Qualcuno vale più di uno?

di VALERIO MORI ♦

Rispondo con ritardo colpevole – ma spero non eccessivo – alle amichevoli sollecitazioni di coloro che hanno aperto il blog che ospita queste mie riflessioni vaganti, che non hanno certo la pretesa di rappresentare una analisi “organica”, ma semplicemente ambiscono a riordinare alcune mie impressioni circa i risultati delle recentissime elezioni amministrative, e se qualcuno avrà la bontà di raccoglierle, magari potranno contribuire anche ad aprire una piccola discussione in proposito.

L’interpretazione che viene da più parti offerta – avanzata straripante del Movimento 5 Stelle, bastonata memorabile del Pd e di Renzi in modo particolare – credo colga alcuni aspetti della questione e solo alcuni, e per altro i più superficiali e sintomatici; e rischierebbe di risultare fuorviante, qualora venisse elevata allo status di lettura comprensiva delle numerose e nuove articolazioni che mi paiono essere emerse dal fatto politico di queste elezioni amministrative.

In premessa: non sono prioritariamente qui interessato al tema di vittoria e sconfitta; è chiaro che il M5S ha incassato una vittoria e il Pd (complessivamente) una sconfitta, lo afferma Renzi stesso e – credo – tanto basti in merito, anche perché Roma e Torino le governava il Partito democratico ed ora non le governa più; mi interessa però maggiormente porre l’attenzione su quella che mi pare essere una mutazione genetica che i Grillini stanno portando avanti (e non subendo) e che rischia di non essere sino in fondo apprezzata e soppesata.

Anzitutto: i risultati più clamorosi (Torino per l’esito, Roma per le dimensioni) potrebbero oscurare un dato: non credo si tratti di una affermazione di portata nazionale, perché accanto a quelle due vittorie dobbiamo mettere gli insuccessi (per certi versi altrettanto “fragorosi”) di Milano (10,06 %) e Napoli (9,63%), per stare alle città più importanti che sono andate al voto. Se fosse stata una tendenza nazionale, i 5 Stelle non avrebbero faticato a lambire in due città strategiche, che contano milioni di elettori ed elettrici,a fatica il 10%.

Aggiungo a questo proposito che il M5S (mi pare questo dicano, in sostanza, i dati) è vincente o altamente competitivo solo là dove il centrodestra è debole, e ciò è per certi aspetti ovvio: la polarizzazione della politica italiana, nella sua fase attuale, pare essere “con Renzi” o “contro Renzi”, quindi un profilo di opposizione accentuato aiuta ad aggregare consensi per contrapposizione al governo. Questo è il teorema delle “midtermelections”; ma non credoche di per sé esso basti ad inquadrare i risvolti implicati in questa fase della politica italiana.

Senza dubbio il M5S è in generale percepito come “meno avversario” del “mio” “antico avversario”, questo principalmente dipende da un lato dalla sua costitutiva liquidità, caratterizzata da un marcato eclettismo programmatico (per non dire valoriale; o per non dire “ideologico”, che permette di portare avanti al contempo il reddito di cittadinanza e il rifiuto della concessione dello ius soli) che fa sì che possa aderire, se non del tutto, almeno in parte, a differenti visioni del mondo e quindi ad essere percepito, alternativamente e da prospettive reciprocamente altre, il “male minore”; dall’altro al fatto che la sua storia politica recente ha impedito l’accumularsi di vicende traumatiche, risentimenti, successi ed insuccessi, in una parola “conflitti”, il che implica quella serenità d’animo nel votare M5S che certo non vi sarebbe qualora si trattasse di compiere scelte di segno diverso, operate cioè all’interno di uno schema più tradizionale della politica italiana. Proprio il “caso Civitavecchia” – fra gli altri, in modo lampante – lo dimostra: il Sindaco Antonio Cozzolino passa dal 18% (più o meno) al 65% (più o meno) fra il primo e il secondo turno. L’aggregazione del consenso è più che triplicata dall’adesione per dissenso e per contrasto.

La sintesi che credo se ne debba trarre è che il M5S è un “animale da ballottaggio”; questo lo sapevamo ieri, lo sappiamo anche meglio oggi. E questo è anche una (una) parte del “caso Torino”: non si è avuta (dicono molti, anche molti torinesi) una cattiva amministrazione da parte di Piero Fassino; e il buon dato del primo turno credo lo significhi, così come lo significa la campagna non particolarmente aggressiva condotta lì dai Cinque-stelle.Si è avuta – certo – la saldatura degli oppositori sul più fluido dei soggetti in campo, ma soprattutto la ricollocazione politica di settori di società (influenti) ai quali lo stesso Pd renziano ha guardato ed in verità a tutt’oggi guarda, e che – io penso – abbiano giocato un ruolo non secondario nella conquista del 40,8% alle elezioni europee.Pare una vita fa, ma non lo è.

