IL MASOCHISMO DEGLI ELETTORI DEL CENTROSINISTRA – Ovvero, come perdere le elezioni per eccesso di purezza
di ROBERTO FIORENTINI ♦
C’è un mistero che la politica italiana non ha ancora risolto e che meriterebbe uno studio approfondito, magari finanziato con i soldi pubblici che tanto spesso invochiamo per sostenere la ricerca. Perché l’elettore di centrodestra riesce, nella maggior parte dei casi, a digerire quasi tutto quello che gli propongono i propri leader, mentre quello di centrosinistra sembra impegnato in una faticosa attività di autolesionismo politico, una sorta di masochismo volontario che lo porta a dubitare dei propri rappresentanti molto più di quanto faccia con quelli avversari?
Non è una questione di intelligenza, naturalmente. E neppure di onestà intellettuale, che non è monopolio di nessuno schieramento. È qualcosa di più sottile, che ha a che fare con la cultura politica, con le aspettative, con il rapporto tra idealità e realtà. E, soprattutto, con una certa inclinazione della sinistra a considerare ogni divergenza interna come una questione morale e ogni compromesso come una resa dei principi.
Prendiamo il centrodestra. Un leader può sostenere oggi una cosa e domani il suo contrario, promettere una misura e poi rinviarla, annunciare una svolta storica e scoprire qualche settimana dopo che, tutto sommato, non era possibile realizzarla. C’è un esempio clamoroso: Donald Trump. Ed anche Giorgia Meloni, in Italia, a dire il vero. L’elettorato fedele tende a trovare una spiegazione: è cambiato il contesto, sono intervenuti vincoli internazionali, l’Europa non ce lo permette, i governi precedenti hanno lasciato disastri, la colpa è dei giudici, dei burocrati, dei poteri forti. Se poi non si trova una spiegazione convincente, pazienza: l’importante è che a dirlo sia il leader giusto.
È un meccanismo di appartenenza che trasforma la contraddizione in una semplice correzione di rotta. La promessa mancata diventa realismo, la retromarcia diventa prudenza, l’incoerenza diventa capacità di adattamento. E se proprio non si riesce a giustificare una scelta, si cambia argomento. In fondo, la memoria politica dell’elettore viene spesso trattata come quella di un pesce rosso: basta aspettare qualche giorno e il giro della boccia ricomincia.
Lo stesso fenomeno riguarda una parte dell’informazione vicina al centrodestra. Ci sono giornalisti, commentatori e conduttori che sembrano considerare il proprio compito non tanto quello di verificare le dichiarazioni del governo, quanto quello di trovare una spiegazione che le renda presentabili. La critica, quando arriva, è spesso rivolta agli avversari, mentre le contraddizioni dei propri riferimenti politici vengono attenuate, contestualizzate o semplicemente ignorate. Un nome su tutti: Italo Bocchino.
Naturalmente, esistono giornalisti di centrodestra capaci di esercitare un’autentica indipendenza di giudizio, così come esistono giornalisti di centrosinistra che difendono le proprie convinzioni con grande serietà. Ma la differenza culturale che qui interessa è un’altra: da una parte sembra prevalere la necessità di difendere il campo, dall’altra l’urgenza di verificare continuamente se il campo sia ancora degno di essere difeso.
E qui cominciano i guai.
Perché nel centrosinistra non basta che una proposta sia ragionevole, che un provvedimento sia utile o che una scelta sia necessaria per affrontare una situazione complicata. Occorre anche che sia perfettamente coerente con tutto ciò che si è detto prima, che corrisponda alle aspettative di ogni componente, che non dispiaccia a nessuna delle molte anime della coalizione e, possibilmente, che coincida con la personale visione del mondo di ciascun elettore. Un’impresa impossibile, naturalmente. Ma il centrosinistra sembra averne fatto una missione. Speriamo non impossibile.
L’elettore progressista non si limita a chiedere conto delle decisioni dei propri rappresentanti: spesso pretende che questi pensino esattamente come lui. Non si accontenta di una politica che provi a migliorare la realtà; vuole una politica che rispecchi integralmente la propria idea della realtà. Se manca anche una sola sfumatura, scatta la delusione. Se il leader cerca un compromesso, arriva l’accusa di tradimento. Se cambia posizione, non può aver imparato qualcosa o aver preso atto di nuove circostanze: ha semplicemente dimostrato di essere inaffidabile.
Basta osservare il dibattito sulle primarie. Primarie sì, primarie no, primarie subito, primarie soltanto dopo aver definito il programma, primarie per scegliere il candidato premier oppure per certificare una leadership già individuata. Ogni ipotesi diventa motivo di scontro, ogni dichiarazione viene interpretata come un tentativo di egemonia, ogni apertura come una manovra tattica.
Lo stesso accade sul terreno della politica internazionale, dove le differenze sono reali e spesso profonde. La guerra in Ucraina e il tema del riarmo europeo hanno messo in evidenza sensibilità diverse anche all’interno del centrosinistra: c’è chi considera prioritario il sostegno a Kiev e la deterrenza nei confronti della Russia, chi insiste maggiormente sulla necessità di una soluzione diplomatica, chi contesta il riarmo e teme che l’aumento delle spese militari sottragga risorse al welfare.
