L’ECONOMIA DI CIVITAVECCHIA FRA LE DUE GUERRE MONDIALI – CONCLUSIONI
a cura di MARIA BONCOMPAGNI ♦
La città di Civitavecchia, le cui origini si perdono nel tempo, nacque, come abbiamo visto, insieme al suo porto. La vita della città si svolgeva tutta all’interno del perimetro delle mura medievali finché, verso il 1500, cominciò il primo ampliamento, dovuto soprattutto all’immigrazione di marinai e commercianti attratti dalla franchigia. Tale ampliamento non conobbe più soste, fino al suo picco negli anni tra il 1911 e il 1931. La città, grazie al porto e alle industrie nascenti o a quelle già esistenti, richiamava dalle zone circostanti e dalle altre regioni d’Italia (Campania, Abruzzo, Basilicata) una grande massa di immigrati. Dobbiamo però sottolineare come tale massa non trovasse sempre impiego secondo le aspettative: quando non andò ad ingrossare il numero dei disoccupati locali, fu indirizzata verso l’attività agricola. Per quanto riguarda quest’ultima notiamo un incremento di occupati dal 1931 al 1938 (si passa dal 15,2% al 22,1%) mentre riscontriamo un netto calo dal 1936 al 1951 (dal 22,1% al 7,9%). Tutto questo si spiega facilmente perché, in concomitanza con la battaglia per il grano sponsorizzata dal regime, si passò per Civitavecchia e il suo comprensorio dal pascolo brado alle colture granarie a bassissimo reddito. Dopo il secondo conflitto mondiale tali colture furono abbandonate perché non permettevano più neppure la sopravvivenza. La pesca rivestiva un’importanza piuttosto notevole nell’occupazione anche se forniva un reddito molto basso che faticava ad adeguarsi all’aumento del costo della vita. A riprova della staticità di una simile economia si veda la lapide, all’epoca collocata in Piazza Calamatta, che stabiliva il prezzo del pesce (cfr. Latina Gens, op. cit., p. 154; distrutta dai bombardamenti e poi rifatta, la lapide è oggi situata tra via Buonarroti e i giardinetti del Pincio). Gli addetti all’industria registrano un aumento notevole, come abbiamo visto, tra il 1921 e il 1931, passando dal 28,1% al 42,1%. Dopo il 1931 le industrie chimiche e minerarie entrarono però in crisi e ciò creò un grave problema occupazionale. Ressero solamente le fabbriche più produttive come l’Italcementi e altre industrie alimentari e meccaniche. Durante il ventennio fascista i lavoratori addetti al commercio crebbero costantemente, a riprova del fatto che il settore terziario poteva rappresentare l’unico ambito di sviluppo per la città di Civitavecchia che, come era sempre più chiaro, non poteva certamente trasformarsi in una città industriale, a dispetto di quanto vagheggiato dagli uomini politici del tempo. Occorre a tal proposito aggiungere che le industrie locali rimaste in vita dopo la crisi erano quasi sempre a conduzione familiare e perciò non rivestivano grande importanza ai fini dell’occupazione. Il punctum dolens dell’economia del ventennio fascista fu però rappresentata, come osservato più volte, dal mancato sviluppo del porto e della zona industriale che si sarebbe dovuta creare nel circondario. Durante il ventennio la questione di creare un bacino più ampio e più profondo capace di accogliere piroscafi di maggior tonnellaggio fu più volte posta, ma non fu mai risolta. Abbiamo anche ricordato alcuni dei tentativi portati avanti presso il governo sia dal Comune che dalla Camera di Commercio di Civitavecchia per ottenere contributi per il porto, contributi che furono concessi solo in parte e che pertanto servirono ad apportare soltanto qualche piccolo miglioramento. Altri porti, invece, nel frattempo sistemarono le proprie strutture adeguandole alle esigenze dei tempi grazie a sovvenzioni governative. A ciò si unisce il fatto che nel 1927 venne concessa la franchigia ad altri porti italiani, con la conseguenza che le merci destinate ai mercati di Civitavecchia vennero dirottate verso le zone franche, con grave danno per l’economia locale e laziale. L’esempio più lampante è il porto di Livorno. È ragionevole sostenere che il motivo principale per cui il porto di Livorno fu favorito risiedeva non solo nel fatto che esso apparteneva a una zona già industrializzata, ma anche e soprattutto al fatto che lì abitava Costanzo Ciano, presidente delle acciaierie di Terni; perciò, verso tale porto fu convogliata la produzione di questo importante impianto. La figura di Costanzo Ciano, Conte di Cortellazzo, riassume le contraddizioni più profonde del regime fascista. Reduce della Grande Guerra, aderì precocemente al fascismo ottenendo cariche istituzionali di primo piano. La sua posizione pubblica gli consentì di ottenere concessioni e di controllare flussi di denaro pubblico. In