KASHMIRIYAT
Il ruolo politico dell’Islam nella costruzione delle democrazie post-liberali in Europa e il modello Israele.
di DELFINA ANGELONI ♦
Chi sta in alto dice: pace e guerra
sono di essenza diversa.
La loro pace e la loro guerra
sono come il vento e la tempesta.
La guerra cresce dalla loro pace
come il figlio dalla madre.
Ha in faccia
i suoi lineamenti orridi.
La loro guerra uccide
quel che alla loro pace
è sopravvissuto.
“Chi Sta In Alto Dice: Pace e Guerra” di Bertold Brecht
Europa, Gaza, Kashmir. Lezioni dalla cronaca per le democrazie post-liberali.
Il 30 Ottobre 2026, pochi giorni fa, hanno avuto inizio manifestazioni e proteste in tutte le principali città dell’Italia e nei suoi porti. Oltre la strumentalizzazione politica del malcontento che ha fatto scendere in piazza numerose associazioni di categoria, sindacati, studenti universitari e liceali, professionisti, operai e lavoratori dipendenti di ogni settore, occorre forse dare per buone quelle che sempre vengono indicate come le ragioni del risentimento e del malcontento che ha fatto scendere in piazza non solo Roma e Torino ma anche Parigi. Carovita e caroaffitti, aumento del costo dell’energia, il finanziamento della guerra israeliana in Palestina, risentimento per le condizioni del sistema dell’istruzione pubblica, il collasso del funzionamento del sistema sanitario, il mancato potere d’acquisto dei salari ai minimi storici. Quello che sembra essersi spezzato tra cittadinanza ed istituzioni è il mandato di rappresentanza democratica basato sulla solidità della democrazia liberale in quelle che sono state le sue strutture di funzionamento principali. La protesta è trasversale e non conosce seguendo queste direttrici fazione politica di preferenza se non ai fini della strumentalizzazione, come avvenuto con il fermo in carcere per Yousef Siher.
Quando parliamo di Kashmir, dobbiamo considerare un territorio a Nord dell’India che si estende secondo quattro realtà politico amministrative differenti fra loro. Le due principali che prendiamo in considerazione sono il territorio nord-occidentale dell’Azad Kashmir prevalentemente estremo e comprendente la catena dell’Himalaya, controllato de facto dal governo del Pakistan e il Kashmir Indiano dell’Unione di Jammu e Kashmir e Ladakh, controllato da Nuova Delhi. Nell’ Azad Kashmir la popolazione è prevalentemente musulmana con una forte presenza della comunità sciita e ismaelita nel territorio strategico del Gilgit Beltistan, al confine con la Cina, mentre nel territorio kashmiro indiano della Valle dell’Indo la componente maggioritaria è sunnita, con una forte presenza indù nel Jammu e il Ladakh diviso fra sciiti e buddhisti. La componente politico-religiosa del Kashmir è da molti considerato una commistione ancestrale e un esempio pacifico ed estremamente partecipato di sincretismo religioso e culturale che la Kashmiriyat, l’identità Kashmira, ha recentemente tradotto in una lotta politica per l’indipendenza, l’autonomia e l’affermazione della sua popolazione stratificata e multisfaccettata per appartenenze religiose.
Si tratta di due territori geograficamente ed economicamente diversi, la cui storia politica di lotta inizia nel 1947 con la partizione dei territori Britannici della corona che porterà ad una guerra intestina alla quale il Maharaja porrà fine concedendo alle truppe indiane di invadere il Kashmir che di fatto non è mai riuscito a legittimare con un referendum la sua autonomia, come previsto dal diritto internazionale. Quel giorno, nel quale le truppe invasero il territorio del Kashmir viene ricordato come il Black Day e festeggiato dalle popolazioni kashmire come anniversario dell’occupazione.
Quello che può rendere la lotta dei Kashmiri per l’indipendenza interessante ai fini della costruzione di una alternativa nella rappresentanza delle democrazie post-liberali in Europa è proprio il sincretismo storico e culturale contenuto nella sua identità politico-religiosa. L’Islam.
