PICCOLOMINI E GRANDI DONNE

 

di Francesco Correnti 

Che certi personaggi di qualche notorietà non abbiano dato grande prova di sé nel loro rapporto con lei, l’avevo già raccontato nel dodicesimo capitolo del secondo volume di Chome, quello dedicato al pessimo rapporto tra le (alcune?) amministrazioni comunali di Civitavecchia e il patrimonio architettonico cittadino, per non dire il patrimonio storico-artistico tout court.

Sappiamo bene dai tempi del liceo che il coraggio, uno non se lo può dare e che non si può pretendere da modesti tecnici investiti di ruoli politici – peraltro altrettanto modesti – di contravvenire agli ordini di scuderia, soprattutto quando servono (e l’ho sentito dire tante volte) ad attaccare l’asino dove vuole il padrone. Come non si può pensare che professionisti stipendiati per soddisfare pedissequamente le pretese della committenza sappiano consigliare il rispetto di interessi superiori o, in campo progettuale, rapportarsi con le delicate preesistenze del contesto, siano di carattere naturalistico-ambientale ovvero di tipo storico e urbanistico. Vi sono Piccolomini di nome (ma di altissima statura morale) e “piccoli uomini” di fatto, non per esprimere un giudizio su di loro, ma perché la mia formazione professionale e quelli che io considero valori qualificanti non hanno mai trovato condivisione da parte loro, per motivi molto piccini.

Credo di dover chiarire al lettore che con Chome mi riferisco al titolo abbreviato del mio libro Chome lo papa uole… (omettendone il lungo sottotitolo), titolo ripreso dalla frase scritta su un disegno di Antonio da Sangallo jr., dove di mio ci sono solo i tre puntini di sospensione, che però, tempo fa, mi furono plagiati anche loro.

Quanto a “lei” (“essa”, vorrebbe la grammatica, ma per me è come una persona, avendone disegnato quello che fu il mio primo vero progetto di piano urbanistico dopo la laurea), mi riferisco alla città giardino Aurelia, per tanto tempo svilita con il freddo appellativo di borgata e «declassata da villaggio modello a nucleo periferico degradato», pur essendo «uno dei quartieri con la migliore qualità urbana» e «dichiarata di notevole interesse pubblico con deliberazione della Giunta Regionale 13 febbraio 2001, n° 218».

Le frasi tra virgolette le ho riprese dall’ottimo volume curato da Laura Martini e Maria Laura Pogni, Gli ultimi Piccolomini a Pienza. Dopo la pregevole mostra nel palazzo di Pio II nel 2013, il libro illustra le figure e la vicenda umana del conte Silvio (1878-1962), della moglie Anna (1882-1932) e del figlio Nicolò (1913-1942). Nell’una e nell’altro si è dato ampio spazio alla singolare partecipazione di Anna Piccolomini, quale progettista, alla costruzione della città giardino Aurelia di Civitavecchia. Avendo avuto la ventura (grazie al carissimo amico e collega d’ufficio Luciano Gargiullo, purtroppo scomparso in giovanissima età) di ritrovare e poter riprodurre il progetto e poi di studiarne le connessioni con altre esperienze urbanistiche, ho avuto moltissimi contatti e utili scambi di informazioni con le curatrici e con la dottoressa Caterina Franchi, che ha condotto approfondite ricerche archivistiche e storiche e con la quale mi sono anche incontrato di frequente, nei tentativi di identificare con sicurezza l’ancora (allora) semisconosciuta Anna Piccolomini. L’arrivo da Siena del plico con il volume è stato veramente una graditissima sorpresa, accresciuta dalle cortesi parole e dalle citazioni molto corrette relative al contributo dato da me alle ricerche, alla mostra del 2013 ed a questa opera. Correttezza propria di studiosi autentici, che non si ritrova in certa pubblicistica di basso livello, in cui sono riprodotte intere pagine di scritti o disegni altrui, senza alcuna citazione del lavoro da cui sono tratte o con citazioni mimetizzate, quando addirittura non venga operata una rimozione completa di quegli autori e di quelle opere “all’indice”.

Editori dell’opera, frutto di molti anni di ricerche da parte di numerosi specialisti, sono la Società di Esecutori di Pie Disposizioni Onlus di Siena con la Fondazione Conservatorio San Carlo Borromeo e le Edizioni Polistampa di Firenze.

Ho apprezzato il libro, che illustra in modo esauriente e con una documentazione di grande interesse le figure dei protagonisti, di indubbio fascino, sia per avere già conosciuto le vicende (con il loro epilogo doloroso), sia perché l’epoca trattata è stata quella vissuta dai miei genitori – nella ovvia diversità delle vite – e molte immagini mi sono quasi famigliari (mio padre, del 1896, ha partecipato alla Grande Guerra come tenente d’una compagnia di mitraglieri in una famosa brigata della III Armata e mio zio, del 1909, era capitano medico in aeronautica, in Africa, nella Seconda: di tutti i miei e di quei primi anni del XX secolo conservo numerosissime fotografie e un’infinità di altre singolari testimonianze).

