In piena coscienza alle riforme costituzionali voterò SI.

di PIERO ALESSI ♦

Sarò sincero. Mi sono sforzato di esserlo sempre nella mia militanza politica. Ho maturato la convinzione di votare SI al referendum sulla riforma costituzionale. Alcune delle ragioni di questa mia scelta le ho trovate negli assunti di chi sostiene il NO. Mi riferisco a coloro i quali hanno prodotto tesi che non mi sento di sottovalutare e che non considero affatto né peregrine e né strumentali. Si tratta di argomenti robusti ma non abbastanza da convincermi a smarrire una formidabile occasione per dare uno scossone all’impalcatura di uno Stato che non brilla per efficienza. Lo schieramento del NO è variegato e, con rammarico, vi sono anche posizioni che nulla hanno a che vedere con le ragioni che sottendono il Referendum. D’altra parte anche nel fronte del SI vi sono state forzature strumentali. Sarebbe un bene per il Paese dar vita ad un confronto sereno e di merito.

Prima questione da togliere dal tavolo: il rischio di una deriva autoritaria di antica memoria e l’accusa di portare oltraggio ai valori fondanti della nostra Costituzione. La riforma votata , come prevede l’art.138, dai due rami del parlamento in ben sei letture non riguarda i principi fondamentali che rimangono intatti nella forma e nella sostanza. Quei principi fanno dalla nostra Costituzione una delle più avanzate del mondo. Quei principi sono inossidabili. Il tempo che passa, le modificazioni socio politiche e geopolitiche non scalfiranno neppure in superficie ciò che in essa viene affermato in tema di diritti e di libertà con rigore  e precisione. Una seria discussione deve partire da questo riconoscimento. Si possono condividere o meno le proposte di riforma ma esse non rappresentano, nemmeno alla lontana,  un pericolo per la democrazia. Se un rischio vero, per la nostra democrazia, avanza in Europa questo è dato dalla crescita in vari Paesi di nazionalismi, populismi e xenofobia. Ma, torniamo alle modifiche che vengono proposte. La più discussa riguarda il passaggio da un sistema di Bicameralismo “perfetto o paritario” ad uno che viene definito “differenziato” . Cioè i compiti delle due Camere saranno diversi. La Camera dei Deputati si occuperà delle questioni di preminente interesse Nazionale e il Senato delle Autonomie sarà il raccordo tra i territori e le politiche nazionali. I senatori diminuiranno sensibilmente di numero ( da 315 a 100) e non avranno diritto a indennità particolari per la loro funzione. Saranno scelti in seno ai Consigli Regionali e tra i Sindaci. Vi è un preciso impegno, che si auspica venga rispettato, a modificare la legge elettorale per consentire una scelta diretta da parte dei cittadini dei Consiglieri Regionali che andranno a far parte del Senato. La questione del Bicameralismo perfetto e del suo superamento ha appassionato il dibattito degli ultimi trent’anni con sei commissioni bicamerali che negli anni hanno cercato di risolvere quella che da tutti è stata ritenuta un anacronismo. Molti degli intellettuali che sostengono le ragioni del NO si sono battuti nel tempo per una totale abolizione del Senato; non è stato del tutto abolito ma si è finalmente usciti dalle secche di una discussione infinita. Ricordo a me stesso che la questione del bicameralismo e degli obiettivi impacci che ciò creava ad una rapida discussione delle leggi è stato argomento di riflessione per tanta parte della sinistra storica. A ciò si aggiunga il fatto che si prevede di inserire in Costituzione la discussione e l’approvazione delle leggi di interesse governativo in 70 giorni, cioè a data certa. Lo snellimento è indubbio. Per quanto riguarda l’autoritarismo che ne deriverebbe non risulta che tutti gli altri Paesi occidentali che hanno un affermato bipartitismo ed una sola Camera alta siano schiacciati da regimi dittatoriali. Molti di essi vengono spesso citati come esempio di democrazia e libertà. E’ del tutto evidente che i nostri padri costituenti avevano, oltre che un terribile recente passato,  ben altro contesto di fronte, a partire dalla guerra fredda e il mondo diviso in blocchi. L’Unione Europea era molto di là da venire. Ancora sul tema dell’efficienza: la divisione dei compiti e un deciso intervento sull’art.117 consentirà un intervento su temi di cruciale interesse nazionale molto più efficace e coerente. Lo Stato si riapproprierà proprio di quelle politiche che la stessa Costituzione considera essenziali e che non si giovano di legislazioni regionali che possono contraddire proprio i principi fondamentali che la stessa Costituzione vuole salvaguardare. Per ultimo, la nostra Costituzione a partire dal 1963 ha subito vari interventi e varie modifiche. Non è quindi vero che è rimasta tal quale era nel 1948. E’ questa invece la prima volta che oltre al voto del Parlamento si richiede un preciso pronunciamento del popolo italiano. La scelta non è tra Democrazia e autoritarismo. E’ tra riforma o conservazione. Si va avanti oppure si restituisce la discussione ad altre commissioni per i prossimi trent’anni? Sono il primo a dire che forse non è perfetta, che forse si poteva fare meglio, che certamente non corrisponde a quello che io avrei voluto. Il punto è proprio questo. Una riforma Costituzionale non può che essere una mediazione tra punti di vista diversi. Penso che avremo modo in futuro di migliorare ancora la nostra Costituzione  e di rendere il funzionamento del nostro Stato più aderente ai cambiamenti sociali. Oggi mi pongo il problema di non perdere una occasione che, mentre lascia del tutto inalterata la qualità della nostra democrazia, affronta con determinazione l’organizzazione dello Stato in termini di maggiore dinamismo. Mi auguro che vi sia un franco e aperto confronto di idee che aiuti le persone a votare con la necessaria consapevolezza e che non si scivoli in un violento scontro politico che inevitabilmente terrà fuori dalla porta il merito delle questioni.

Per quanto mi riguarda in piena coscienza voterò SI.

di PIERO ALESSI