E credo che qui s’innesti un secondo punto d’analisi, particolarmente interessante, a mio modo di vedere, perché mentre le vittorie ai ballottaggi hanno spesso, e anche in passato, più volte, hanno avuto una cifra per così dire circostanziale, quest’altro elemento ha un valore che potrebbe tramutarsi in un qualcosa di sostanziale.

La “naïvité” degli esordi, senza dubbio un motivo dell’iniziale successo, ma allo stesso modo della scarsa credibilità in materia di governo, che annoverava la comparsa sulla scena della politica di numerose “Paole” Taverna – per indicare una fisionomia particolarmente icastica di quella postura a prescindere anti-sistemica, orgogliosamente o per meglio dire programmaticamente plebea, intendendo con ciò l’esibizione, quale gesto identitario, di ciò che è pura e semplice trivialità, gretta approssimazione, turpiloquio vaniloquente – è ampiamente lasciata alle spalle. Questo è quanto comunicano tre candidature: quella di Virginia Raggi, quella di Chiara Appendino, e quella – mancata – di Patrizia Bedori, la “casalinga e grassa” – parole sue, poi ritirate, ma in prima battuta effettivamente scritte sulla sua pagina facebook – a Milano.

Virginia Raggi, questo è ciò che io credo sia suffragabile sulla base di alcuni dati biografici ben noti, e non su generiche illazioni, non è semplicemente un pezzo di “società civile”, né un pezzo di “Movimento” dal basso: è del tutto legittimamente un pezzo di potere di centrodestra che si ricolloca.

Malgrado il suo portamento da “vergine guerriera”, arrivata dal paradiso degli onesti, di coloro che disprezzano la politica che opprime il buon popolo per fustigare la Capitale dissoluta e criminale, Virginia Raggi ha una lunga storia, lunga a dispetto della sua giovane età, e lunga perché s’innesta nel tentativo di ascesa di una classe dirigente che si collocava sotto l’ombra del Sindaco Alemanno, il quale propriamente non è – saremo un po’ tutti d’accordo su questo – Nicholas Negroponte, l’ideologo della “internet new democracy”.

L’Avv. Raggi svolge il praticantato in uno studio legale di Roma tutt’altro che anonimo, un ambiente notoriamente vicino alla destra romana, quella di governo. Non lo dico io, ma chi se ne intende per storia personale e politica. Jole Santelli prima di diventare parlamentare di Forza Italia stette nello studio Previtie si espresse in proposito così: “Sono studi particolari, in cui si trattano affari importanti. Voglio dire che chi entra nello studio Previti o nello studio Sammarco è un tipo di avvocato particolare, non è uno che fa patrocinio gratuito. E che, stando dentro, acquisisce una serie di relazioni”. Nel medesimo quadro va iscritta la presidenza del consiglio di amministrazione di Hgr, società la cui parte maggioritaria è stata detenuta dall’assistente di Panzironi; quel, Panzironi: non un omonimo. Da ultima la vicenda della Asl di Civitavecchia, presso la quale Raggi svolse una consulenza esterna senza – così si apprende dalla stampa – essere registrata presso l’apposito albo.

Sia chiaro: non mi interessa qui sollevare questioni di retro sapore neoinquisitoriale: e non mi interessa in quanto mi risultano – perché sia sino in fondo chiaro – del tutto e senza riserve ripugnanti. Voglio però fare un esperimento mentale di immedesimazione orientata, per così dire; e voglio perciò ragionare come il M5S di solito fa (faceva?) nei confronti degli “altri”. E quindi così: se dovessi applicare la mentalità grillina che sino ad oggi abbiamo conosciuto, dovrei trarre dalla vicenda che ha portato Virginia Raggi al governo di Roma, le conclusioni più allarmate; dovrei invocare il sollecito intervento del tribunale del popolo del blog di Grillo, che non è stato risparmiato al Sindaco di Parma Pizzarotti, e che pare piuttosto distratto nei riguardi di Virginia Raggi. Ripeto: mi disgusta quella visione di giustizia sommaria, e non mi interessa sottolineare le eventuali opacità, quanto piuttosto mettere in ulteriore luce ciò che è invece di per sé chiaro; anche perché mi decisamente più interessante, in quanto non concerne un caso singolo, ma s’inserisce in linee tendenziali.

Tutto questo credo infatti che confermi una avvenuta mutazione: il M5S è un campo di approdo per il sottobosco politico che non è emerso (non ha fatto in tempo ad emergere) nel campo del centrodestra, oramai molto in là nel suo processo di decomposizione.