 

Le date che racchiudono le vite dei tre protagonisti, sono di per sé significative, lasciando intuire in qualche misura la partecipazione attiva agli avvenimenti del loro tempo, i rapporti reciproci ed anche i drammi che hanno segnato profondamente l’esistenza degli ultimi Piccolomini, con gli 84 anni vissuti da Silvio, i 50 di Anna ed i 29 di Nicolò, morto da tenente pilota della regia aeronautica, nel rogo del suo trimotore Savoia Marchetti, con gli altri quattro dell’equipaggio.

Mi soffermo in primo luogo sulla vita del conte, che merita grande rispetto e ammirazione per la costante dirittura morale, la coerenza, i sentimenti liberali e lo spirito filantropico, condiviso anche dalla consorte. Combattente nella guerra italo-turca e poi nel primo conflitto mondiale, nel frattempo sindaco di Pienza e promotore della rinascita della città attraverso un accurato restauro degli edifici e dei luoghi, a cinquecento anni dai natali dell’omonimo antenato (celebrati nel 1905 con iniziative coordinate da un comitato nazionale presieduto da Giovanni Pascoli e che videro la presenza della regina Margherita), evitò compromissioni con il regime fascista, allontanandosi dalla partecipazione alla gestione del Comune, pur contribuendo ripetutamente con donazioni volontarie a sostenerne il bilancio. Fu infine animatore generoso di grandi iniziative sociali e assistenziali compiute a proprie spese: un quartiere operaio dedicato alla memoria del figlio, una scuola intitolata a quella della moglie e altri interventi urbani e di presidio sanitario a favore di Pienza e dei pientini caratterizzarono gli anni del dopoguerra, che lo videro aderire alla Resistenza e nuovamente sindaco della città, simpatizzante del Partito d’Azione, fautore del Piano di Ricostruzione e, nel 1953, del Piano Regolatore, di cui concordò con il progettista, architetto Francesco Tiezzi – allievo a Firenze di Giovanni Michelucci – le rigorose linee direttrici. Linee ispirate a criteri di contenuta espansione esterna, nelle altezze e nei volumi, secondo i principi della città giardino, e di tutela integrale del centro storico, date le sue eccezionali peculiarità, in una visione anticipatrice di teorie e politiche che la cultura urbanistica e la legislazione italiana hanno codificato solo decenni dopo e parzialmente.

Oggi, indubbiamente, quei criteri richiedono considerazioni più mirate, in relazione alla varietà e alle specificità del contesto urbano su cui si interviene, ma trovo straordinaria la figura di questo sindaco e di questo teorico antesignano della salvaguardia del patrimonio architettonico, capace di basare la sua azione sulla conoscenza precisa della storia urbana del luogo e di materializzare poi concretamente le proprie idee. L’empatia che suscita l’uomo Silvio Piccolomini è accresciuta dalla conclusione della sua vita, che vede i suoi atti di mecenatismo, il suo impegno sociale per i meno abbienti e la sua dedizione ininterrotta alla crescita culturale ed alla promozione della città divenire, assurdamente, motivi di insofferenza e di ingratitudine da parte non dei diretti beneficiati ma delle organizzazioni che li rappresentano. Provocandone la delusione e il distacco definitivo. «O forse, – come scrive Fausto Formichi nel suo saggio in appendice al volume – con più probabilità, erano giunti i tempi in cui questa figura, che aveva dominato la scena della prima metà del Novecento, era diventata scomoda per la nuova classe politica e doveva esser allontanata dalla vita sociale di Pienza e, magari, cancellata dalla stessa memoria.»

 

Non meno affascinante è la figura di Anna Menotti Piccolomini, una delle due Grandi Donne che ho potuto “incontrare” nei miei studi su Aurelia, che ritrovo ora nel libro citato ottimamente riscoperta e che è stata la vera ideatrice, ispiratrice e “progettista”, come lei stessa si sottoscrive, della città giardino e del suo disegno. Romana, figlia di un importante imprenditore, aveva ricevuto dalla madre lo slancio altruistico che condivideva col marito e dal padre la passione per l’architettura. Divenuta moglie di Silvio, i suoi interessi si sono indirizzati su molteplici settori, tra i quali lo studio delle civiltà orientali e la teosofia, l’impegno umanitario e pedagogico, la pratica di un femminismo emancipato e moderno e di principi di autentica uguaglianza universale.