Nel 2023 a Rawalakot nell’ Azad Kashmir nasce, dalle proteste contro l’amministrazione centrale e il governo pakistano di Islamabad, il JAAC- Joint Awami Action Commitee con la lotta contingente per diffondere il boicottaggio delle bollette elettriche e la richiesta di calmierazione del prezzo del grano. Le richieste aumentano nel 2025. I kashmiri del JAAC chiedono maggiori investimenti per istruzione e sanità, protestano contorno la corruzione del governo pakistano e per l’abolizione dei 12 seggi destinati ai kashmiri indiani che il Pakistan strumentalizza per controllare il territorio dell’Azad. L’ etnia kashmira è storicamente accusata di venire cooptata dal nemico da entrambi i governi di India e Pakistan che si contendono i confini e i territori del Kashmir da più di settant’anni. Gli accordi di Muzzafarabad con il governo pakistano non hanno nessun seguito di validità e nel Giungo del 2026 Islamabad ha dichiarato il JAAC organizzazione terroristica e la battaglia di questa organizzazione per il diritto all’autodeterminazione del suo popolo ha valicato i suoi confini anche con chi dall’ Azad è emigrato in Europa. È stato recentemente e parzialmente ripristinato il blocco di internet nel territorio, che è stato seguito da giugno di quest’anno da esecuzioni sommarie, arresti e violazioni dei diritti fondamentali come segnalato anche da Amnesty International e tutt’ora in corso. Il governo pakistano mantiene una linea diplomatica di facciata e ambivalente per il territorio dell’Azad pur forte dell’alleanza con la Turchia e con la Cina in chiave anti-indiana sul confine con il Gilgit Beltistan.
Ma non è andata di certo meglio ai territori controllati da Nuova Delhi, quelli dell’Unione di Jammu e Kashmir e Ladakh. Qui la minoranza kashmira è stata sempre emarginata e vittima di una oppressione storica rafforzata in anni più recenti dal nazionalismo induista del partito del governo di Nuova Delhi, quello dell’attuale Primo Ministro Indiano, Modi.
Tra i casi di cronaca più recenti che segnalano l’oppressione su base etnico-religiosa dei Kashmiri dell’Unione, quello segnalato da Al Jazeera poco più di due settimane fa. Qui il leader locale legato al partito nazionalista indiano, Darakhsan Andrabi avrebbe organizzato un incontro del suo consiglio con millecinquecento studiosi sia online che in presenza al fine di stabilire la calendarizzazione e la pre-approvazione di un unico sermone del venerdì omologato per tutte le moschee del Kashmir indiano. Non è dato sapere chi farà parte di questo comitato. Nonostante il governo locale sia stato rieletto nel 2024 con un mandato limitato di fatto Nuova Delhi controlla dal 2019 questo territorio come un territorio federale e il consiglio gestito dal governo indiano controlla anche le offerte votive e ogni tipo di offerta e raccolta religiosa strettamente codificata nella religione musulmana dei kashmiri dell’Unione.
Il modello israeliano e la sua risonanza internazionale, la parcellizzazione dell’identità islamica che cerca spazio politico in Europa.
Pochi giorni fa l’Associazione Internazionale degli Avvocati ha pubblicato un rapporto denunciando il “modello coloniale e la violenza strutturale” operata dall’ amministrazione del governo indiano in Kashmir. L’ Associazione ha formalmente e ufficiosamente accusato il governo indiano di “assimilazione, espropriazione e colonialismo di insediamento”. Questa indicazione di colpevolezza avvicina il popolo del Kashmir ad un altro popolo. Quello di Gaza. Ci sono state conferme basate su dati ufficiali del Ministero della Difesa Israeliano dei piani per la cooperazione sulla difesa e su specifiche Joint Venture fra il governo di Tel Aviv e il governo di Nuova Delhi. Il Presidente Modi stesso ha rafforzato a febbraio di quest’anno, 2026, i suoi rapporti con la Knesset per un dialogo sulla difesa in continuità e come scommessa per la cooperazione militare.
Secondo il Ministero degli Affari Esteri Italiano, L’ India avrebbe siglato accordi con Israele sulla Difesa per 8,6 miliardi di dollari, rendendo lo Stato di Israele il secondo fornitore dell’India dopo la Francia. Quella tra i due paesi è una partnership strategica, politica ed economica già dal 2020 e in ambito difesa anche di co-produzione come il progetto di sviluppo del missile antiaereo BARAK-8, accordi per l’accesso a sistemi di difesa avanzata come IRON Beam e accordi su cybersicurezza, Intelligenza Artificiale e tecnologia di sorveglianza. Israele, come segnalato da alcune organizzazioni internazionali, addestra ed equipaggia la polizia e i reparti speciali indiani dispiegati in Kashmir. Come denunciato dall’ inchiesta del giornalista australiano Antony Loewenstein, l’encomiabile complesso industriale e militare israeliano stimato del valore di 13 miliardi di dollari vende il suo modello di tecnologia di sorveglianza avanzato in tutto il mondo già dall’ apartheid africana e ora sperimentandolo e aggiornandolo con Gaza.