 Si prenda ora il caso di Chiara Appendino, in parte diverso ma non meno rilevante rispetto alla novità che rappresenta di quello di Virginia Raggi. Il padre della Appendino, Domenico, è stato per trent’anni dirigente ed è vicepresidente esecutivo di “Prima Industrie”, il cui presidente è Gianfranco Carbonato, che guida Confindustria Piemonte.La stessaAppendino auspica per Torino «una nuova industrializzazione», il che – con la decrescita felice di SergeLatouche, nume tutelare del grillismo primigenio– non sembra avere molto a che spartire. Inoltre ha svolto incarichi importanti (nemmeno trentenne) nel fiore all’occhiello degli Agnelli e dell’alta borghesia torinese, la Juventus.

Lo si può dire credo a ragion veduta e senza malintesio (peggio)sottintesi: Chiara Appendinoè un pezzo di establishment, di quella alta borghesia che ha votato in passato Forza Italia, che avrebbe potuto votare il Pd di Renzi (e che alle europee forse lo ha pure votato; quando si dice che alla Leopolda era pieno di “appendine e appendini” s’intende grosso modo questo) e che oggi percepisce – con indubbio acume politico, di stampo patentemente realistico, ai limiti del neomachiavellismo – che c’è un campo che esprime una rappresentanza vasta, potenzialmente maggioritaria unitamente ad una classe dirigente iniziale (quella delle Taverna, per capirci) largamente inadeguata allo scopo, e quindi si dirige verso quel campo.

E vengo al terzo ed ultimo punto che mi interessa sottolineare. Il M5S non è suo malgrado, o a sua insaputa, un puro e semplice campo di conquista; condivide e contratta gli ingressi e le uscite in ragione di una strategia i cui connotati, se non altro schematici, ci vengono suggeriti dal “caso Milano”. Del resto, il fatto che tutte le scelte rilevanti passino per la Casaleggio e Associati fa intendere che il M5S non sia un soggetto politico “scalabile”, ma una organizzazione in cui la gerarchia funzionale in rapporto alla “piattaforma” gioca un ruolo decisivo. Questo per dire che – più che un’“opa” – a mio avviso, è in corso piuttosto una “joint venture”.

Le consultazioni on-line, infatti, mitico strumento di una democrazia digitale del tutto visionaria, a Milano le aveva vintePatrizia Bedori, come tutti ricorderanno. Ora, spero di non essere frainteso, ma se mettete a fianco le fotografie di Virginia Raggi, Chiara Appendino, e Patrizia Bedori, sono certo che una qualche differenza – in termini di spendibilità mediatica dell’immagine – la noterete anche voi; e se il curriculum di Virgina Raggi brilla (anche per lacune ed omissioni…) e quello di Chiara Appendino per i trascorsi bocconiani e per le esperienze professionali, quello di Patrizia Bedori è – per così dire – un po’ più comune.

Non può passare inosservata la differenza enorme fra la “casalinga e grassa” (parole sue) e di estrazione popolare (parole mie) da una parte, e la Raggi e la Appendino dall’altra.Se volessi per un attimo riprendere l’esperimento di immedesimazione orientata, potrei esprimere, in pieno stile complottistico, un qualche dubbio in merito al “volontario” ritiro di fronte allo stress della campagna elettorale, tanto più che la Bedori è rimasta in lista candidandosi quindi al Consiglio comunale; e certo sarebbe un complotto decisamente meno cervellotico di quello delle scie chimiche, per citare un altro vecchio cavallo di battaglia che – ne sono certo – non è stato cavalcato dalle due neo-Sindache, ma diciamo pure che me la bevo, per così dire, e che Patrizia Bedoriha liberamente deciso di lasciar stare: buon per lei, a giudicare dai risultati di Milano.

Il caso ha voluto che sia stata sostituita da un avvocato trentanovenne, Gianluca Corrado, nato a Messina e – beato lui! – originario delle Eolie, il cui album di famiglia in termini di appartenenze politiche è stato recentemente ricostruito; vi invito a fare una piccola ricerca, magari a prendere visione del messaggio di congratulazioni che al candidato grillino ha inviato il quotidiano online “Notiziario Eolie”. Ne emerge un albero genealogico di notabilato politico pluridecennale, vi lascio immaginare collocato in quale campo.

Alla grande versatilità in occasione dei ballottaggi che ha caratterizzato il M5S sino ad oggi, va aggiunto – io credo – un tassello della massima importanza: il mito fondativo dell’attivista comune, dei “meet-up”, della selezione dal basso, della E-democracy, ne esce largamente ridimensionato, così come quello slogan (“uno vale uno”) che era stato alla base dell’ascesa grillina. Mi sembra infatti che qualcuno valga di più; e mi sembra valere di più chi può intestarsi la rappresentanza mediata, fosse pure solo simbolica,di segmenti sociali rilevanti, che rappresentano elementi di establishment in grado di legittimare la pretesa al governo nazionale, come a modo suo, e cioè fra il serio ed il faceto, lo stesso Grillo, ci dice.

di VALERIO MORI