Oltre a ciò, i viaggi in Egitto ed in India (dove visita e studia il Taj Mahal)), la frequentazione di uomini di cultura, intellettuali, filantropi e artisti internazionali – da Gabriele D’Annunzio a Giuseppe Prezzolini, da Ol´ga Resnevič Signorelli a Rabindranath Tagore – e l’approfondimento delle proprie concezioni estetiche, portarono la brillante contessa ad elaborare un proprio linguaggio formale originale, basato sulla composizione di geometrie complesse, che applicò in alcuni interventi edilizi. L’amicizia con Gelasio Caetani, in quel tempo tessitore dei rapporti d’affari tra Italia e Stati Uniti, e la parentela con Alberto Blanc, inventore d’un nuovo metodo per la produzione di allumina e potassa, la portarono, infine, al coinvolgimento diretto in quella avventura imprenditoriale che trovò la sua localizzazione a Civitavecchia. Purtroppo, intrecciata con le manifestazioni sempre più gravi della malattia, la tubercolosi, che, nonostante i periodici soggiorni in sanatori svizzeri, londinesi e romani, ne vedrà la prematura fine a soli cinquant’anni.

Civitavecchia, verso la fine degli anni Venti, fu oggetto di alcune trasformazioni territoriali di un certo rilievo, dovute alla sua posizione geografica e alla vicinanza alla capitale. Nei dintorni della città sorsero grandi complessi militari, quasi a controllarne ogni movimento, dati i precedenti delle lotte operaie e dell’ostilità popolare al regime: caserme, scuole per varie armi, poligoni e polveriere gravano il territorio di nuove servitù. Non mancano, però, opere importanti per il rilancio economico, come la linea Civitavecchia-Orte – salutata come preludio allo sviluppo dei traffici marittimi e, quindi, del porto, per il collegamento con le acciaierie di Terni e con le altre zone del centro d’Italia – e, appunto, l’insediamento della società creata per attuare il programma cui partecipava Anna Piccolomini, la SPCN (Società Prodotti Chimici Napoli) che avvenne nel 1929. Il progetto della città giardino è del 1929-30 e fu quindi redatto da Anna, che ebbe come collaboratori l’architetto Luigi Brunati e l’ingegner Mario Castaldi. Brunati, che aveva lavorato in Inghilterra, aveva sicuramente conosciuto le teorie di Ebenezer Howard e visitato le garden cities intorno a Londra e del resto, già anche a Roma, questo tipo di quartiere aveva trovato applicazione fin dal 1920 con quello sull’Aniene e con la Garbatella. Ma il precedente più simile, che rappresentava un ottimo modello per il piano di Aurelia era rappresentato dal villaggio di Crespi d’Adda, nel Bergamasco, iniziato nel 1877 e in quegli anni in via di completamento, con lo stabilimento tessile, le case per gli operai, gli impiegati e i dirigenti, le aree verdi e i servizi pubblici, come l’ospedale, la scuola, la chiesa, il teatro e quant’altro. Aggiungo qui che, dal 1995, l’Unesco ha riconosciuto Crespi d’Adda quale sito della World Heritage List. Ancora quattro anni dopo, come vedremo, a Civitavecchia era necessario impegnarsi personalmente e con decisione per contrastare il tentativo, ben orchestrato, di distruggere il disegno urbanistico di Aurelia e la sua architettura.

Francesco Cinciari, podestà al momento dell’inaugurazione del complesso industriale (che vede anche la presenza di Guglielmo Marconi), nel suo Civitavecchia fascista, pubblicato nel ’31, alle pagine 227-230, non lesina considerazioni entusiastiche:

 

[…] debbo comunicare poche parole sul grandioso stabilimento costruito alla Stazione Aurelia dalla Soc. Prodotti Chimici Napoli. Ho il dovere di informare come dopo un periodo di riservate trattative e di esame dell’ambiente sia stato possibile assicurare a Civitavecchia l’impianto dello stabilimento in oggetto.
Ciò è dovuto ad alcuni fatti specifici, sopratutto alla vicinanza della zona di escavazione d’ella materia prima e alla possibilità dell’importazione e della esportazione delle merci attraverso il porto. Ma altro elemento essenziale per la costruzione dello Stabilimento in Civitavecchia è stato l’impegno della fornitura di acqua assunto dal Comune e la possibilità d’acquisto a basi eque delle aree occorrenti.
Se si pensa al costo degli impianti, all’impiego della mano d’opera che ha oscillato fra un minimo di 800 persone ed un massimo di 2.000, se si pensa al movimento del denaro che ciò ha procurato, ed alla riserva di grandi possibilità avvenire, si può dire che Civitavecchia ha realizzato una delle attività più grandi che potesse desiderare.
Basta uno sguardo all’importanza della costruzione, ed alla sistemazione data ai vari servizi per rendersi conto di quello che sarà questa industria che dal minerale leucite, i cui giacimenti sono prossimi alla nostra Città, si estrae il nitrato potassico e l’ossido di alluminio dei quali il primo a moltissime applicazioni nell’industria ed è un fertilizzamento di alto valore, ed il secondo è utilizzato per l’estrazione dell’Alluminio metallico.
L’impresa è delle più ardite e delle più grandi. Questo stabilimento dovrebbe essere quanto prima raddoppiato, e in un secondo tempo ampliato ed integrato dagli stabilimenti per l’utilizzazione del prodotto in modo di concentrare a Civitavecchia la più grande industria del genere a carattere internazionale.
Qui trovasi la ragione della vastità dell’impianto, della disponibilità della superficie, della utilizzazione di uno speciale raccordo ferroviario e di tanti altri elementi che a primo aspetto non è facile poter afferarre [sic].
Civitavecchia deve essere grata a questa nuova industria che incide direttamente sulla vita del nostro popolo e ne migliora le possibilità economiche.

