Il lavoro non pagato nel tempo dell’AI
di NICOLA R. PORRO ♦
Gli americani impiegano ogni anno sei giornate lavorative per navigare attraverso la burocrazia pubblica. Ad aiutarli c’è adesso l’intelligenza artificiale.
Le chiacchiere circa l’Ai che distruggerebbe l’economia hanno un effetto di ritorno non previsto: mancano spesso di censire o di valutare correttamente le attività che esulano dalla categoria del lavoro retribuito. Sono quelle attività che gli statistici definiscono “produzione domestica” ma che si guardano bene dal descrivere e documentare adeguatamente. L’ATUS (American Time Use Survey), che – come il nostro Rapporto Censis – viene elaborato negli USA a cadenza annuale, non fornisce al riguardo informazioni adeguate e aggiornate. Si tratta insomma di una rilevazione colpevolmente trascurata da investitori e politici e del tutto inutile ai nostri fini. I processi sociali e/o tecnologici che disegnano i confini e le dinamiche dell’universo lavorativo, spaziando dal lavoro retribuito a quello non retribuito e viceversa, imporrebbero invece di fornire un’interpretazione adeguata e costantemente aggiornata degli indicatori economici. Uno sguardo retrospettivo aiuta a comprenderne le ragioni: negli anni settanta e ottanta il PIL e la produttività sono felicemente cresciuti in Paesi come gli Usa e il Regno Unito, e nella stessa Italia, perché le trasformazioni della cultura sociale avevano fatto sì che più donne coniugate potessero dedicarsi a lavori retribuiti. Ciò ha inevitabilmente imposto un aggiornamento efficace delle politiche sociali.
La tecnologia digitale, per di più, ha via via condotto a modificare la fisionomia tanto del lavoro retribuito quanto di quello non retribuito. La digitalizzazione ha consentito infatti di modificare i confini e il profilo sociale della produzione dilatando la sfera del lavoro non retribuito. Soprattutto è diventato di uso corrente l’impiego delle tecnologie digitali per gestire una quantità di attività sottratte progressivamente alla consulenza di professionisti, da quelle bancarie alla programmazione dei servizi pubblici mentre la spesa quotidiana diveniva via via appannaggio quasi esclusivo dei supermercati. Gli strumenti digitali hanno inoltre reso possibile la gestione diretta di una quantità di servizi. Basti pensare a quelli bancari o alla consulenza turistica, esercitati un tempo da operatori specializzati attraverso relazioni personalizzate con la clientela. Le tecnologie digitali hanno rapidamente ridimensionato l’ambito delle consulenze ad personam mentre, in parallelo, si sviluppava l’imponente sistema dei cosiddetti “software dedicati”. Video di intrattenimento, corsi di lingua o di musica e servizi all’utenza, quasi tutti forniti gratuitamente online, hanno via via rivoluzionato i consumi dell’intrattenimento, del turismo e del tempo libero in generale.
Tutti questi esempi farebbero pensare che la progressiva sostituzione di lavoro retribuito con lavoro non retribuito favorisca necessariamente il consumatore. Bisogna però verificare meglio tale assunto ricordando prima di tutto che con l’AI molte attività e servizi si sviluppano al di fuori della sfera tradizionale della produzione e del commercio. Occorre allora chiarire preventivamente in quali ambiti, oltre a quello del lavoro retribuito strettamente inteso, si ritiene particolarmente utile il ricorso all’AI. Il Progetto Atlas fornisce alcune indicazioni preziose avendo mappato milioni di interazioni Gemini “anonime” allo scopo di definirne la configurazione sociologica. Tali interazioni hanno così consentito di individuare le specifiche categorie adottate da ATUS e di verificare per questa via anche la progressiva trasformazione delle domande di utenza.
Formule generiche come “mangiare e bere” oppure “viaggiare” sono risultate significativamente sottorappresentate nelle interazioni AI rispetto al tempo effettivamente dedicato loro dagli utenti. Le interazioni relative a “socializzazione, relax e divertimento” – le categorie dove è maggiore il ricorso alla AI – apparivano invece abbastanza vicine al tempo realmente speso dagli intervistati. La voce educazione risultava però di quasi sei volte più elevata di quella media rilevata mentre i servizi professionali, personali o di consumo apparivano sovrastimati ma non come quelli di cura (comprensivi tanto delle prestazioni professionali vere e proprie quanto delle cure individuali) anch’essi “professionali e personali” – e degli acquisti di consumo. Niente però di paragonabile alla sovrarappresentazione dei cosiddetti servizi di interesse pubblico e di “obblighi civili”. Come ha scritto Diane Coyle su Social Europe del 30 ottobre 2026, “gli americani impiegano ogni anno non meno di sei giornate lavorative per districarsi in quella burocrazia amministrativa che l’intelligenza artificiale potrebbe ‘addomesticare’ con relativa facilità”. Il ricorso sempre più massiccio all’AI non sembra dunque rivoluzionare il panorama del consumo globale complessivo. Segnala però una domanda crescente di utilità pubblica che interroga tanto il sistema dei servizi collettivi latamente intesi quanto, più propriamente, quello dei cosiddetti “servizi all’utenza”.
NICOLA R. PORRO
