Quando i profughi eravamo noi: Svizzera 1943

di DARIO BERTOLO ♦

Ore 20. Una sera come tante , la tavola apparecchiata , la cena pronta e il televisore acceso. Due ragazzi distrattamente guardano le immagini che con solita ripetitività ci riportano a drammatici sbarchi di migranti, o almeno di quei pochi che sopravvivono, di gente che scappa con le poche cose che riesce ad accattare, di persone in fuga perenne. Le solite parole, la solita fastidiosa ipocrisia.

Ci sono due conseguenze tragiche a tutto questo. Una è l’assuefazione, l’altra è l’indifferenza. Entrambe padrone indiscusse dei nostri giorni.

Eppure uno dei due ragazzi, improvvisamente osserva con attenzione. Sembra quasi prendere coscienza che quegli occhi sbarrati su una scialuppa, le mani aggrappate all’acqua salata e tutti quei lenzuoli bianchi sugli scogli non fanno parte di un reality televisivo, né tantomeno di un videogioco dove tutti muoiono e nessuno muore davvero.

Guarda il padre e comincia a chiedere. Alcune sono domande scontate, altre meno. Difficile capire il confine tra curiosità o voglia di capire. Una, in particolare, sorprende perché coglie un diverso aspetto, effettivamente poco considerato e noto: quello dei profughi italiani nella storia. Tutto sommato è una identificazione banale, come però dargli torto?

Al ragazzino che domanda ma non capisce fino in fondo, il padre proverà a raccontare e ripercorrere alcuni tragici fatti avvenuti in tempi non tanto remoti, e cercherà di farlo non solo attingendo alle proprie reminiscenze scolastiche ma anche con i pochi e misconosciuti approfondimenti storici in suo possesso. E , nello stesso tempo, si illuderà di essere ascoltato anche dalla moltitudine di persone che ogni momento assistono alla tragica rappresentazione universale delle bassezze umane , autoconvincendosi che è qualcosa che non potrà mai riguardarli. Per ora.

Accadimenti nella neutrale Svizzera. 8 settembre 1943, data dell’armistizio.

“ Dai confini lombardi decine di migliaia di persone cercano all’epoca rifugio oltre confine: uomini, donne e bambini senza più casa o lavoro in fuga dalle devastazioni o dalle persecuzioni , soldati, antifascisti, prigionieri di guerra evasi, ebrei ghettizzati dal regime. Solo tra il 16 e il 17 settembre del 43’, dopo che le autorità tedesche di occupazione ordinarono l’obbligo per i militari italiani di presentarsi nelle caserme , 13.000 persone riescono, attraverso viaggi spesso al limite della sopportazione, ad entrare in Svizzera. Le autorità elvetiche già dai giorni successivi inaspriscono i controlli . Il timore è che i profughi italiani, in un numero elevato, possano causare problemi di ordine pubblico. In realtà è la componente razzista e una certa insofferenza a determinare la scelta, nei sei mesi successivi ,di negare il visto a circa 10.000 profughi quasi tutti civili .Molti dei quali riescono clandestinamente a varcare i confini, con il rischio di essere arrestati e , in alcuni casi, deportati. In totale, durante la Seconda guerra mondiale trovano rifugio in Svizzera circa 29.200 militari e 14.600 civili italiani. Un numero considerevole se solo paragonato a quello dei profughi di oggi. Ma non è solo durante la seconda guerra mondiale che la Svizzera si guadagna, nell’immaginario collettivo del tempo, la fama di terra d’asilo. Probabilmente per la sua conclamata neutralità, anche nell’ottocento alcuni importanti figure del nostro Risorgimento trovarono rifugio oltralpe. Lo stesso Mazzini, Carlo Cattaneo, Garibaldi e , paradossalmente, lo stesso Mussolini tra il 1902 e il 1906 , per le sue idee socialiste troppo rivoluzionarie per il tempo.

Dopo la Prima guerra mondiale, le autorità elvetiche revisionano in maniera significativa le politiche di asilo fino ad allora assai tolleranti. I motivi sono diversi, e derivano soprattutto da timori verso una crescita massiccia e incontrollata della popolazione straniera. Tra questi gli ebrei della Europa Orientale e le etnie Rom, ritenuti troppo pericolosi per la compassata e inquadrata comunità svizzera.

Anche l’attività politica dei profughi è soggetta a rigidi restrizioni. I socialisti Pietro Nenni e Giuseppe Modigliani ,oppure il comunista Palmiro Togliatti, espulso della Svizzera nel 1929 così come successivamente accadde allo stesso Sandro Pertini.”