Sono questioni serie, che meritano un confronto serio. Non si può liquidarle con uno slogan, né fingere che le differenze non esistano.
Nel frattempo, il centrodestra presenta anch’esso differenze e tensioni su questi temi, ma le sue divisioni ricevono frequentemente un’attenzione politica meno insistente rispetto alle controversie che attraversano il campo progressista. Non è necessario immaginare complotti. Basta osservare il diverso trattamento riservato alle contraddizioni: quelle degli avversari vengono amplificate, quelle dei propri compagni vengono spesso considerate fisiologiche.
A rendere più complicato il quadro contribuisce una parte del giornalismo di area progressista, che esercita legittimamente la propria funzione critica, ma talvolta finisce per trasformare ogni difficoltà della coalizione in una sentenza definitiva sulla sua inadeguatezza.
Pensiamo a commentatori come Marco Travaglio, che da una posizione fortemente critica verso il centrosinistra e il Partito democratico ha spesso contestato le scelte delle leadership progressiste; oppure a firme come Massimo Cacciari, che interviene frequentemente con giudizi severi sulle debolezze culturali e strategiche della sinistra. Anche editorialisti e commentatori di diversa sensibilità, da Ezio Mauro a Michele Serra, hanno contribuito in modi differenti al confronto critico sulle identità e sulle prospettive del campo progressista.
Naturalmente, sarebbe scorretto mettere tutti sullo stesso piano: hanno storie, orientamenti e approcci diversi, e la critica di un giornalista non equivale automaticamente a un attacco politico. Ma il punto resta: nel mondo progressista il dissenso interno è spesso particolarmente visibile, argomentato e amplificato. A volte è un segno di vitalità democratica; altre volte diventa un esercizio permanente di demolizione, nel quale la critica non è più finalizzata a correggere una linea, ma sembra compiacersi della sua debolezza. È come se una parte della sinistra avesse sviluppato una straordinaria capacità di individuare i difetti della propria casa, ma avesse perso la voglia di abitarla.
E allora arriviamo alla questione più dolorosa: gli elettori che, pur condividendo buona parte dei valori e degli obiettivi del centrosinistra, decidono di astenersi perché nessuna delle forze politiche in campo li rappresenta integralmente.
Non votano perché il candidato non è quello giusto. Perché il programma non è abbastanza coraggioso. Perché il partito ha fatto un compromesso. Perché un dirigente ha pronunciato una frase sbagliata. Perché manca una presa di posizione su un tema, oppure perché quella presa di posizione non è sufficientemente netta.E così, pur di non contaminarsi con una scelta imperfetta, rinunciano a scegliere.
Il problema è che la politica non si svolge in un laboratorio di filosofia morale. Si svolge nella realtà, dove le alternative non sono quasi mai tra il bene assoluto e il male assoluto, ma tra soluzioni diverse, ciascuna con i propri limiti, i propri costi e le proprie conseguenze. L’astensione non sospende la democrazia per consentirci di attendere un’offerta politica migliore. Non mette in pausa le decisioni del governo. Non impedisce che vengano approvate leggi che non condividiamo. Semplicemente, riduce il peso di chi si astiene nelle decisioni che riguardano tutti.
Chi non vota per non premiare un centrosinistra imperfetto può ritrovarsi a favorire, indirettamente, la vittoria di un centrodestra che considera molto più distante dalle proprie convinzioni. È il paradosso di chi, per non accettare una sconfitta morale, finisce per contribuire a una sconfitta politica concreta.
E qui il masochismo diventa evidente: ci si infligge una rinuncia per punire i propri rappresentanti, dimenticando che la punizione ricade soprattutto sulle proprie idee, sulle proprie aspettative e sulle persone che quelle idee vorrebbero tutelare.
Non si tratta di chiedere agli elettori di rinunciare alla critica. Al contrario: una democrazia senza critica è una democrazia impoverita, e un partito che pretende obbedienza cieca dai propri sostenitori rischia di trasformarsi in una macchina autoreferenziale. Il problema nasce quando la critica diventa un alibi per non scegliere, quando il dissenso non produce proposte alternative e quando la ricerca della coerenza perfetta impedisce di costruire una maggioranza capace di governare.
La politica, piaccia o no, è anche realpolitik: è la capacità di misurarsi con i rapporti di forza, di trovare accordi, di distinguere ciò che è irrinunciabile da ciò su cui è possibile trattare. Non significa abbandonare i principi, ma provare a tradurli in decisioni concrete. Perché un principio che resta eternamente puro, ma non riesce mai a diventare una legge, rischia di essere soltanto una bella dichiarazione d’intenti.
Il centrosinistra dovrebbe recuperare questa consapevolezza. Le differenze tra le sue componenti non vanno cancellate, ma governate. Le primarie possono essere uno strumento utile, purché non diventino una guerra di successione permanente. Le divergenze sulla politica estera devono essere affrontate con serietà, fino a costruire una posizione condivisa. Le critiche dei giornalisti devono continuare a essere libere, ma anche capaci di distinguere tra la necessità di correggere una scelta e il piacere di certificare l’ennesima disfatta.
