“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – DISABILITA’: CHI E’ COSTEI?
di STEFANO CERVARELLI ♦
Powerchair football. Ossia calcio in carrozzina.
Parlo di uno sport ancora poco conosciuto ma in cui, già si percepisce tutto il fascino che può contenere un pallone.
Il powerchair football si gioca quattro contro quattro – portiere compreso – in un campo di 30 per 18 metri.
Gli atleti utilizzano carrozzine elettriche, appositamente adattate capaci di raggiungere i dieci chilometri orari; sono dotate naturalmente di protezioni anteriori e permettono di controllare e colpire un pallone più grande del normale.
Di questo sport abbiamo una nazionale che, recentemente, ha partecipato ai mondiali tenutisi a Buenos Aires, classificandosi al quinto posto. Le nazionali presenti erano altre nove: Argentina Australia, Belgio, Danimarca, Francia, Giappone, Inghilterra.
A conquistare il titolo di campione del mondo è stata la Francia, per l’Italia arrivare a disputare questa competizione ha rappresentato un traguardo storico e ci siamo arrivati grazie alla medaglia di bronzo conquistata agli europei svoltisi a Lignano Sabbiadoro lo scorso anno.
Nel nostro Paese la storia di questa disciplina è iniziata nel 2017 quando ha avuto anche il riconoscimento dal Comitato italiano paralimpico. Oggi il movimento del calcio in carrozzina può contare su 120 tesserati, 200 praticanti e ben 11 squadre partecipanti al campionato nazionale. “E’ la magia del calcio” non ha dubbi Marco Ferrazza, prima giocatore, successivamente allenatore e oggi CT della Nazionale. “Quando ho scoperto questo sport i miei occhi si sono illuminati” – continua – affermandolo in un coinvolgente documentario “The Power We Play-How Powerchair Football Changes Lives”.
Si tratta di un documentario realizzato dalla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs insieme alla World Duchenne Organizzation. “Un’iniziativa – spiega l’ideatrice Nicoletta Madia – nata incontrando ragazzi che fanno parte della comunità di persone con patologie neuromuscolari, a livello internazionale e vedendo quanto il Powerchair avesse cambiato concretamente le loro vite, abbiamo deciso di entrare nel loro mondo e seguirli nel viaggio verso i Mondiali”.
Il professor Eugenio Mercuri, direttore del Dipartimento della salute della donna e del bambino, della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Ircss spiega: “Oltre a seguire i nostri bambini e ragazzi con patologie neuromuscolari attraverso una presa in carico multidisciplinare ci occupiamo di sostenerli nel loro percorso di crescita e creare le condizioni affinché possano sviluppare le proprie capacità, costruire relazioni, coltivare passioni e progettare il loro percorso di vita. Il Powerchair football presenta in modo straordinario queste possibilità: mette al centro la persona, le sue capacità, il suo desiderio di partecipare”.
“Vedere questi ragazzi – prosegue il professor Mercuri – diventare atleti, compagni di squadra e rappresentanti del nostro Paese, ci ricorda quanto l’accesso allo sport possa avere un impatto concreto sulla qualità della vita”.
Il documentario in questione dà voce agli atleti ma anche alle famiglie. Claudia Quikuen, madre di Nico, ricorda quanto fosse particolarmente difficile il periodo in cui il figlio, allora quindicenne, frequentava la scuola superiore e faceva i conti con la progressione della malattia.
“La sua autostima era fortemente condizionata – racconta – scoprire questo sport ha segnato un prima e un dopo nella sua vita e nella nostra”. Il Powerchair football non è soltanto una nuova attività da praticare, è la possibilità di tornare a sentirsi protagonisti, di scegliere e di assumersi responsabilità.
Lo spiega Juan Bautista D’Angelo, già giocatore della nazionale argentina: “In campo c’è un senso di libertà nel dire prendo tutte le decisioni, le porto avanti da solo”.
Chris Goldon, giocatore inglese, è entusiasta: “Giocare al gioco più bello del mondo mi ha dato una nuova vita. La bellezza del Powerchair è il fatto che, non appena entriamo in campo, le nostre disabilità scompaiono; le persone in carrozzina sono semplicemente atleti”.
A Buenos Aires l’Italia ha vissuto una prima volta “storica” confrontandosi con le migliori nazionali del mondo. Per una disciplina che cerca spazio è stata indubbiamente l’occasione per farsi conoscere (spero di contribuire con questo articolo). Sul campo c’erano atleti pronti a mettercela tutta.
L’emozione affiora nelle parole di Leandro Giannaboli, padre di Dante: “Fin da piccolo mio figlio ha sempre sognato di diventare calciatore. Poi ha compreso che non avrebbe potuto neanche più camminare. Quando abbiamo scoperto questo sport Dante ha ritrovato la felicità”.
Ricordiamoci di questo quando la vita ci ha privato dei motivi per non essere felici.
STEFANO CERVARELLI
