Mitologia della mia generazione: Er Guercio

di ROBERTO FIORENTINI ♦

 Perché lo chiamavano Guercio non l’ho mai capito. Gli occhi ce li aveva tutti e due e , a quanto ne so, ci vedeva benissimo. Però tutti lo chiamavano Guercio e così lo chiamavo anche io. Qualche volta , proprio per distinguermi un po’ , lo chiamavo Pietro, che era il suo vero nome, ma lui non se ne avvedeva. Era la stessa cosa, non gli importava come lo chiamavi. Del resto sembrava non importargli niente di niente. Una volta glielo chiesi: “Guercio, ma perché tutti chiamano così ? “ E lui, col solito sorrisetto stupido in viso: “non lo so , non me lo ricordo, mi sa che era il nome che c’avevo quando facevo il pirata “. Ecco , questo era Pietro , detto er Guercio.

Lo conoscevano tutti. Che lavoro facesse e se lavorasse non è che si sapesse benissimo. Qualche volta arrivava sporco di calce. Probabilmente lavorava in qualche cantiere. Mi pare si dicesse che era un bravissimo imbianchino. Di origini socio-economiche decisamente modeste, Pietro era benvoluto e amico di tutti, nonostante non fosse precisamente quello che si definisce un amicone. Era schivo, non era quel genere di persone tutte pacche sulle spalle e grandi risate. Sempre sorridente, con una faccia da Pippo – quello di Topolino – e vestito sempre nello stesso modo   ( superga/ jeans/ maglietta bianca ), er Guercio era una specie di personaggio a fumetti, messo , a forza, in un film di attori in carne ed ossa. Si vedeva che era diverso, faceva un po’ ridere ma spargeva , attorno a se , una specie di polverina poetica che lo rendeva simpatico a chiunque. La sua caratteristica era una sorta di disincanto ironico. Sembrava prendesse tutto alla leggera,quasi fosse una specie di maestro zen. Anche se, sentendosi definito così, avrebbe riso per mezz’ora.

Sulle sue gesta giravano numerose leggende metropolitane. Ad esempio si diceva che avesse assistito al leggendario rogo della vespetta , scoppiato quando un nostro amico , per controllare se nel serbatoio ci fosse miscela , accostò lo zippo acceso, prestatogli proprio dal Lercio, rimettendoci le sopracciglia. Io non lo so se è vero. Ma entrambi me lo hanno raccontato varie volte, spesso con evidenti modifiche nel testo.

Giravano altre leggende, però. Si diceva che riuscisse a rollare una canna, in tutte le sue fasi ( compresa l’operazione di scaldare il fumo con l’accendino ) , con una sola mano , in tasca al giaccone di panno blu da marinaio – che era il capo invernale che si aggiungeva alla divisa di cui vi ho già parlato – tirandola fuori solo per leccare il lembo della cartina con la colla. Impossibile, dite ? Beh, magari non ci crederete, ma l’ho visto con i miei occhi. Si diceva che una volta, visto che al Traiano, dove si riuniva l’omonima comitiva, ci si annoiava, si arrampicò , a mani nude, fino al terzo piano del Palazzo della Finanza, che è proprio di fronte. La scalata attirò ben presto le attenzione di numerosi finanzieri, che cominciarono a gridargli, da sotto:   scendi, vieni giù , ma che sei matto… e che poi, quando finalmente scese, dopo essersela goduta a farli strillare per una buona mezz’ora, non ebbero il cuore di fargli niente e lo mandarono a casa con soltanto una sonora lavata di capo. Leggenda, anche questa, dite ? Beh, io c’ero e vi posso assicurare che è andata proprio così.

Non so che elezioni fossero , probabilmente le Politiche del 1983. C’erano ancora la DC e il PCI, quasi alla pari e il PSI che faceva da ago della bilancia. Gli chiesi : “ Guercio, ci sei andato a votare ?”  E lui: “ Certo “ . “ E per chi hai votato ? “ dissi. “ Non ho votato per nessuno “ , rispose. “ Come sarebbe ? “  Pietro ridacchiò a lungo, con una risatina che sembrava davvero lo “yuk yuk” di Pippo e ne accresceva, sorprendentemente, la somiglianza con l’amato personaggio dei fumetti. Quindi rispose:  “ C’ho scritto così : io non posso votare perché sono un pellicano “.  “ Ma tu non sei davvero un pellicano,quindi perché non hai votato ? “ replicai io. E , senza ammettere più alcuna osservazione , mi liquidò così: “ Ma quelli mica lo sanno che io non sono un pellicano “. Beh, effettivamente non potevano saperlo.

L’ultima leggenda si svolge in un polveroso campo di calcio parrocchiale. Gioca la squadra della nostra comitiva contro quella di un altro gruppo di amici. Io e il Guercio siamo nella stessa squadra, lui a porta ed io in difesa. L’azione ristagna nella metà campo avversaria. Lo guardo. E’ appoggiato ad un palo e sta fumando una sigaretta. “ Non dovresti fumare mentre giochiamo “ gli dico. Ridacchia. Con lo sguardo seguo il gioco e gli volto le spalle, sento la sua risatina dietro di me.  “ Sono quasi cinque minuti che stanno sotto l’altra porta, ce l’abbiamo sempre noi, Vinicio non passa mai a nessuno… “. Continuo a chiacchierare , poi la palla viene verso di noi : “ Oh, Guercio, arrivano… oh, eccoli… “. Ma Pietro non risponde. Lo chiamo ancora, sempre seguendo con lo sguardo l’azione che si avvicina alla nostra area, sollevando un polverone. Mi volto per capire perché non mi arrivi alcuna risposta e la porta è vuota. “ Pietro… Pietro… dove diavolo sei ? Oh , ragazzi, er Guercio è sparito, fermate il gioco“, grido , per farmi sentire da tutti. Il gioco si ferma e tutti attaccano a chiamare il Guercio, che non risponde. E’ scomparso. Nessuno l’ha visto andare via. Qualcuno si arrabbia, volano brutte parole, qualche spintone. Ma appena gli strilli si quietano, si sente, chiarissima , la risatina del Guercio. Viene dall’alto. Infatti dietro la porta c’è un grosso albero,  alto almeno una decina di metri. Lui è lassù, a cavalcioni di un ramo. Tutti lo vedono e scoppiano a ridere. La partita finisce così. Qualcuno raccoglie la palla e , ridendo, tutte e due le squadre raggiungono gli spogliatoi , lasciando Pietro a ridacchiare sull’albero.

Poi si diventa grandi e ci si perde di vista. Con qualcuno si resta in contatto, con altri no. Er Guercio fu uno di quelli che sparirono dalla mia vita. Quando ho saputo,qualche anno dopo, che era morto per colpa di un grave scompenso cardiaco, non ci ho creduto alla sua morte. Per me era ancora sull’albero, al tramonto, a cavalcioni di un grosso ramo, che guardava di sotto, ridacchiando come uno scemo.

di ROBERTO FIORENTINI