In effetti, l’album del progetto che ho potuto fotografare, da quanto mi disse Luciano, proveniva proprio da casa Cinciari ed è stata una gravissima perdita per la Città – come in tanti altri casi ripetutisi puntualmente fino ad oggi – che il suo archivio e le sue collezioni non siano confluiti nell’Archivio storico comunale. Qui si aprirebbe un lungo discorso sul ruolo fondamentale dell’ente pubblico locale nella conservazione dei beni culturali e della memoria collettiva, da cui al momento preferisco allontanarmi, ma cui darò presto il mio contributo molto dettagliato, e riprendo il filo del racconto.

Anche la monografia Civitavecchia “vedetta imperiale sul mare latino”, pubblicata da Latina Gens alla fine di ottobre del 1932, nell’ultimo articolo a pagina 283 (Le industrie e l’avvenire di Civitavecchia) esalta l’iniziativa della SPCN con i toni retorici propri del regime, pur non potendo tacere del fermo già subito dalla produzione, che – malgrado gli auspici e gli “ordini dalla tolda” – ne determinerà il mancato successo, la necessità di riconversione del metodo di lavorazione e della materia prima e poi altri problemi fino alla definitiva chiusura nel 1952. Ma un mese prima dell’uscita della monografia, il 18 settembre, nel policlinico Morgagni di Roma, Anna Piccolomini era spirata, lasciando per sempre incompleta la realizzazione di «Aurelia», la «Città del Sole» da lei sognata, immaginata e disegnata.

Civitavecchia, nel suo sviluppo, non si è limitata ad essere piazza marittima di grande importanza e di grande avvenire, ma, energetica come è, ha giù raggiunto un mirabile sviluppo industriale, piano ben solido di future conquiste. Ne fanno testimonianza il grandioso stabilimento per la lavorazione della leucite, gli importanti impianti per la lavorazione dei cementi, degli agglomerati di carbone, delle industrie chimiche e minerarie, ed altri ancora.
Società Anonima Prodotti Chimici Napoli: Diggià nel fascicolo 15 maggio-15 giugno 1930 Latina Gens salutò l’impianto di questo grandioso stabilimento di produzione dell’allumina, dalla quale si produce l’alluminio, il più leggero dei metalli, destinato ad avere brillantissimo avvenire. La materia prima è la leucite che abbonda in Italia ed è diffusissima per 300 chilometri da Orvieto a Napoli e più intensamente ancora nel Lazio. Si estrae, col metodo Blanc, contemporaneamente il nitrato potassico e l’ossido di alluminio.
La grande Impresa, nella quale furono impiegati circa 100 milioni, è sorta rapidamente, quasi per incanto, presso la Stazione Aurelia, a pochissimi chilometri da Civitavecchia, formando un centro industriale, che per modernità non ha farse il simile in Italia. Tutte le case degli operai e le villette degli impiegati sono un modello di tecnica e di organizzazione sociale. Lo Stabilimento fu approntato, in primo tempo, per la lavorazione di sole 20 mila tonnellate di leucite; ma lo sviluppo ulteriore del piano fissato porterà ad una lavorazione di un milione di tonnellate: vi saranno occupati circa seimila operai ed un cinquecento impiegati. Notevolissimo quindi sarà il richiamo dei commercianti. E per Civitavecchia significherà maggiore importanza come centro industriale e commerciale, aumento di popolazione, agiatezza e benessere per tutti, benefici che ebbe già a risentire fin dall’inizio, quando l’impiego della mano d’opera durante molti mesi della costruzione dello stabilimento oscillò da un minimo di 800 a 2000 operai.
Dopo pochi mesi di esercizio, che diedero un prodotto perfetto, a causa della crisi mondiale (i capitali impiegati ad Aurelia sono prevalentemente americani) la produzione dové sospendersi, limitando il personale a pochi tecnici ed operai specializzati, onde studiare migliorie e perfezionamenti e garantire il perfetto efficiente mantenimento dell’impianto, sì che, da un momento all’altro, ad un cenno, tutte le macchine possano riprendere la loro canzone di civiltà. E ciò senza dubbio avverrà. prestissimo. Poiché tanto impiego di capitale, tanto sforzo illuminato, tanto ingegno creativo, tanto ardire di concezione, non possono perire, come nulla perirà – aiutando il Governo e volendolo la Nazione tutta in linea di combattimento – in questa dura, perseverante crisi universale, contro la quale, con mirabile eroica tenacia e la necessaria audacia, combatte fra l’attenzione del mondo intero, Benito Mussolini, antivedendo, comandando, ordinando dalla tolda del Governo al popolo italiano tutto unito, disciplinato come un equipaggio in mezzo a furiosa tempesta.

