“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – LA MORTE DELLA MORTE – 1^ parte
di MICHELE CAPITANI ♦
a Marek, Marilena, Angelo,
Michele, Biagio, Tomasz,
Camelia, Robert, e troppi altri…
poveri morti di strada
in questa città
Ma Ovidio, è morto oppure no? Non avrei mai pensato che nella vita me lo sarei chiesto di una persona: o si è morti o non lo si è. E se lo sei, non torni certo indietro. A parte la Resurrezione del giorno dopo quel sabato, così dicono. E tra l’altro, in quel mattino ci fu chi testimoniò dell’accaduto, chi ascoltò, chi ne scrisse, e ci fu il protagonista; invece, hic et nunc, in questo giorno in questa città, chi sa davvero cosa è successo a quell’uomo?
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Germinò un accampamento, in fondo ad un fossato, alcuni anni fa, nella periferia della nostra città: un gruppo di tende composite e di roulotte conciate maluccio, aggregate e misteriose, ove imprevedibilmente si avvicendavano visi sconosciuti e storie di fuggiaschi, respinti da confini lontani. Storie accumulate in fondo al fosso.
Lì viveva, a periodi senza programma, un uomo camminante già dal nome: rom rumeno parlante spagnolo, era chiamato Michele, Miguel, Mihail, oppure Ovidio o Ovidius. E con quale desinenza? Non si capì mai, in grazia delle poche volte consecutive che lo si incontrava e degli ostacoli linguistici. Cognome perduto.
Un bel giorno il fossato viene sgomberato e raso al suolo, e i fantasmi si disperdono: chi espatria, chi si rifugia in altri fossi, chi in un carcere abbandonato. Ma la strada è un mondo paradossale: in zona ne resterà solo uno, proprio quell’uomo inafferrabile dal nome inafferrabile, denudato di quel precario tetto, e appoggiato sotto porticati o nella piccola galleria vicino alla farmacia del quartiere, o semplicemente all’aperto, sotto l’albergo Millestelle.
E sarà sempre più magro e claudicante. Una sola volta era venuto al servizio docce, e mi aveva accennato a quella zoppìa come conseguenza di una trombosi. E ora, definitivamente senza-dimora, vagava lentissimo per il quartiere, munito di bastone: un’apparizione in piena regola, col suo difetto fisico.
A pieno titolo, il fantasma della periferia d’una città di provincia.
Solo che i fantasmi non deperiscono, lui sì: via via sempre più scarno, sempre più barbuto, storpio, immobile, assente. Sta peggiorando, accentuatamente peggiorando… Silvia, amica farmacista che lavora lì, mi dice che non è di nessuna pericolosità, tutt’al più talvolta sporca, ma è ovvio che sta male: non si può far qualcosa? Il quartiere ne prova pena.
Non facciamo in tempo a escogitare niente poiché, dopo poco, Miguel non si trova più. Io ne sono felice perché mi illudo che, dovunque sia finito, si troverà meglio che in quella insalubre periferia.
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Per mesi non se ne saprà più nulla, finché un mercoledì di aprile, leggendo i resoconti del giro settimanale dai vari senza-dimora, apprendo che Ovidius Miguel è morto.
L’ha assicurato qualcuno incontrato per strada, ma il dubbio sulla veridicità della notizia nasce molto presto: nessuno sembra averlo visto davvero, né sapere dove e di cosa è morto. Voci contrastanti, da gente che parla poco o niente l’italiano, oppure è brilla, o è inaffidabile, o tutt’e tre. I più risoluti nella convinzione sembrano però essere proprio alcuni reduci del fossato, che lo conoscevano.
In effetti anche Silvia, interpellata appositamente, a domanda rispondeva non aver visto il suddetto da almeno una settimana-dieci giorni. Senonché il sabato dopo, alle docce, altri asseriva di averlo avvistato due o tre giorni prima!
Siamo sempre lì: è morto quell’uomo?
Passano altri mesi… Un giorno in piena estate, nell’androne del mio commercialista incontro la sora Nunzia, la mia ex postina, che non vedevo da un paio d’anni. Chiacchierando, il dialogo converge su Ovidio, cosicché vengo a sapere altre notizie: lei e la sua comunità religiosa, della parrocchia di quel quartiere periferico, lo seguivano quando stava per strada, dandogli da mangiare e vestire. Aggiunge che poi era stato parecchio tempo ricoverato, ma ormai si parla di qualche mese fa.
«Stava su a medicina, all’ultimo piano…»
È una novità: nessuno di nessuno ce ne aveva mai parlato; difatti le ipotesi alla fine erano, ragionevolmente, che fosse partito per chissà dove, probabilente la Spagna. Al limite, che fosse tornato in Romania, scomparendo dagli Appennini ai Carpazi… Ma questa nuova del ricovero è un colpo di scena, una porta narrativa, se non fosse che parliamo di un cristiano e non di un personaggio da romanzo.
Mi dico che un salto all’ospedale lo farò. Certo che dopo mesi, le speranze di trovarlo lì…
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Senza volerlo mi ha anticipato l’altra volontaria Lidia (che lavora all’ospedale ma in un altro reparto), il giorno che càpita lassù perché c’è ricoverato un suo vicino di casa. E ha trovato, ma non immagino cosa…
Vado infine anch’io.
L’ospedale è nella zona alta della città. Oggi è una meravigliosa giornata di sole. Scorro rapidamente le corsie, ma non c’è nessuno che gli somiglia.
Meno male: Michele, o Ovidio, non c’è.
Prima di andarmene, voglio arrivare alla fine del corridoio, perché laggiù c’è la mia finestra preferita, che ricordo fin da bambino: sono al quarto piano, da dove si vede tutta quanta la città, ampia e digradante verso il mare. È da bambino che tengo nella memoria, incisa come un’epigrafe, questa finestra grande come il mondo. Con tutta la poca gaiezza che si può avere venendo in ospedale, questo paesaggio rimane sempre un memento sulla bellezza che sempre esisterà.
Infine, ripercorrendo a ritroso il corridoio, entro in una stanza sulla destra nella quale non avevo guardato bene: il profilo del disteso laggiù sotto la finestra mi è familiare.
Perciò mi avvicino, e resto impietrito.
L’ho trovato solo per caso e per esclusione, perché non c’è niente che ricordi l’uomo che conoscevamo: talmente scheletrico che ha perso ogni fisionomia; al nominarlo, intuisco uno sforzato cenno di sì con la testa.
Più che un uomo, ossa appoggiate su lenzuola.
Uno scheletro completo, con due occhi in cima.
Una magrezza da campo di sterminio: anche con lui mi viene da meravigliarmi che non abbia un numero tatuato sull’avambraccio.
La cosa-Ovidius.
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E ai primi di agosto, sì: Ovidius muore.
Perché quello era il suo nome, un perfetto nome da esiliato.
Gli era rimasto addosso niente, né i vestiti né la carne; solo uno straccio di cognome, che nessuno sapeva, e che ora leggo sulla bara.
In camera ardente, le signore che l’hanno assistito legheranno un rosario a una maniglia del feretro; e una di loro, sia là sotto sia in camera mortuaria al cimitero, all’atto di andarcene per sempre, carezzando il feretro gli dirà:
«Perdonaci, per non esserti sempre stati vicino…»
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(continua)
MICHELE CAPITANI
