Sarà ciò che avremo voluto!

di PIERO ALESSI ♦

Facendosi largo tra i cumuli d’immondizia, i cassonetti maleodoranti, un asfalto trapuntato, fonti di acqua non proprio sorgiva ad ogni angolo, disoccupazione, marginalità, sottosviluppo e cultura stracciata vi è una città positiva sulla quale gettare lo sguardo e alla quale rivolgersi. Non occorre una vista particolarmente acuta ma serve di squarciare quel tessuto a grana grossa che davanti agli occhi impedisce una recezione della realtà. E’ un tessuto filato con  auto-referenzialità,  arroganza e presunzione in una piccola stanza buia e senza finestre alla quale è interdetto l’accesso. Così, presi dall’euforia di aver abbracciato un impensabile potere e confusi dal piacere orgiastico di disporre degli altri e delle loro vite, la setta dei locali tessitori sceglie la cecità. Cosa importa se togliendosi le bende dagli occhi vi è in città chi ha fior di competenze per affrontare le specifiche emergenze che stanno trascinando a fondo la nave. Si dovrebbe avere un tasso di umiltà ed una disponibilità al confronto che non è la cifra della attuale Amministrazione. Meglio affidarsi a curriculum estranei, anche se privi di quell’ingrediente che rende ogni competenza utile. Si parla di amore e di passione civile. Sono sentimenti che non si improvvisano. Devi aver giocato nei vicoli di questa città, magari quando vi erano ancora residui dell’ultima guerra, devi aver passeggiato e amoreggiato all’antemurale o a Borgo Odescalchi, devi aver fatto politica rischiando del tuo, devi aver studiato nelle nostre scuole, devi aver respirato per un certo numero di anni il nostro iodio, devi aver riso per i successi dei tuoi amici e sofferto per i tanti che non ci sono più. Questi ed altri elementi ben dosati e shakerati assieme possono costituire il terreno fertile per il fiorire di quei sentimenti che se non accompagnano le competenze, reali o presunte, ne sterilizzano gli effetti. Quale amore o interesse può nutrire un professionista o un amministratore, anche serio, per una città che vive come estranea e qualche volta persino come nemica? Senza un profondo senso di appartenenza alla comunità non vi è alcuna scelta che presenti una certa complessità che possa andare a buon fine. Si semina, come è accaduto e accade, divisione e talvolta persino odio. Questa linea di condotta ha già prodotto danni gravi per sanare i quali serve ben altro che chiusure settarie. E’ lecito però giunti prossimi ad un punto di non ritorno auspicare una rivolta civile. E’ lecito attendersi che le energie migliori della città si sollevino, escano da un torpore durato troppo a lungo. Il declino di questa martoriata città dalle enormi potenzialità deve essere fermato da una generale e collettiva presa di coscienza. E’ tempo che la comunità, nel suo più vivo e pieno significato, riprenda in mano il proprio destino. E’ tempo che si riaffermi una Amministrazione che abbia come linea guida quella del buon padre di famiglia e si deponga una spada vendicatrice che peraltro, agitata alla cieca, sembra più orientata a far danno ai cittadini. E’ tempo che le porte di Palazzo del Pincio si aprano. E’ però anche tempo che ciascuno si assuma sino in fondo le proprie responsabilità. Quando si giunge al punto in cui siamo appare difficile stabilire una esatta demarcazione tra colpevoli e innocenti.  Non convince una visione che individua una indistinta politica degenerata ed una altrettanto indistinta società civile che guarda, a qualche metro dal cielo, dall’alto della propria purezza, gli avvenimenti.  La verità dolorosa è che ciò che abbiamo di fronte è il frutto di cattiva politica, di una società civile che non ha saputo svolgere con equilibrio il proprio ruolo, di cittadini disattenti e talvolta persino complici più o meno consapevoli. Dunque, se vogliamo uscirne si deve abbandonare con decisione la via dell’uno contro l’altro armati. Si devono affrontare le cose con un rinnovato spirito di comunità. Chi ha maggiore responsabilità e ruolo lo eserciti se ne è capace. Diversamente chi semplicemente vuole vivere in una città migliore deve armarsi di volontà, di pazienza, di determinazione e deve cercare non la via più breve ma quella più faticosa. La via faticosa è quella della condivisione, dell’ascolto; è quella dove si incontrano le diversità; è quella della costruzione di un serio progetto per una città che merita di più e che può avere molto di più. La via faticosa però è anche quella dove ci si mette la faccia, ci si espone senza reticenza e se è il caso ci si batte senza quartiere. Come sempre non dipenderà da altri. Ciò che sarà è quello che avremo voluto che sia.

di PIERO ALESSI