Ciò che l’esperienza e la storia insegnano è questo: che uomini e governi non hanno mai imparato nulla dalla storia, né mai agito in base a principi da essa edotti.
(Georg Wilhelm Friedrich Hegel)

“ Per una sorprendente analogia con quanto sta accadendo nei giorni nostri , la presenza di una numerosa colonia di italiani fu motivo di forte preoccupazione da parte delle autorità svizzere, che temevano potesse diventare terreno di scontro politico e sociale. Il tutto visto con buon occhio dalle autorità fasciste che evidentemente cercavano di organizzare gli emigranti in funzione degli interessi politici di Roma. Con l’approssimarsi della guerra e soprattutto dopo il 1940, quando la Svizzera si trovò circondata dalle potenze dell’Asse le disposizioni di accoglienza per i profughi diventarono assai più restrittive . Per quelli che non avevano ormai più la prospettiva di lasciare in tempi brevi il paese, la Confederazione istituì dei campi di lavoro, i quali nel volgere di alcuni anni furono sostituiti progressivamente da una fitta rete di centri di accoglienza, destinata a dare la possibilità di un maggior controllo del flusso migratorio e nel contempo degli stessi profughi , il cui numero cominciò a crescere rapidamente nel 1942. Per facilitare la sorveglianza, i rifugiati italiani furono internati in piccoli campi di lavoro situati nella Svizzera tedesca, generalmente in aree rurali e comunque lontane dai centri abitati o dai villaggi limitrofi. Soprattutto nei primi mesi vi furono talvolta delle tensioni tra i profughi, la popolazione locale e i militari svizzeri addetti alla sorveglianza. Questo fu soprattutto causa di una sempre più crescente intolleranza etnica, fomentata da fazioni politiche autarchiche che , facendo leva sulla componente razzista molto radicata tra il ceto medio e borghese della comunità, provocò frequenti episodi di violenza e di emarginazione.

Pur tuttavia, con il mutato corso della guerra e una diversa politica razziale, probabilmente anche frutto di convenienti calcoli politici (onnipresenti in tutte le epoche e situazioni) , dal gennaio del 1944 varie centinaia di rifugiati i italiani, perlopiù militari, furono autorizzati a frequentare alcuni corsi universitari o di formazione. Questo contribuì, in parte, all’ insediamento in pianta stabile di una comunità italiana la quale , negli anni a seguire, si integrò perfettamente nella società elvetica. Di contro ,anche se in misura minore , una parte dei profughi civili venne internata in campi di lavoro e impiegata in opere di dissodamento o nella costruzione di strade e sentieri. Un regime di semilibertà mal celato che comunque causò decine di casi di soprusi e centinaia di morti per stenti e malattie.

Infine va ricordato che , tra le molte personalità che trovarono rifugio in Svizzera dopo l’armistizio, una tra tutte attraverso il suo “diario dell’esilio” ci ha fornito una preziosa testimonianza della storia dei profughi italiani: Luigi Enaudi, il quale fu , dal 1948 al 1955 Presidente della Repubblica italiana. Proprio a Lugano, nel 1944 aderisce al “Movimento Federalista Europeo”, fondato da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, e scrive un saggio intitolato “I problemi economici della federazione europea (Lugano, 1944)” nella quale, con antesignana lungimiranza , imposta i termini economici di quella che oggi è la politica monetaria dell’Unione e del mercato globale. La maggior parte dei profughi rientrò in Italia solo a partire dalla fine di giugno del 1945, dopo che gli Alleati ebbero controllato minuziosamente gli elenchi degli internati forniti dalle autorità elvetiche.”

Questo è il freddo resoconto dei fatti che i libri e la memoria ci consegnano, dice terminando il padre.

Il ragazzo ora sembra , paradossalmente, capire ancora meno. E’ disorientato. Nella sua idea di mondo moderno, si chiede ,come possono accadere eventi così’ drammatici e, a distanza di anni, permettere che si ripetano?

Non c’entra il colore della pelle, o il luogo da dove si scappa. Non c’entra nemmeno il motivo. Quello che veramente conta è il perché continuiamo a non imparare mai niente dagli sbagli passati, soprattutto quando le vittime di quegli sbagli fummo noi.

“Studia il passato se vuoi prevedere il futuro.” ( Confucio)

Come nel caso dei profughi italiani di Istria e Dalmazia, un’altra storia drammatica, dolorosa e colpevolmente dimenticata le cui cicatrici ancora non sono del tutto guarite.

E che non dobbiamo vergognarci a ricordare. Lo faremo presto.

di DARIO BERTOLO