controllata tutto perde di senso, come perde senso la distanza che c’è fra la norma e la gente. Che senso ha una indicazione FAO 37 se la gente non conosce il sistema di identificazione? Che senso ha il bollino al ristorante o al banco del mercato se poi compro o mangio cose credendole locali ed invece non lo sono? Perché non si può scrivere Tirreno centrale, Mar Ligure, Canale di Sardegna ecc.. ?  Quando vedrò l’etichetta al ristorante “filiera corta” entrerò per farmi una bella bistecca pensando ingenuamente che sia “locale” e invece no perché fa parte di quel 49% che non è de qua. Sempre che i “25 chilogrammi di anidride carbonica equivalente per tonnellata” non siano poi così lontani.

Vedremo, la legge, come spesso accade, enuncia delle linee, dei principi ai quali i tecnici debbono dare forma, staremo a vedere.
Conviene stare comunque in campana e vigilare.
Un’ultima domanda, ma perché mai usare la produzione di anidride carbonica per definire la filiera corta? Ma non bastava la carta geografica? Servirà forse per  contrabbandare un “locale” che locale non è? Ma perché la politica deve produrre cose così astruse?La legge, mentre scrivo, ancora non è pubblicata sul sito della Regione ma la trovate qui, probabilmente priva degli emendamenti:http://www.cristianaavenali.it/wp-content/uploads/PL151_Avenali_filieracorta.pdf

Vi terrò informati non appena la legge sarà pubblicata.

Altri temi sono toccati in modo interessante dalla legge, ad esempio riguardo gli OGM banditi dalle mense pubbliche.
LUCIANO DAMIANI