Eccomi

di TOTO MARUCCIO ♦ L’invito rivoltomi a partecipare ad un dialogo tra noi, ha fotografato una mia aspettativa come quella di tutti coloro (e sono tanti) che avvertivano questa comune necessità.

Sto scrivendo con l’incombenza delle tragiche notizie degli attentati di Bruxelles. Ancora non ho fatto il callo al dolore reiterato, e con il quale conviviamo, degli attentati. E’ il senso della precarietà, ormai diffuso, a costituire il vero problema dei giorni che stiamo vivendo, dal quale non possiamo e non sappiamo difenderci, annaspando nella tuttologia delle ipotesi e delle conseguenti previsioni.

Parlare di Civitavecchia appare quasi irriverente di fronte alla gravità degli avvenimenti di portata universale che la Storia ci sta rappresentando, spogliata di ogni orpello, in tutta la sua nudità e crudezza.Ma, direbbe il poeta, tant’è!

Sta accadendo di tutto perchè nulla di saggiamente costruttivo è stato fatto ed è necessario uscire dal torpore e dalla supina accettazione dei comportamenti non condivisi: il modo, poi, lo vedremo e lo approfondiremo! Per fare ciò non possiamo che partire dalle nostre cose.

Il silenzio della politica cosidetta tradizionale è, comunque, il silenzio della comunità e ne è l’inevitabile riflesso. Ma questo non giustifica l’inazione dei comportamenti e l’inerzia delle idee.

Non vorrei che al confronto si sia sostituito il timore derivato dalla scoperta di essere minoranza e che,da questo, sia scattata un’ operazione numerico quantitativa a scapito della qualità. Siamo vissuti in una epoca fortunata ove le nostre coscienze si sono formate nella bambagia della tranquillità assicurataci dalla pratica ed operativa democrazia settantennale! Ad essa ci simo abituati, forse, non avvertendo più gli stimoli che invece ne erano alle origini ed abbiamo pensato, un pò tutti, di viverne subendola! Ma alla democrazia bisogna allenarsi e, come nello sport, gli allenamenti non vanno subiti, ma imposti e interpretati. La democrazia va difesa, anche e soprattutto con la forza delle idee, proponendole, avanzandole e condividendole nell’interscambio della reciprocità e del suo rispetto.

Qualcuno ha evidentemente male interpretato l’uso dei mezzi che il progresso ci ha messo a disposizione nella naturale evoluzione dettata dall’avanzare dei tempi. L’uso indebito ed improprio dei network, facebook ecc. ha ,forse, contribuito a creare confusione laddove anche la politica ha finito per avvalersene ed, indebitamente, qualcuno ne ha tratto vantaggio.

Questo nostro incontro deve essere caratterizzato da un preciso intento che è quello di confrontarci nel convincimento dell’arrichimento reciproco che ha un unico padrone:l’umiltà intellettuale.

Ho preso atto di quanto scritto da Fabrizio Barbaranelli nel suo “manifesto”, che così definisco senza inflessione ironica ma per larga condivisione.Ha fatto riferimento ad Umberto Eco.

La grandezza di un pensiero è proprio quella di esprimere il senso delle cose e così è per la frase pronunciata da Umberto Eco. Non un giudizio sommario ed ingeneroso, caro Fabrizio, perché non vi è in esso alcuna offensività o cinica riflessione.

L’urlo, l’insulto e la prevaricazione si sono materializzati nella violenza di un mezzo adoperato con costante pervicacia, non per ferire,ma per uccidere. E’ la libertà dell’incontro e del confronto la vittima designata. Nulla di più.

Temo, infatti, ciò che non posso controllare, vedere,toccare o sentire, essendo sensazioni figlie del confronto tattile, ove anche la miopia più accentuata non impedisce il riconoscimento e l’individuazione. “Facebook, nel suo uso distorto…” come correttamente scrive Fabrizio, rischia di diventare un luogo in cui vengono usati tutti i mezzi per aver ragione di un” interlocutore”.

Il problema è proprio questo, essendo venuto meno “l’interlocutore” ed essendo sparita una cultura che permeava, comunque, il mondo di ingiustizie ma forniva elementi di riconoscibilità, punti di riferimento identitari. Il povero come povero,così come il ricco, il bello o il brutto, il malfattore e il santo.

Facebook ha imposto un nuovo modello offrendo a tutti la possibilità del nascondimento, della irriconoscibilità, la legittimazione dell’evasione dalla flagranza e della imboscata. Ognuno diventa attore di se stesso. Questi attori senza scuola si sono impossessati del proscenio e dettano i tempi e le battute, obbligandoci a riflessioni come queste od altre, facendoci diventare politologi, sociologi, approfonditologi con le stesse tecniche da bar allorchè si parla di nazionale o di Lazio e Roma. Il giocattolo della comunicazione è dato a tutti e tutti lo usano.Le porte del Colosseo sono state spalancate e il dito verso non si nega a nessuno nell’indigestione incontrollata del nuovo panem dato ai novelli circenses.

Al fatto, per non farlo problema, ho dato una mia risposta: non vado su facebook, non vedo e non sento!

Poi, però, arriva Fabrizio e qualche altro amico e vieni coinvolto in un piccolo grande progetto, una ipotesi di lavoro, una palestra della riflessione, ove lo sbocco naturale è il richiamo della politica

Il fatto è che non ci si limita più alla solita diatriba tra Guelfi e Ghibellini. Il problema è che la politica non parla più il consueto linguaggio e i meccanismi che ha creato sono tali che (non me ne vogliano gli amici),alla sua oligarchia stabilizzata si sta sostituendo uno stilema diverso della sua pratica.

I concetti della corretta eleggibilità, che trovavano nel consenso popolare la propria ragione d’essere attraverso una metodologia di approccio ben delineata e predefinita, sono stati stravolti.

Il concorso a titoli ed esami non funziona più proprio perché quei titoli sono stati messi in discussione nei fatti e dalle circostanze, ed il loro possesso non legittima più.

La Gente, quella comune, si è stancata dei vecchi teatrini e vuole nuovi teatranti. Ha capito che le vecchie evocazioni sanno di rancido ed ha scoperto la debolezza di un intero sistema caratterizzato da anacronismi, ruberie costanti, fortune costruite sulla sua pelle, ed ha compreso la perfida strumentalizzazione degli ideali.

Come possiamo parlare ancora di brioches a chi rivendica un tozzo di pane?

Una volta, fino a poco tempo fa, avevamo il voto e la partecipazione per sentirci protagonisti. Purtroppo, la Storia ci insegna che anche quando lo stesso Gesù, poi diventato Cristo, ha provato, riuscendoci, a scacciare i mercanti dal Tempio, le cose sono andate come sappiamo!

Adesso sono ricomparsi i Farisei, quelli che si nasconodono dietro la rigida, apparente osservanza delle leggi per nascondere la mancanza di idee, la incapacità di organizzarsi, la frustrazione delle loro incompiutezze personali. Ricorrono ai giudici credendo che una società possa amministrarsi solo con la legge e creando una nuova e pericolosa oligarchia, sostituendo questa a quella vecchia.

Sono abbacchiato, deluso, con qualche piccolo rammarico, appartenendo a quel mondo delle professioni e delle individualità che, pure, si è sforzato di dare e non ha mai rinunciato ad essere presente, nel rispetto e nell’amore di una città e di un territorio nel quale è radicata la propria identità.

di TOTO MARUCCIO