Il recente DDL “Antisemitismo” in Italia, nel testo approvato dal Senato, non prevede inasprimenti di pene né nuovi reati specifici ma ha destato il dibattito pubblico per l’utilizzo di alcuni parametri dell’Holocoust Remebrance Alliance (IRA) come la delegittimazione dello Stato di Israele, a fondamento della formulazione normativa del DDL. Non è chiaro fino a che punto e con quale margine di libertà di espressione e diritto di cronaca, sarà possibile il confronto politico su quanto sta avvenendo a Gaza.
Resta la significativa e pervasiva capillarità con la quale il progetto espansionista israeliano ha forgiato il terreno ideologico necessario a fondare il risentimento della comunità di destino europea, lasciando che tra le fragili increspature di questo terreno potesse depositarsi anche il risentimento politico di appartenenza islamica, come nelle periferie parigine, un termometro pluridecennale di insorgenza da parte di queste istanze.
È giusto chiedersi in questo senso fino a che punto le democrazie liberali di inizio secolo siano riusciti a proporre una narrativa in grado di parcellizzare questa appartenenza religiosa e fino a che punto, pur continuando ad includerla nei propri confini. Sembra, accettando questa ipotesi, un deposito di valore politico in Europa dei fallimenti dell’asse americanista di guerra al terrore dopo l’ 11 Settembre.
Opporre al carcere la Kashmiriyat. Frontiera politica e rischio sistemico nei nostri confini.
Nel 1300 in Kashmir giunsero i Maestri Sufi dalla Mongolia e dalla Persia, operando, secondo una forte percezione nella memoria storica del popolo Kashmiro, quella naturale sintesi e pacifica commistione ideologica fra la scuola filosofia dello Shivanismo indù e sufismo islamico esterno. La compenetrazione di questi due linguaggi religiosi si fuse nell’ identità culturale kashmira come pacifica transizione nel rispetto del misticismo tradizionale. Tra le più note figure in grado di mediare questo passaggio la poetessa Lalleshwari (1350-1400).
L’informazione di guerra e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica su Gaza e il modello israeliano di sorveglianza e controllo operato anche in Kashmir, hanno reso la difesa dell’identità palestinese una causa internazionale fortemente partecipata anche in Europa, dove pochi giorni fa le bandiere palestinesi sventolavano insieme a quelle delle associazioni e sindacati nostrani contro il carovita.
Quello che si è mutuato con le proteste non è solo la rappresentazione di una istanza di crisi e disarcionamento delle democrazie, ma anche una forma di risentimento politico nei confronti di quello che viene visto come un modello esportato ed esportabile di sfruttamento delle risorse e tecnologie d’ avanguardia per la sorveglianza e il controllo delle minoranze, quasi sempre islamiche.
Oltre la strumentalizzazione politica e ideologica che ha portato all’ arresto e alla scarcerazione di Yousef Siher e al panarabismo medio-orientale, ci si chiede quale potrebbe essere la spinta progressiva di una identità politica arabo-islamica nella costruzione di un terreno ideologico costruttivo per la riformulazione delle democrazie post-liberali in Europa.
Che ruolo potrebbero giocare in questo senso le seconde generazioni e la diaspora ebraica? Se il comune risentimento per un crollo degli storici valori che hanno fondato il mandato di rappresentanza democratico oscilla oltre confine verso la causa palestinese e si rafforza nelle periferie parigine con l’incendio alle scuole, è possibile postulare una dimensione ideologica costruttiva che si avvalga dell’apporto dell’Islam di formulazione europea?
Una società e una socialità che protesta accettando e praticando questa forma dialogica di istanze, se necessario potrebbe coniare nuove formule politiche che integrano l’identità politica islamica europea al loro interno. La Palestina e il Kashmir, indicano che i processi storici contemporanei legati alla riformulazione democratica non possono prescindere dalla politicizzazione dell’identità religiosa. È questo forse il segnale più sfumato e al contempo pericoloso e interessante nella costruzione delle democrazie post-liberali del domani. E la traduzione armonica più relazionale e costruttiva nel confronto politico di interesse democratico.
