A proposito di arditi

di CLAUDIO GALIANI ♦ Enrico Ciancarini ha sollevato un tema interessante, che per la parte storica è pienamente condivisibile.
Non ci sono dubbi che il fenomeno dell’arditismo è uno dei pochi elementi della storia cittadina, forse l’unico, che in quella fase ha assunto un rilievo nazionale e in qualche modo esemplare.
Sicuramente, un approfondimento storiografico consentirebbe di far emergere ancora meglio i caratteri della Civitavecchia del Novecento, in particolare di quella popolare e di sinistra.
Sotto questo aspetto, è auspicabile che Enrico possa mettere a disposizione quanto prima i risultati delle sue ricerche.
E’ anche utile che si eserciti un’attività letteraria e di recupero culturale, che sappia trascrivere alcuni tratti distintivi dell’anima popolare cittadina di quell’epoca: l’ istinto generoso e solidale, il forte attaccamento alla città, l’ orgoglio popolare nutrito di ideali di riscatto, che hanno dato nobiltà e forma ad una vitalità altrimenti destinata a rimanere primitiva e rissosa.
Sottoscrivibile è anche l’invito a dedicare una via alle vittime della violenza fascista di quegli anni.
La domanda è: perché non si è creata un’epica dell’arditismo nel dopoguerra cittadino?
Al momento possiamo solo formulare ipotesi. In pillole, ne tento una.
Non ce n’era bisogno.
Anzi, il problema della sinistra, in quel momento, era esattamente l’opposto.
L’estremismo e il radicalismo, la sua vena anarchica, era una componente forte del movimento operaio locale, trasversale ai partiti della sinistra.
Di fronte agli enormi problemi della ricostruzione, una sinistra togliattiana, che voleva formarsi e proporsi come classe di governo democratica, non poteva che rimuovere e marginalizzare le correnti radicali, che erano tra l’altro minoritarie e storicamente perdenti.
Sul piano simbolico, un generico antifascismo era più utile per costruire i miti unificanti e la prassi di una giovane democrazia che muoveva i primi passi.
Le forme di estremismo politico degli anni ’60, nate fuori della tradizione storica del movimento operaio cittadino, potevano guardare con simpatia a quell’esperienza, ma non avevano alcun modello da ricavarne.
La memoria dell’arditismo è rimasta perciò un filone sotterraneo e inespresso.
Qui sorge il mio dubbio.
Credo che sia lontano dalle intenzioni dell’autore, ma in qualcuno potrebbe nascere l’idea che il recupero di quella tradizione possa avere una funzione: restituire identità e vitalità ad una sinistra in preda a smemoratezza e confusione.
Dubito che un uso astratto della dialettica fascismo-antifascismo, al fine di recuperare un senso al conflitto politico dei nostri giorni, possa aiutarci ad andare avanti.
Fermo l’alto valore morale e civile della Resistenza, attenti a non fissarci su schemi politici, che limiterebbero la nostra lettura delle cose.
Sappiamo bene che la violenza, l’oppressione, lo spirito autoritario assumono sempre nuove forme, all’inizio difficili da decifrare. Quali sono oggi i rischi per la democrazia? La lezione della storia serve anche ad offrire miti, ma soprattutto a renderci pronti a capire da dove vengono le nuove opportunità e i nuovi pericoli. Più che le analogie, dobbiamo mettere a fuoco le differenze.
A proposito dell’arditismo, attenti alle false rime, perché era l’opposto del populismo.
Pur in un contesto tragico, affermava il primato del popolo e della politica, non la sua passività.

di CLAUDIO GALIANI

Sull’argomento: “Arditi del popolo, una memoria cancellata”