Ulanqab, la città dei server – Dove la steppa cinese diventa il cuore dell’intelligenza artificiale
di ROBERTO FIORENTINI ♦
C’è un luogo, nel nord della Cina, dove le pecore continuano a pascolare accanto alle pale gigantesche degli impianti eolici e dove, dietro le distese apparentemente vuote della steppa, stanno crescendo alcuni dei più grandi complessi informatici del pianeta.
Si chiama Ulanqab, città della Mongolia Interna, a poche ore da Pechino. Per decenni la sua economia è stata legata all’allevamento, all’agricoltura e alle risorse minerarie. Oggi il suo nome è sempre più associato a una materia prima diversa: la potenza di calcolo.
Qui la Cina sta costruendo una parte della propria infrastruttura strategica per l’intelligenza artificiale. Non soltanto data center tradizionali, ma enormi fabbriche digitali destinate ad addestrare modelli linguistici, elaborare immagini e video, sviluppare sistemi di AI e fornire la capacità computazionale necessaria alla nuova economia digitale.
La trasformazione è impressionante. Dal 2016 a oggi, a Ulanqab sono stati aperti o avviati circa un centinaio di progetti legati ai data center. Le capacità complessivamente annunciate o programmate hanno raggiunto livelli nell’ordine delle decine di gigawatt. E gran parte dell’accelerazione è avvenuta proprio negli ultimi anni, quando la corsa mondiale all’intelligenza artificiale ha trasformato l’accesso all’energia e ai chip in una questione strategica.
Una città scelta dalla geografia
La prima domanda è quasi inevitabile: perché proprio Ulanqab?
La risposta sta nella geografia.
La città si trova in una regione caratterizzata da grandi spazi disponibili, un clima freddo e secco e una notevole disponibilità di energia, soprattutto eolica e solare. Per un data center questi elementi hanno un valore enorme. I server che alimentano l’intelligenza artificiale producono infatti una quantità gigantesca di calore. Una delle principali voci di consumo di un grande centro di calcolo non è soltanto l’elettricità necessaria a far funzionare i processori, ma anche quella necessaria a raffreddarli.
Ulanqab offre, sotto questo profilo, una condizione naturale favorevole. La temperatura media annuale della città è indicata intorno ai 4,3 gradi centigradi. Il clima consente quindi di ridurre, almeno in parte, l’energia destinata al raffreddamento rispetto a località molto più calde. Ma il vero vantaggio è l’energia.
La Mongolia Interna è una delle grandi regioni cinesi per la produzione di energia eolica e solare. Per anni il problema è stato quello di portare questa energia dove serviva. La strategia cinese sta progressivamente trasformando questo limite in un’opportunità: invece di trasportare tutta l’energia verso le grandi città costiere, si porta parte della capacità di calcolo vicino ai luoghi in cui l’elettricità può essere prodotta a costi competitivi.
È la logica sintetizzata dallo slogan cinese “East Data, West Computing”: i dati e le richieste digitali si concentrano soprattutto nelle regioni orientali del Paese, mentre una parte della loro elaborazione può essere spostata verso le regioni occidentali, dove terra ed energia sono più disponibili.
Ulanqab rappresenta una delle applicazioni più evidenti di questa strategia.
Dal vento ai token
Il passaggio più interessante è forse proprio questo: trasformare l’energia della steppa in intelligenza artificiale. Le gigantesche pale eoliche che punteggiano il paesaggio producono elettricità. Quell’elettricità alimenta i data center. I data center alimentano i processori. I processori addestrano i modelli di intelligenza artificiale.
Alla fine della catena ci sono i token, le unità fondamentali con cui i grandi modelli linguistici elaborano il linguaggio.
È una nuova filiera industriale nella quale la distanza tra una centrale elettrica e un algoritmo diventa sorprendentemente breve.
Non è un caso che Ulanqab venga ormai descritta in Cina come una sorta di “città della potenza di calcolo”. Nel territorio sono presenti o stanno arrivando grandi operatori tecnologici e infrastrutturali, tra cui Alibaba, Huawei, Kuaishou, VNET e altri soggetti specializzati nei data center. Anche Apple ha avuto una presenza infrastrutturale nella regione, mentre negli ultimi anni la nuova corsa è stata soprattutto quella legata all’AI.
Il fenomeno sta assumendo dimensioni gigantesche. Secondo stime pubblicate nel 2026, i progetti annunciati nella città arriverebbero complessivamente a circa 12,5 gigawatt di capacità, una dimensione che dà la misura di quanto rapidamente Ulanqab sia passata da periferia della geografia tecnologica cinese a uno dei suoi principali laboratori.
Il gigante di Envision
La rappresentazione più spettacolare di questa trasformazione è probabilmente il nuovo Galaxy Campus di Envision.
Il complesso, entrato in funzione nell’agosto 2026, comprende un centro di supercalcolo per l’intelligenza artificiale di circa 120.000 metri quadrati: l’equivalente, secondo le indicazioni della società, di circa venti campi da calcio. La struttura è progettata per arrivare a oltre 2 gigawatt di potenza e per ospitare, a regime, fino a un milione di acceleratori destinati all’intelligenza artificiale.
Sono numeri che rendono evidente la scala della nuova competizione.