particolare, Ciano incassava contributi pubblici attraverso il controllo della Tirrenia, compagnia di navigazione sovvenzionata dallo stato per i collegamenti tra la Sardegna, la Sicilia e le colonie. Al tempo stesso entrava nei consigli di amministrazione della Banca Commerciale Italiana e del Credito Italiano, che finanziavano imprese riconducibili a lui e alla sua cerchia. Infine partecipò alla fondazione dell’EIAR, la radio di stato. Ciano accumulò perciò enormi ricchezze così come altri gerarchi, che divennero imprenditori di successo. Del resto, favoritismo e corruzione costituivano la norma durante il ventennio fascista. Tornando alla Civitavecchia-Orte che, come allora si diceva, avrebbe dovuto convogliare la produzione di acciaio e altri merci verso il porto di Civitavecchia, c’è a questo punto da chiedersi perché fosse stata realizzata. È verosimile sostenere che tale linea fosse stata costruita esclusivamente a scopi bellici, dal momento che di certo non rispondeva agli interessi dei capitalisti del regime. Dal momento che la Civitavecchia-Orte attraversa luoghi incontaminati e di straordinaria bellezza abitati anticamente da villanoviani ed etruschi, tale linea sarebbe dovuta essere ripristinata per finalità turistiche e culturali. La linea Civitavecchia-Capranica, invece, fu soppressa nel 1960, pur non essendo mai stata smantellata. Anzi, sulla linea furono in seguito eseguiti lavori costosissimi al fine di ripristinarla, ma i lavori, portati avanti a più riprese e sempre in modo molto approssimativo, alla fine vennero interrotti definitivamente: un classico esempio di spreco di denaro pubblico e di mancanza di visione politica! A questo punto mi sembra doveroso far nuovamente riferimento ai numerosi problemi della città, problemi di cui durante il ventennio non era consentito parlare o scrivere, pur essendo presenti in maniera talvolta esasperata. Di quanto sto per dire sono state testimoni molte persone che ho conosciuto e che, pur essendo bambini o molto giovani nel ventennio, ricordavano molto bene il loro infimo tenore di vita. Primo fra tutti c’era il problema della casa, conseguenza del grande incremento demografico che costringeva i meno abbienti a vivere in condizione di sovraffollamento, di coabitazione e di promiscuità al limite dell’umano (la media era di quattro persone a vano). L’Istituto Autonomo per le Case Popolari non risolse certamente il problema, non solo perché costruì pochi fabbricati rispetto al numero di persone che avevano necessità di una casa, ma anche perché nell’assegnazione delle abitazioni privilegiò determinate categorie – ad esempio gli ex combattenti – rispetto ad altre. Il problema rimase dunque vivo per la maggior parte della popolazione, che viveva ammassata nel vecchio centro storico o in casette malsane alla periferia della città. Abbiamo visto che il problema dell’acqua e dell’igiene fu affrontato attraverso la costruzione degli acquedotti del Mignone e di nuove fognature. Dobbiamo però affermare, se non vogliamo contribuire alle numerose mistificazioni che sono state alimentate dalle opere scritte durante il ventennio, che le opere idrauliche e le opere igieniche risolsero i problemi suddetti solo in parte; poche erano infatti le case in cui l’acqua arrivava e pochissime erano fornite di servizi igienici. Tale mancanza di igiene, unitamente alle condizioni di sovraffollamento, provocavano, soltanto nel vecchio centro storico (vale a dire dal quartiere S. Giovanni al porto), migliaia di casi di affezioni polmonari. Vorremmo infine ricordare che il piano regolatore della città, che si proponeva di risolvere il problema urbanistico, non fu mai realmente applicato: per questo motivo la città crebbe nel modo caotico che noi tutti conosciamo. Civitavecchia dunque, nel periodo preso in considerazione, non divenne certamente quella “vedetta imperiale sul mare latino” che piuttosto pretenziosamente i fascisti locali pensavano fosse o dovesse diventare; anzi, non riuscì neppure a invertire il trend di decadenza cominciato agli inizi del secolo. In conclusione, Civitavecchia non riuscì mai a risolvere i suoi problemi più gravi. Ciò si collega a una problematica più generale: durante il ventennio fascista, non fu mai programmato uno sviluppo del Centro-Sud e della Sardegna, semplicemente perché non rientrava nei piani del regime. Rientrava invece in tali piani assecondare in ogni modo gli interessi del capitale e dei gruppi di potere che avevano a tale scopo supportato l’ascesa del fascismo, continuando a sostenerlo anche quando era ormai chiaro a tutti che il fascismo avrebbe trascinato l’Italia nell’abisso.
MARIA BONCOMPAGNI
