Siamo all’epilogo? La strana parabola della rappresentatività democratica.

di EZIO CALDERAI ♦

Molti amici, cui si deve l’apertura (si dice così?) di un blog, che riaccende il gusto della circolazione delle idee, mi hanno invitato a dare il mio contributo.

Lo faccio volentieri, accostandomi con umiltà a quello che considero il problema dei problemi: la rappresentatività democratica e il senso della guida politica, nell’accezione più ampia, della società.

Non per mettere le mani avanti, considero inevitabile che, giunti a una certa età – nel mio caso già un eufemismo -, si rimpiangano modelli di vita e riferimenti culturali che hanno segnato la stagione della nostra giovinezza e della nostra maturità. Non siamo più in sintonia con la contemporaneità, non la comprendiamo, arriviamo addirittura a rifiutarla. Una volta si sarebbe detto: “Si stava meglio quando si stava peggio.”.

E’ proprio così?

Non c’è dubbio che risentiamo di quel condizionamento, che non può, né deve, tuttavia, impedirci di misurarci con la realtà, quella che c’è, quella in cui, ci piaccia o no, siamo immersi, uomini, donne, giovani, meno giovani.

La chiave d’interpretazione resta la politica, e il suo primato.

Esattamente quel che, a nostri tempi, è scomparso. Apparentemente.

Voglio dire che è scomparsa la politica come l’abbiamo conosciuta, strumento principe per la guida di una società organizzata, fondata sul suffragio universale e sulla separazione dei poteri: il primo relativamente recente, la seconda concepita nel ‘700 dal grande Montesquieu.

Insieme, i due principi, hanno dato vita alle grandi democrazie occidentali e la nostra generazione, dopo gli sbandamenti e gli orrori del secolo breve, li ha dati per scontati, per immutabili, eterni addirittura: la sovranità appartiene al popolo che la esercita attraverso i suoi rappresentanti.

Purtroppo, sotto il sole, non c’è nulla di eterno. Come dimostrano gli avvenimenti italiani ed europei, la rappresentatività è andata in pezzi, per far posto a movimenti che rifiutano ogni appartenenza politica tradizionale, interpreti di un individualismo irrazionale, privo di solide basi culturali, capace soltanto di fare appello, specie in coincidenza di una crisi economica lungi dall’arrestarsi, a categorie indistinte: cambiamento (quale?), rottamazione (con quali criteri?), chilometro zero (nel mondo globalizzato odierno?), cancellazione delle grandi opere e del modello industriale (come? se pretendiamo sempre maggiore mobilità e consumiamo sempre maggiore energia). Potrei continuare all’infinito. Solo slogan, intrisi della demagogia più deteriore, privi di qualsiasi progettualità. Un rivendicazionismo insensato.

“Quando la Società soffre, sente il bisogno di trovare qualcuno cui attribuire il suo male, qualcuno su cui vendicarsi della sua delusione.”. Non ricordo dove l’ho letto, il nome dell’autore, ma il concetto, espresso in questa brevissima frase, mi è rimasto impresso, riflettendo la condizione in cui viviamo.

Una trasmissione radiofonica, che ascolto volentieri al mattino, si apre con un aforisma. Un attore dice e recita, più o meno,“Volete la verità, noi non ve la daremo mai la verità, cercatela dentro di voi, è l’unico posto dove la potete trovare, noi vi diremo solo cazzate, tutte le cazzate che vi aspettate di sentire”.

Eppure, sarebbe sbagliato sottovalutare i movimenti che si stanno affermando in Europa. Essi sono pur sempre espressione di sentimenti popolari e sicuramente non sono responsabili del disordine di cui la società è in preda da anni.

Certo la politica tradizionale ci ha messo del suo. I suoi rappresentanti sono sempre più squalificati, ne hanno fatte, e continuano a farne, di tutti i colori, ma un’altra e più grave è la loro responsabilità: aver rinunciato a guidare la società per lasciandosene guidare.

La politica è morta, allora?

Neppure per sogno. La politica non tollera vuoti. Se la società non è guidata dai rappresentanti dell’ordinamento democratico, lo fa qualcun altro. Non si delegittima la rappresentatività democratica se non se ne vuole prendere il posto.

Con buona pace dei movimenti individualisti e di protesta e dei politici di vecchio conio, da anni la società è guidata dalle grandi burocrazie, dai gruppi d’interesse, a cominciare dalla finanza, che hanno trasformato i cittadini in consumatori. Sudditi, in altre e più chiare parole.

Non so se agli amici di Spazio Libero faccia impressione, come la fa a me, che in questo benedetto Paese la stampa, salvo rarissime e insignificanti eccezioni, sia nelle mani di grandi gruppi d’interessi e non di editori puri, e liberi.

Siamo all’epilogo, dunque? Non saprei dirlo, ma non sono ottimista. So solo che “il sonno della ragione genera mostri”, un concetto che ha attraversato tutta la civiltà occidentale. Inascoltati, da Sofocle ad Hannah Arendt, l’hanno detto in molti, ma nessuno con la potenza espressiva di Francisco Goya nella straordinaria e omonima acquaforte conservata al Museo del Prado.

Non bastassero quelli del secolo breve, ai nostri tempi, il sonno della ragione ha generato mostri orribili. In una società che ha trasformato i desideri in diritti, dove alligna la presunzione demenziale da parte dei viventi che la loro esistenza, uno sputo, mi si passi il termine, coincida con le sorti del Mondo, cancellando millenni di civilizzazione e senza riflessione alcuna sul futuro, la demagogia e l’espansione senza limiti delle velleità individuali la fanno da padrone.

Le conseguenze sono evidenti: il disordine. Ma in pochi le vedono.

Si legge in un passo de “La Repubblica” di Platone:

“Quando un popolo, divorato dalla sete di libertà, si trova ad avere a capo dei coppieri che gliene versano a sazietà, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati despoti. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di lui,  che i giovani pretendano gli stessi diritti, le stesse considerazioni dei vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della libertà, non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia.”

Sono passati 2.500 anni e nessuno potrebbe scrivere meglio.

di EZIO CALDERAI