Certamente, come ho notato anni fa in altra sede, lo stabilimento SPCN, con l’annessa città-giardino Aurelia, è un prezioso quanto insolito esempio di razionalismo urbanistico adottato da un capitalismo che, per l’epoca e le circostanze, può ben dirsi illuminato.

L’idea formale e sociale della progettista esprime perfettamente la maturazione e la felice sintesi delle sue aspirazioni, attentamente ricostruite dal libro della Società di Esecutori di Pie Disposizioni. Fin dal 1919, la benemerita contessa aveva in programma la costruzione nella vasta proprietà sul Gianicolo di un nuovo quartiere dotato d’una scuola modello, all’avanguardia e interclassista, ispirata sia ai criteri educativi di Tagore sia a quelli di Maria Montessori. Era la sua prima «Città del Sole», non attuata. Si dedicò poi, con il filantropo veneziano David Levi Morenos a impiantare, su una porzione del suo terreno, la Colonia per giovani lavoratori “Orti di Pace”, destinata a sperimentare nuove didattiche per la formazione integrale degli agricoltori.

Un nuovo obiettivo occupò in seguito Anna, il rinnovamento della parte di proprietà con il parco e la Villa, ribattezzata anch’essa «Casa del Sole». Nel parco inserì un grande giardino all’italiana, con aiuole di tipo rinascimentale, memori di quelle di Pienza – ma anche con reminiscenze orientali negli elementi geometrici utilizzati – e che preludevano al pattern di Aurelia, con la ripetizione di spazi ottagonali e vialetti a raggiera. Costruì inoltre nuovi fabbricati di servizio. Il complesso, che si estende lungo l’Aurelia Antica di fronte a Villa Doria Pamphilj, gode ancora oggi di una straordinaria veduta verso la basilica di San Pietro. Divenuto proprietà dei Piccolomini nel 1906, dopo essere appartenuta a varie famiglie romane, ebbe tuttavia una prima sistemazione proprio da papa Pio II Piccolomini, nel 1458, l’anno prima di iniziare con Bernardo Rossellino la costruzione di Pienza nei pressi della natia Corsignano.

Bernardo Gamberelli detto il Rossellino (1409-1464), scultore e poi architetto, discepolo e amico di Leon Battista Alberti, dopo i suoi esordi ad Arezzo e a Firenze, ha già operato per Niccolò V Parentucelli nella Roma dove viene indetto il Giubileo del 1450. Il papa, con i suggerimenti dell’Alberti, avvia un vasto programma di ristrutturazione urbanistica della città e di altre località, di cui Bernardo è il puntuale esecutore. Purtroppo, accanto a iniziative umanistiche positive, l’antica basilica costantiniana di San Pietro subisce le prime gravi alterazioni ed i monumenti della Roma imperiale, a cominciare dal Colosseo, vengono spogliati di marmi per ricavarne calce o reimpiegarli come rivestimenti nelle nuove opere pontificie. Quanto a Pienza, trovo ammirevole la misura degli inserimenti rosselliniani, l’intuito degli scorci sul paesaggio, l’atmosfera serena che ne deriva (anche grazie, evidentemente, ai sapienti restauri del conte Sivio). Per questo, trovo severo il giudizio di Bruno Zevi sulla mediocrità di Bernardo, pur comprendendone le ragioni basate su raffinati riscontri architettonici.

Stabilire quale sia stata l’opera del Rossellino nella ricostruzione della Civita Vecchia è attualmente arduo: nulla resta dei «molti belli e magnifici edifizj» di cui Giorgio Vasari lo dice autore nella Civitavecchia quattrocentesca. Certe analogie con Pienza nella struttura generale possono suggerire suggestive ipotesi circa una comune matrice progettuale, tenuto conto delle situazioni molto diverse, sia per quanto riguarda le preesistenze, sia per le finalità ed il carattere dei due interventi. Ma, personalmente, ho sempre ammirato piuttosto la grande capacità dimostrata dagli architetti che, dal Rossellino in poi, si sono occupati della ricostruzione della città e del porto, nel rispettarne l’impianto antico e nell’operarvi, attraverso un lungo lavoro che si svolge nel tempo, per circa tre secoli, con una esemplare coerenza ed una sostanziale fedeltà al progetto iniziale, all’idea-guida: l’immagine classica del porto ideale, di volta in volta interpretata in chiave rinascimentale e umanistica, in forme manieriste o barocche.