L’ Islam in Europa si muove tra un accorta misura di monitoraggio antiterroristico necessariamente imprescindibile e forse anche verso una frontiera di rappresentanza manifestatamente necessaria e colludente con le rimostranze nostrane. In una prospettiva che sappia rendere questa commistione legittimamente e istituzionalmente armonica e non solo vittima di una strumentalizzazione punitiva e ottundente, è necessario dar voce e riscoprire linguaggi di ridiscussione del sé politico-sociale, come quelli di Amos Oz e Abram Yoshua. Nella definizione di ebraicità, sionismo e statalismo israeliano così come in quella che differenzia l’arabismo dall’ islamismo e dall’ europeismo. Confini, questi ultimi, che potrebbero sfumarsi e armonizzarsi in una costruttività ideologica armonica e istituzionalizzabile e dei quali è necessario raccogliere l’insofferenza manifesta e manifestata al fianco di altre. È questo un primo possibile tassello nella costruzione delle democrazie post-liberali.
Il ruolo che sta giocando la Storia a Gaza e in Kashmir può essere tradotto in un significato politico di partecipazione comune reale, come lo è stato in questi giorni, in Europa?
È giusto chiedersi se il terreno sociale sia, visti i numeri dei partecipanti alle proteste, pronto per compenetrare il dialogo con identità religiose che si possano tradurre in identità di rappresentanza politica legittime, oltre l’etnia e la provenienza geografica, in una rifondazione di comunità di destino in una Europa che è casa comune.
L’ identità islamica religiosa internazionale può farsi strumento di declinazione di una identità politica che sappia rifondare il mandato di rappresentanza democratico disarcionato e disatteso in Europa?
Per un esempio pratico in prospettiva, nella vocazione mediterranea della sicurezza italiana, che vorrebbe ampliare e proiettare i suoi progetti energetici e per lo sviluppo con il Nord-Africa in territorio Europeo, modulare una rappresentanza armonica che sappia integrare l’istanza politica islamica europea sarebbe una chiave di affermazione strategica d’interesse e risoluzione posturale di politica interna significativa.
Opporre al carcere, o forse poco oltre le sue sbarre, la Kashmiriyat, potrebbe essere una delle posture che l’identità islamica europea sarà in grado di declinare. Un sincretismo politicizzato e antisistemico non solo monitorabile come input operativo terroristico ma anche come dimensione di appartenenza politica istituzionalizzabile nelle forme. Unendo risentimento verso le scelte economiche e di sicurezza del paese di accoglienza, raccogliendo le istanze costruttive e post-coloniali delle seconde e terze generazioni e saldandosi sul risentimento politico della diaspora ebraica per le scelte militari del governo israeliano.
Mentre l’orizzonte di una necessaria alleanza con i partiti arabi dopo i risultati delle ultime elezioni in Israele potrebbe non essere più un accordo improbabile ma trasformarsi in uno strumento duttile del neo-governo per direzionare la propria diplomazia con i governi Europei.
L’ Islam come identità politica è in questo senso una frontiera elettorale in Europa interessante anche per una riformulazione di progetti energetici con i paesi Mediterranei mediati dal nostro paese e un rischio politico la cui misurazione resta, per adesso, nel panorama di incertezze del monitoraggio di Intelligence nel suo fondersi con il risentimento transgenerazionale delle piazze. Un dato che dagli incendi delle periferie di Parigi ha prodotto la lente distorta che ha consentito l’ arresto di Yousef Siher.
DELFINA ANGELONI

Apertura alla alterità !!
Impossibile quando esiste una disemmetria tra l’astratta idealità dell’accogliere e la reale condizione economio-psicologica dell’accogliente.L’incontro avviene fra fedi vacillanti erose, fra condizioni di precarietà dovute ad un decadimento delle strutture e dei servizi essenziali e sopratutto in un momento di crisi identitaria, di simboli esausti.
Questa discrasia comporta che il disagio dell’accogliente provochi pulsioni di difese identitarie. Il venir meno delle fedi, laiche o religiose che siano, provoca a fronte di fedi salde (direi”acriticamente fondamentaliste”) l’opposto del dialogo profondo, ovvero l’irrigidimento reattivo nonostante l’assenza di fede. Si rinfocola una fede che è da tempo scaduta come arma per opporsi all’altro. Pensare che la tollerranza sia l’espediente essenziale significa scaricare sui deboli, e i marginali il peso del confronto mentre le classi agiate sono protette dalle loro condizioni.
In un tessuto lacerato senza corpi protetti dal bisogno e senza quel senso di appartenenza comunitaria l’ospitalità dell’altro si concretizza come il consueto peso che cala dall’alto provocando un pericoloso spaesamento nell’accogliente. La reazione securitaria è l’effetto immediato.
La tesi del Kashmiryat Di Delfina è certamente interessante. Non ho competenze per giudicare. Sommessamente mi limito a citare che il modello sia un patrimonio di nostalgia. Ma qui mi fermo.
"Mi piace""Mi piace"