Il data center non è più una grande stanza piena di computer. È diventato una vera infrastruttura industriale, comparabile per dimensioni e consumi a un impianto energetico.
E qui emerge un altro elemento decisivo della strategia di Ulanqab: l’integrazione tra energia rinnovabile, rete elettrica, sistemi di accumulo e capacità di calcolo.
Nel luglio 2025, per esempio, è entrato in funzione un progetto di alimentazione diretta da energia verde che combina 200 megawatt di eolico, 100 megawatt di fotovoltaico e 45 megawatt di accumulo. Il progetto è stato concepito per alimentare un data center dotato di migliaia di rack e con una forte domanda elettrica.
L’idea è semplice ma rivoluzionaria: non costruire prima il data center e cercare dopo l’energia necessaria, ma progettare energia e calcolo come un unico sistema.
La vera materia prima dell’intelligenza artificiale
La vicenda di Ulanqab racconta qualcosa di più importante della crescita di una singola città.
Ci dice che la competizione sull’intelligenza artificiale non si gioca soltanto nei laboratori di ricerca, nelle università o nelle aziende che progettano i grandi modelli. Si gioca anche nei luoghi dove vengono costruiti i data center.
E quindi sulle reti elettriche, sulle centrali, sulle linee ad alta tensione, sulla disponibilità di acqua, sui sistemi di raffreddamento, sulle infrastrutture in fibra ottica e sulla possibilità di costruire rapidamente enormi edifici industriali.
L’AI, in altre parole, è diventata una questione fisica.
Dietro ogni chatbot apparentemente immateriale c’è una gigantesca infrastruttura fatta di acciaio, cemento, rame, fibre ottiche, trasformatori, batterie, turbine e milioni di processori. Ulanqab rende visibile questa realtà meglio di molti altri luoghi.
Il lato oscuro del modello
Ma la trasformazione ha anche un prezzo.
Il primo problema è quello dell’acqua.
Ulanqab è una regione arida e la disponibilità idrica non è illimitata. I grandi data center possono richiedere quantità considerevoli di acqua, soprattutto nei sistemi di raffreddamento tradizionali. La crescita dell’infrastruttura informatica deve quindi confrontarsi con una risorsa che nella regione è molto più scarsa dell’energia eolica.
Il secondo problema riguarda la natura stessa dell’elettricità utilizzata.
Ulanqab viene presentata come capitale del “green computing”, ma il sistema energetico cinese rimane complesso e una parte dell’elettricità consumata nella regione proviene ancora da fonti fossili.
La transizione verso data center alimentati direttamente da rinnovabili è dunque un processo in corso, non una condizione già completamente raggiunta.
E c’è una terza questione: la velocità.
Costruire in pochi anni una quantità enorme di capacità computazionale significa anche dover trovare tecnici, ingegneri, manutentori e competenze specializzate. L’intelligenza artificiale non vive soltanto nei server: ha bisogno di persone capaci di costruire e mantenere l’intero ecosistema. Anche in questo campo Ulanqab sta cambiando. Università e istituti tecnici stanno modificando i propri percorsi formativi per preparare personale destinato ai data center e all’industria dell’AI.
Una nuova geografia mondiale
Ulanqab permette infine di comprendere una trasformazione più generale.
Per decenni internet è stato rappresentato come qualcosa di immateriale: una nuvola, il “cloud”.
Ma il cloud non è affatto immateriale.
È fatto di edifici, energia, processori e reti. E più l’intelligenza artificiale cresce, più questa dimensione fisica diventa importante.
La sfida tecnologica dei prossimi anni potrebbe quindi dipendere non soltanto da chi possiede gli algoritmi migliori, ma da chi riuscirà a costruire più rapidamente l’infrastruttura capace di farli funzionare.
È una competizione che coinvolge Stati Uniti, Cina, Europa e altri grandi attori tecnologici. E in questo scenario la Cina sta scegliendo una strada molto particolare: portare una parte della propria infrastruttura digitale verso territori lontani dalle grandi metropoli, dove energia e spazio possono essere disponibili a costi inferiori.
Ulanqab è il simbolo di questa scelta.
Qui il paesaggio della steppa sta cambiando senza perdere completamente il proprio aspetto originario. Le pecore continuano a muoversi nell’erba bassa, ma all’orizzonte compaiono turbine eoliche, linee elettriche e giganteschi complessi industriali.
È come se due epoche si fossero incontrate nello stesso luogo.
Da una parte la Mongolia Interna delle steppe, dell’allevamento e dei grandi spazi. Dall’altra la Cina dell’intelligenza artificiale, dei supercomputer e dei modelli linguistici.
Tra le due corre un filo invisibile: l’elettricità.
E proprio questa potrebbe essere la lezione più importante di Ulanqab. L’intelligenza artificiale, per quanto sembri vivere nel mondo immateriale dei dati, ha bisogno di una geografia. Ha bisogno di energia, spazio, acqua, reti e infrastrutture.
La nuova frontiera dell’AI non è quindi soltanto nei laboratori di ricerca di Pechino, Shenzhen o San Francisco. Può trovarsi anche in mezzo alla steppa.
A Ulanqab, dove il vento che per secoli ha attraversato i pascoli della Mongolia Interna oggi contribuisce ad alimentare le macchine che stanno costruendo una parte del futuro digitale cinese.
ROBERTO FIORENTINI