Di Pio II, a Civitavecchia, resta un solo stemma marmoreo, nella parte superiore della cinta urbica di fianco alla porta dell’Archetto. Comunque, come per il Gianicolo, è singolare la coincidenza di questa successione quasi negli stessi luoghi, tra il pontefice umanista e i suoi lontani discendenti, uniti dal comune obiettivo di concretizzare la «città ideale».

Torniamo ad Aurelia. Le tavole del progetto sono datate dal 12 novembre 1929 al 26 luglio 1930. È soprattutto il villaggio residenziale ad offrire soluzioni innovative ed esteticamente interessanti. Il disegno della città giardino, come le precedenti creazioni della progettista, ripete gli schemi geometrici dei giardini di Pienza e di Villa Piccolomini, rielaborando le forme dei modelli probabilmente studiati (penso ad Amalienborg di Copenhagen, ad Hampstead Garden Suburb e Lechtworth, a Welwin Garden City e Crespi d’Adda ed anche a Castel del Monte e, appunto, al Taj Mahal di Agra) e arricchendole di invenzioni a scala urbana. Ne nasce un insieme, in cui gli assi della composizione generano, come per gemmazione, una gerarchia di sottozone caratterizzate da simmetrie speculari, come in un caleidoscopio. Una “croce di strade” alberate costituisce i due assi principali del quartiere, il cardo e il decumano (ma con altro orientamento): sul primo, da una parte la grande porta d’ingresso dalla strada consola

re e dall’altra l’entrata allo stabilimento; sul secondo, da un lato lo stadio, dall’altro l’ospedale.
All’incrocio, che si allarga in una grande piazza ottagonale, il vero e proprio  forum civico, con il municipio, la chiesa (Santo Spirito), le scuole, la farmacia e i negozi. È il cuore della città giardino, lo spazio comune di tutti gli abitanti, che vi si ritrovano e vi svolgono le attività di relazione, un po’ come nei Quattro Canti dell’urbanistica barocca siciliana, ma con un vero e funzionale accentramento di servizi pubblici.

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In tre dei quadranti delimitati dagli assi, calibrati sul numero di alloggi necessari in ciascuno, i compound delle tre categorie di addetti della fabbrica che abbiamo già trovato descritte in Latina Gens: i dirigenti, gli impiegati e gli operai. Le varie tipologie edilizie hanno in comune la copertura a tetto e l’uso del tufo a vista, impiegato anche per speroni angolari e marcapiani, comignoli ed elementi decorativi di raffinato disegno, con le altre parti intonacate. Frequenti le finestre d’angolo, i portici e le logge, in un gradevole accostamento di spunti moderni e d’impronta nordeuropea e motivi propri della tradizione rurale. Tra le case, rispettivamente distaccate almeno di 20, 30 e 40 metri l’una dall’altra, vi sono ampi spazi liberi destinati ai giardini ed agli orti, senza recinzioni ma delimitati da basse siepi di bosso, alloro e altre essenze. Alcune delle case, in particolare quelle plurifamiliari per famiglie di operai (le cosiddette torri, a tre piani oltre il pianterreno), sono poste a cavalcavia della viabilità, attraversate da sottopassaggi, decisamente singolari, anche qui con un misto di avveniristico e di antico. Le torri ricordano un poco l’architettura francese del Seicento, ma allo stesso tempo sembrano una anticipazione (con altra scala e con diversa fortuna) dei “Ponti” di Piero Barucci al Laurentino 38 della periferia romana.

Nello stabilimento furono realizzati capannoni con volte paraboliche in cemento armato, strutturalmente simili, dimensioni a parte, alle aviorimesse di Pier Luigi Nervi ad Orbetello, costruite una decina di anni dopo. Tali strutture costituivano un esempio pregevole di archeologia industriale e formavano, insieme alle sequenze di sili, un paesaggio tecnologico di notevole suggestione. Nel marzo 1982 ne ho dovuto constatare l’abbattimento non autorizzato e, quindi, ho provveduto a denunciare l’abuso compiuto dalla società proprietaria, cui seguì un procedimento giudiziario, che non coinvolse le vere responsabilità e, soprattutto, non restituì al quartiere quelle forme che avrebbero potuto ospitare attrezzature o impianti di servizio e rappresentare un richiamo anche turistico – come in tante altre realtà – per i cultori di archeologia industriale. Ci rimane una cospicua documentazione fotografica, conservata per il CDU e da me in parte pubblicata, grazie al collega architetto Maurizio Morelli che se ne è occupato negli anni 1981-82.

