Gli americani odiano i data centers.
di PAOLA CECCARELLI ♦
È oramai chiaro: gli americani odiano i data centers.
Non li vogliono nei loro backyards, attaccati come cancri alle loro case, sempre illuminati di notte, rumorosi e fastidiosi 24 ore su 24, sette giorni su sette, accaparratori fraudolenti di acqua preziosa ed energia.
Sono diventati un incubo e come gli incubi più neri si auto generano e sembrano impossibili da debellare.
Secondo un recente sondaggio, solo il 14% degli statunitensi si è dichiarato favorevoli alla loro esistenza e a nuove costruzioni.
Ed è lampante che non sia una questione di repubblicani a favore e democratici contrari. Anzi. L’allarme lo aveva lanciato proprio chi vive negli stati più poveri, gli stati rossi, a maggioranza repubblicana. Poi sono arrivati anche quelli degli stati blu, gli stati più ricchi, con maggioranza democratica, sia proletaria che benestante.
Ora la rabbia contro Zuck, Musk & company è generale.
Solo da gennaio si sono tenute centinaia di manifestazioni di protesta contro data centers già avviati o pianificati in ben 42 stati su 50.
Un esempio fra molti: uno dei più grandi data center in funzione è quello di Elon Musk, costruito nel luglio del 2024 a poche miglia da Memphis in Tennessee.
Il più mastodontico comunque è il Prineville Data Center di META /Zuckerberg che si trova in Oregon e venne costruito nel 2010 seguito dallo Switch Tahoe Reno che invece è stato avviato in Nevada.
Quello di Musk consiste in un capannone lungo più di 11 campi da calcio in fila, di proprietà di xAI, la sua azienda di intelligenza artificiale ora integrata nel programma SpaceX AI, e al suo interno si trova Colossus, il super computer che serve ad istruire/allenare/far funzionare Grok, il più esteso chatbot sul mercato (tra le altre funzioni Grok fornisce supporto alla piattaforma X di Musk).
Per far partire Colossus erano state installate 40 turbine a gas grandi come TIR ma il problema è che Musk aveva avuto il permesso per costruirne solo 12. Il buongiorno si era visto già dal mattino, insomma.
Un altro piccolo dettaglio: i progetti per la sua costruzione non furono divulgati pubblicamente al Comune di Memphis e alle agenzie ambientali della zona. I cittadini dei quartieri addossati al campus scoprirono la vera natura di tutto quel costruire da mesi solo il giorno prima dell’avvio di Colossus.
Quando nel 2025 poi si svolse l’atteso e fortemente richiesto incontro tra i residenti e la Commissione della Contea di Shelby nessuno restò a casa. Tutti i residenti denunciarono come l’aria fosse diventata irrespirabile a causa del forte odore emesso dalle turbine a gas, che nessuno usciva più di casa se non per necessità e che il rumore continuo emesso dal data center era diventato il sottofondo costante e fastidioso delle loro vite, giorno e notte quando la forte illuminazione proveniente dal centro disturbava anche il loro sonno.
Molti denunciarono lo stress che anche gli animali stavano subendo, sia domestici che non.
A questo, dissero, bisognava aggiungere i molti black out di energia che si erano succeduti dovuti al sovraccarico inflitto alla rete elettrica da Colossus e che avevano lasciato centinaia di famiglie al freddo d’inverno per giorni o al caldo asfissiante d’estate. Senza contare il fatto che le loro bollette erano aumentate del 150 per cento e l’acqua che usciva dai loro rubinetti era del colore della terra. Alla riunione (sorpresa, sorpresa) nessuno dell’azienda di Musk si fece vivo. Anzi, Colossus si allargò ulteriormente con l’acquisto di altri 94 mila metri quadrati per il valore di circa 80 milioni di dollari che la città di Memphis approvò previa garanzia da parte di Musk della costruzione di un impianto di riciclaggio dell’acqua eliminata dopo essere stata usata per il raffreddamento delle componenti elettroniche.
Ad oggi Colossus non funziona ancora a pieno regime ma consuma già energia elettrica pari al consumo di 200 mila case. Quando lo farà avrà bisogno della stessa energia che serve a far funzionare una città come Seattle che ha più di 800 mila abitanti. E avrà bisogno anche dell’acqua.
Le turbine a gas di Colossus inquinano pesantemente ed i cittadini che gli abitano intorno hanno continuato a lamentarsi di un’impennata di problemi respiratori soprattutto per i bambini e gli anziani, un incremento di patologie legate alla costante esposizione al rumore delle turbine che disturbano il sonno e la vita di tutti i giorni. Molti di loro devono dormire con pannelli davanti alle finestre per cercare di bloccare la luce che proviene dai capannoni visto che l’illuminazione non si spegne mai.
Dopo una capillare raccolta dati, comunque, l’azienda di Musk è finita finalmente sotto accusa per “illegal pollution” per aver appunto fatto operare 27 turbine a gas vicino a zone abitative e scuole e ospedali senza permesso.