Soprattutto, occorre smettere di considerare l’unità come una parola sospetta, quasi fosse sinonimo di conformismo o di rinuncia alle proprie convinzioni. L’unità non significa che tutti debbano pensare allo stesso modo. Significa riconoscere che, su molte questioni fondamentali, è possibile lavorare insieme anche partendo da sensibilità diverse.
Perché mentre il centrosinistra discute, si divide, si corregge, si smentisce e si sottopone a un esame di coscienza collettivo, gli elettori che gli sono più vicini rischiano di restare a casa. E chi resta a casa non decide chi governerà il Paese: lascia che siano gli altri a deciderlo.
Forse è arrivato il momento di fare una piccola rivoluzione culturale. Continuare a pretendere serietà, certo. Esigere coerenza, quando serve. Criticare gli errori, senza sconti. Ma imparare anche a riconoscere il valore di una scelta possibile, senza scambiarla ogni volta per un tradimento.
Altrimenti continueremo ad assistere allo spettacolo di una coalizione che cerca di conquistare gli elettori dimostrando, prima di tutto, di non essere abbastanza brava per meritare il loro voto.
E continueremo a chiamare coerenza quella che, qualche volta, è soltanto paura di scegliere.
Il centrodestra può permettersi di essere imperfetto perché molti dei suoi elettori continuano a sostenerlo anche quando sbaglia. Il centrosinistra, invece, rischia di diventare vittima dei suoi stessi sostenitori, quando questi gli chiedono di essere perfetto prima ancora di concedergli la possibilità di governare.
La democrazia non ha bisogno di tifosi ciechi. Ma non può nemmeno vivere soltanto di spettatori delusi, critici inflessibili e giudici pronti a emettere sentenze. Ha bisogno di cittadini che sappiano distinguere tra il sostegno e la sottomissione, tra la critica e la demolizione, tra la coerenza e l’immobilismo. E ha bisogno, soprattutto, di persone disposte a capire che la politica è l’arte di costruire qualcosa insieme a chi non la pensa esattamente come noi.
Perché la purezza individuale può essere una soddisfazione privata. Ma la capacità di cambiare le cose è sempre un’impresa collettiva.
ROBERTO FIORENTINI

Hai colto nel segno, Roberto, c’è un atteggiamento ipercritico nell’elettorato del centrosinistra che forse è figlio di un’eterna aspirazione all’opposizione e che all’estrema conseguenza somiglia ad un astratto “cupio dissolvi”.
Maria Zeno
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Finalmente un pò d’aria fresca entra nella stanza gravata da fumosità irrespirabile.
Roberto grazie!
Le truppe camellate che Giorgia schiera nella sua debole armata sono ora allo scoperto.
Le cause storiche di questo splendido autolesionismo strutturale?
Alcune storiche, dunque di nobile lignaggio, altre fetide di bassa lega.
Le storiche?
La frammentazione ideologica delle culture fondanti: cattolicesimo demo, socialismo riformista, comunismo. Spesso il dissenso interno è vissuto come virtù da coltivare con consenguente logoramento delle decisioni prese e da prendere.
La selezione del leader. Una avventura defatigante, logorante, sopratutto ipocrita: se la base è a decidere spesso la decisione non si salòda con la volontà dei quadri politici medi e parlamentari. Il dissenso cova paralizzando!
Il tema antico, antichissimo,ancestrale, archetipale della “purezza”. Noi siamo l’intellettualità nel dominio della politica. Giusto dirlo alle origini. Giusto vantarlo ma quando quresto diviene patologia conviene rinuncira alla sua esibizione perenne. Patologia? Certo, quando l’ortodossia prevale sulla disciplina del partito!!
Il tema della sicurezza!! Arma letale di Giorgia. Arma che la condurrà a vincere di nuovo se la rabbia contro il potere d’acquisto non dilagherà. La paura che ogni giudizio sul tema possa essere assimilato alla retorica della destra anche quando il giudizio è giusto (si guardi il dibattito in TV).E’ il grande, grandissimo conflitto fra due imperativi: l’idea universale della inclusione (kantiana e cristiana) e la necessita prragmatica di garantire sicurezza civica. Un equilibrio da intellettuali di spirito eccelso, come erano i vecchi padri. Ma ora che i nipoti sono mediocri questo sano eqiolibrio riesce duro se non impossibile e sfocia in un disastro comunicativo: le truppe camellate di Giorgia.
Che fare? Il sistema centro sinistra è architettato per gente capace di vivere l’equilibrio. Difficile manovrare questa articolata macchina con gente come quella di cui disporre. e la massima di Nasnni Moretti grava come un masso sulle teste: Con questi dirigenti non vinceremo mai!!Forse l’elettorato, forse il ritorno alle urne, forse il tesseramento….Però se non iniziamo a criticare come ha fatto Roberto noi resteremo truppe camellate. Truppe urlanti, consolate dal rigore intellettuale, tronfie del nostro sapere che a nulla (politicamente) serve. Bravo Roberto, aria fresca nella stantia stanza.
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