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Nel 1970, sono state presentate due proposte di lottizzazione da parte dei nuovi proprietari delle aree dell’ex villaggio, contigue ma del tutto scoordinate e, per giunta, concepite con l’intenzione di fare tabula rasa di tutte le preesistenze. La Commissione urbanistica – di cui faceva parte l’architetto Renato Amaturo, uno dei progettisti del PRG – prescrisse la redazione d’uno strumento urbanistico comunale per disciplinare in modo corretto le due iniziative. Per incarico dell’amministrazione, quindi, ho redatto il già ricordato piano di inquadramento, prevedendo un vincolo di rispetto e conservazione dell’assetto viario in atto e di quello ideato dal progetto Piccolomini, delle numerose alberature e degli edifici esistenti, caratterizzati da una architettura di qualità. Subito dopo, a seguito di un esposto presentato da un avvocato al sindaco del tempo, mi è stato agevole dimostrare che le prescrizioni del mio piano non ledevano in alcun modo i “diritti edificatori” dei proprietari, ma indirizzavano la progettazione attuativa in modo da migliorare la qualità formale e quella abitativa, completamente ignorate dalle loro proposte iniziali. Non seguirono, peraltro, nuove iniziative.

A partire dal 1988, sono ripresi i tentativi della società proprietaria della porzione maggiore di aree di Aurelia di procedere con un nuovo progetto di lottizzazione, non particolarmente brillante e con molti aspetti negativi, che ha ottenuto, tuttavia, l’approvazione del consiglio comunale nel 1991. Il risultato, però, non ha portato all’inizio dei lavori, mentre si evolveva la legislazione e cresceva, soprattutto, la coscienza ambientale nella pubblica opinione e nella società.

Nel 1999, il «Corriere di Civitavecchia» del 4 dicembre pubblicò un articolo con il titolo Piano Marzano. Borgata Aurelia, in arrivo un parere che non conta: sarà quello della commissione per la «via», di cui riporto qui di seguito il testo, omettendo il nome di chi espresse quella valutazione peregrina:

Seconda riunione, questo pomeriggio, della commissione comunale per la valutazione di impatto ambientale chiamata ad esprimere un parere sul contestato piano di lottizzazione alla Borgata Aurelia. Il primo incontro, svoltosi la scorsa settimana, è servito ai vari membri per elaborare un programma di interventi.
Da oggi si comincerà a fare sul seri: verranno vagliati i progetti presentati dalla società Lloyd Sardegna che saranno confrontati con l’attuale assetto urbanistico della Borgata e con la viabilità di collegamento. Sono anche previsti sopralluoghi all’interno dello stesso borgo. Al termine del lavoro, la commissione esprimerà il suo parere.
Un parere, è il caso di dirlo, anche per non alimentare inutili attese da parre di chi si oppone al piano di lottizzazione, che rischia di non contare assolutamente nulla. Già l’aver varato una commissione per un progetto approvato da quasi dieci anni rappresenta una stranezza non di poco conto. Solo recentemente, infatti, la legge ha sancito che si possa andare ad una valutazione di impatto ambientale per edificazioni che interessino aree superiori agli otto ettari (è anche vero, però, che ad Aurelia i lavori non sono ancora iniziati).
Non solo: qualora la stessa commissione dovesse formalizzare prescrizioni, pareri negativi o indirizzi all’ amministrazione comunale, quest’ultima  si troverebbe poi nella condizione di andare ad una battaglia legale perduta in partenza. La Lloyd Sardegna è infatti in possesso di tutti i titoli necessari ad edificare (concessione del Comune, approvazione della Regione, convenzione con lo stesso palazzo del Pincio), che la mettono praticamente in una botte di ferro. Insomma, quello della commissione comunale di valutazione di impatto ambientale, rischia di essere un lavoro del tutto inutile, valido, eventualmente, solo a dilazionare i tempi di realizzazione del piano di lottizzazione.
Intanto, sulla questione si registra un intervento dell’ex assessore all’urbanistica, Xxxxxx  Yyyyyy. «Sarebbe stato opportuno – rileva – che le proteste fossero state formulate trenta anni orsono, quando è stato varato il piano regolatore, oppure nell’anno ’91, quando l’amministrazione comunale ha ritenuto il progetto meritevole di approvazione. Nel caso di specie, le proteste sarebbero consistite in un’azione tendente a evitare l’invasione di cemento nel “meraviglioso Borgo”. Il progetto originario della Borgata, però, sarà anche stato interessante, ma purtroppo venne realizzato solo in parte e con materiali deteriorabili e deteriorati. D’altronde, il piano regolatore ne consente il completamento in misura non questionabile e non risultano prescrizioni e vincoli speciali. Il piano di lottizzazione non è bello, però è legittimo e pertanto non ha bisogno di alcuna contrattazione tanto meno da parte del Sindaco che non ha poteri per farlo».