Le turbine possono emettere ogni anno 1800 tonnellate di ossido di azoto, centinaia di tonnellate di monossido di carbonio e 20 tonnellate di formaldeide che è notoriamente una sostanza altamente cancerogena.
Negli Stati Uniti ben 160 data centers sono stati aperti solo negli ultimi 3 anni, il 70 per cento in più rispetto al triennio precedente. In tutto ora come ora sono più di 2500 di cui il 50 per cento è localizzato nella Virginia del Nord (che ne ospita 300), Dallas (150) e Silicon Valley (160) e il restante si trova diviso in piccoli e grandi campus a Denver, Houston e Minneapolis, Portland, New York, Atlanta , Phoenix e Chicago. Una città del Texas, Corpus Christi, che si affaccia sul Golfo del Messico, ha due giorni fa lanciato un allarme disperato: le scorte di acqua della città stanno per finire.
Entro il 2030 i data centers sono proiettati a consumare più energia elettrica di tutti gli impianti di cemento, acciaio, chimica ed automobilistica americani messi insieme con un consumo d’acqua di circa 19 milioni di litri di acqua al giorno, in pratica come una città di 50 mila abitanti.
Dove c’è un data center il prezzo dell’energia elettrica pagata dal singolo cittadino è aumentato fino al 250 per cento. Una cifra assurda. Astronomica.
E gli americani non ci stanno più.
“I tech bro decidono di aprire i loro giocattoloni in casa nostra e noi dobbiamo pagare per la loro elettricità: è il succo della protesta del largo movimento trasversale di resistenza che si sta ingrandendo ogni giorno che passa. E che riesce a raggiungere risultati rimarchevoli.
Solo da gennaio ad oggi sono state bloccate con successo 75 proposte di costruzioni di nuovi data centers per un valore complessivo di 180 miliardi di dollari in varie località americane perché hanno trovato una veemente opposizione da parte delle comunità locali.
Ma l’avanzata dei data centers sembra non fermarsi.
Il Texas, dove vivo, in particolare è al centro di un’esplosione di costruzioni dovuta al fatto che il costo dei terreni è relativamente basso, gli spazi non mancano e la manodopera costa poco.
Solo negli ultimi mesi a Dallas altri 6 enormi campus sono stati autorizzati ad accogliere data centers di proporzioni gigantesche praticamente in piene zone abitative. I primi effetti negativi si stanno già vedendo nel mercato immobiliare: nessuno vuole comprare una casa con un data center in giardino e chi sta cercando disperatamente di vendere non riesce a trovare acquirenti.
Però una grossa vittoria si è ottenuta a giugno quando la governatrice dello stato di New York ha bloccato per un anno tutti i permessi ambientali chiesti per la costruzione di nuovi data centers in attesa di avere studi più approfonditi sul loro impatto ecologico/ambientale.
è stata la prima moratoria decisa a livello statale e Pennsylvania, Michigan e Carolina del Sud stanno già pensando di copiarla
Finora sono 320 le città e le contee che hanno votato a favore di uno stop alla costruzione di nuovi data centers di grosse dimensioni. Piccoli comuni come contee estese. L’insofferenza là è palpabile.
Un personaggio di spicco nella lotta contro le multinazionali e a difesa dell’ambiente e della salute dei cittadini è ora scesa in campo a supporto di questa battaglia: Erin Brockovic. Il nome evocherà sicuramente Julia Roberts che l’aveva impersonificata nel famoso film del 2000 che portava appunto il suo nome. Da decenni Brockovic è una ferocissima paladina di cause ambientali e in questi giorni ha annunciato di aver avviato un progetto a livello nazionale per il monitoraggio di tutte le comunità danneggiate dai data centers allo scopo di dare loro massima visibilità e aiuto legale.
Sui social tutti i giorni si possono trovare posts che forniscono appuntamenti per consigli comunali dove partecipare, indicazioni di attività per preparare marce o sit-in, istruzioni su come contattare i propri rappresentanti politici, senatori o giudici di contea e così via, si suggeriscono links per donazioni ad organizzazioni di protesta che vedono coinvolti librerie e biblioteche, comunità di base, collettivi di studenti, colleges, singoli individui e organizzazioni sociali.
Un flusso inarrestabile che dimostra chiaramente come gli americani siano davvero incazzati.
Il picco di tutta questa attività si è avuto lo scorso 18 luglio quando 145 proteste si sono svolte in 42 stati su 50.
E questa rabbia è anche molto politically correct: non importa se si è repubblicani o socialisti democratici. La lotta contro i data centers accomuna tutti ed è diventata forse l’unica grande battaglia da decenni che li sta vedendo compatti sullo stesso fronte.
Qui negli States i politici dei piani alti finora hanno fatto orecchie da mercanti o hanno cercato di evitare prese di posizioni troppo forti, a parte personaggi come Sanders, Alexandria Cortez, Mamdani e pochi altri democratici.
Ma le elezioni midterm di Novembre si stanno avvicinando a grandi passi e sono in molti a scommettere che i data centers diventeranno il cavallo di battaglia delle campagne elettorali.
E le posizioni di molti politici potrebbero cambiare.
PAOLA CECCARELLI