 

Nonostante le previsioni pubblicate dal giornale, il parere negativo sul piano di lottizzazione proposto all’interno di Aurelia della Commissione comunale V.I.A. da me presieduta e formata dai dirigenti degli uffici regionali, provinciali e dello stesso Comune competenti in materia ambientale, ha determinato il vincolo della zona da parte della Commissione provinciale per le bellezze naturali con verbale del 30 marzo 2000 e poi la già ricordata dichiarazione di notevole interesse pubblico da parte della Giunta Regionale nel febbraio 2001.

 

A maggio dello stesso anno veniva emanata la legge regionale n° 10, che, tra l’altro, su nostra sollecitazione e presentazione di un piano d’ufficio,  stanziava un contributo a favore del Comune di Civitavecchia per il recupero urbanistico ed edilizio della “Città giardino Aurelia” di lire 2 miliardi, dei quali 1 miliardo sull’esercizio 2001 ed 1 miliardo nel 2002. Non mi dilungo su questo aspetto, limitandomi a precisare che il mio ufficio ha provveduto tempestivamente a redigere i progetti e seguirne la direzione dei lavori. Tra il 2005 ed il 2007, buona parte delle case di Aurelia, nel frattempo cedute dalla società proprietaria agli abitanti, sono state restaurate e messe a norma.

Contemporaneamente abbiamo provveduto alla toponomastica stradale, accogliendo la proposta degli abitanti di intitolare le strade a musicisti di  tutto il mondo e di tutti i tempi, ma riservando ad Anna Piccolomini la piazza ottagona centrale e due altre strade agli altri progettisti.

Con l’architetto Raffaella Carli, ho anche curato una ricerca specifica, conclusa da una conferenza tenuta il 20 maggio 2011, in occasione della intitolazione della scuola comprensiva nella città-giardino di Aurelia alla “serva di Dio” Renata Borlone, nata nel 1930 a Civitavecchia e vissuta proprio in quelle case nella sua infanzia. Renata è l’altra Grande Donna che voglio qui ricordare.

Il padre era un ingegnere edile e, per un periodo di cinque anni, si trasferì con la famiglia a Civitavecchia, dove lavorava alla realizzazione della città giardino di Aurelia. Ci è sembrato interessante sottolineare che Renata ha  iniziato e concluso la sua vita terrena in due contesti urbani per molti aspetti simili, Aurelia e Loppiano, la cittadella del Movimento dei Focolari.

Tentando di trovare qualche assonanza, siamo partiti da tre parole chiave: città giardino, città in armonia, città ideale. Ci è sembrato interessante che Aurelia, come altre città giardino, aveva un limite, un confine ben delineato che non voleva essere una separazione ma una distinzione, tra quello che è città e quello che è campagna. Un’altra caratteristica fondamentale delle città giardino era il nesso strettissimo che avevano con il lavoro: erano pensate per dare una risposta nuova al crescente sviluppo industriale, che portava con sé aumento della popolazione urbana a scapito della campagna e quindi degrado.

Pertanto la città giardino proponeva un modello urbano originale che intendeva conciliare gli aspetti positivi della campagna, che la gente si lasciava dietro di sé per i vantaggi della città. Quindi le case dovevano in qualche modo ricordare i casali di campagna nelle forme, nei colori e nei materiali, così da far pesare il meno possibile agli operai delle fabbriche il distacco dalla vita precedente. Alle residenze si aggiungevano i servizi ai lavoratori, che vivevano in un microcosmo quasi autosufficiente e protetto: la scuola, la chiesa, gli uffici, i negozi e, non ultima, la fabbrica concepita in modo da rappresentare il cuore centrale e la ragione ispiratrice del villaggio operaio.

Ripetendo quanto già riportato, Aurelia è passata da “città giardino” a “borgata”,  da villaggio modello a nucleo periferico degradato, fra tentativi di trasformazioni speculative e azioni di tutela. Oggi, Aurelia è uno dei quartieri con la migliore qualità urbana e con la maggiore dotazione di verde. Il disegno urbano di Aurelia ha ispirato altri interventi nella Civitavecchia pianificata.

Nonostante i ripetuti tentativi susseguitisi nel corso degli anni e dei decenni di abbattere gli alberi, di radere al suolo le case e di sostituire il tutto con una distesa intensiva di edilizia anonima,  la Città Giardino Aurelia si conserva intatta e affascinante. Forse, c’è qualcuno che la protegge.