Genova, venticinque anni dopo. La globalizzazione dei diritti
di VALENTINA DI GENNARO ♦
Nel luglio del 2001 la storia a Genova ha subito una accelerazione.
Non è possibile ridurre quelle giornate alla morte di Carlo Giuliani, alla Diaz o a Bolzaneto. Significherebbe raccontarne soltanto l’epilogo più tragico e non certo meno grave o meno impattante sul futuro di una generazione. Prima della repressione, prima della violenza, prima della sospensione dei diritti costituzionali, Genova era stata soprattutto altro: il più grande incontro internazionale di persone che provavano a immaginare una globalizzazione diversa. Era, in effetti, l’ultimo di una serie di incontri, contro manifestazioni e iniziative in altre parti dell’Europa e del Mondo.
Per anni quel movimento è stato liquidato con un’etichetta profondamente sbagliata: “no global”. In realtà, quasi nessuno era contrario alla dimensione globale del mondo. Eravamo contro un modello economico che rendeva globale il capitale ma non i diritti, che garantiva la libera circolazione delle merci ma non quella delle persone, che proteggeva i profitti molto più del lavoro, dell’ambiente e della dignità umana. Che, ora, a ragion veduta questa è anche il fondamento di una Europa che non ce la fa ad esprimersi ed imporsi come soggetto dirimente nello scacchiere mondiale, perchè di fatto, dalla sua genesi nasce come un insieme fondato sul mercato, sulle merci, sulla moneta e non sulle persone.
Era il primo grande movimento per la giustizia globale.
Dentro quelle piazze convivevano culture diverse che difficilmente si erano incontrate prima con quella intensità. Ambientalisti, reti pacifiste, movimenti cattolici, associazioni internazionali, amministratori locali, studenti, centri sociali, organizzazioni non governative, cooperazione internazionale, femministe, sindacalisti, ricercatori. Una pluralità straordinaria che trovava unità non nell’identità, ma nella convinzione che il mercato non potesse rappresentare l’unico criterio di organizzazione della società.
Si parlava di cambiamento climatico quando ancora non occupava le prime pagine dei giornali. Si denunciava la finanziarizzazione dell’economia molti anni prima della crisi del 2008. Si metteva al centro il tema del debito dei Paesi più poveri, dell’accesso universale ai farmaci, della sovranità alimentare, della tutela dei beni comuni, del commercio equo, della difesa dell’acqua pubblica, dei diritti dei lavoratori lungo l’intera filiera globale. Erano temi che oggi appartengono al linguaggio comune, ma allora apparivano radicali.
In quelle giornate si affermava un’idea semplice e rivoluzionaria: se il capitale è globale, devono esserlo anche i diritti. Se le multinazionali agiscono senza confini, anche la democrazia deve imparare a superare i confini nazionali. Se l’economia produce effetti planetari, anche la politica deve tornare ad avere una dimensione internazionale.
Accanto a tutto questo cresceva una nuova consapevolezza femminista.
Non era ancora il tempo delle grandi mobilitazioni di Non Una Di Meno, ma molte delle categorie che oggi utilizziamo erano già presenti. Le donne di quel movimento portarono una critica profonda al modello di sviluppo dominante, mostrando come il neoliberismo producesse disuguaglianze non soltanto economiche, ma anche di genere. Mettevano al centro il lavoro di cura, quasi sempre invisibile, denunciavano la violenza strutturale esercitata sui corpi delle donne, costruivano relazioni internazionali tra movimenti femministi di continenti diversi e contribuivano a ridefinire il concetto stesso di diritti umani, intrecciandolo con quello della giustizia sociale, della pace e dell’autodeterminazione. Nasceva infatti il primo approccio alla politica transfemminista e intersezionale su larga scala.
Fu anche grazie a quella stagione se il femminismo smise definitivamente di essere percepito come una questione privata o esclusivamente occidentale, diventando una lente attraverso cui leggere il funzionamento complessivo del potere.
Poi arrivò la repressione. La caccia all’uomo.
La morte di Carlo Giuliani. La scuola Diaz. Bolzaneto. Una delle pagine più buie della storia repubblicana. La sospensione dei diritti, le torture riconosciute anche dalle corti internazionali, l’umiliazione sistematica di centinaia di ragazze e ragazzi rappresentarono un trauma collettivo da cui il nostro Paese non si è mai completamente ripreso.
Ma la sconfitta di quella stagione non fu soltanto il risultato della violenza dello Stato.
Fu anche l’incapacità della politica di comprendere ciò che stava accadendo e, allo stesso tempo, la difficoltà del movimento di costruire una rappresentanza capace di tradurre quella straordinaria ricchezza sociale in un progetto di governo.
In altri Paesi quella trasformazione è avvenuta, con risultati differenti ma significativi. In Grecia, in Spagna, in America Latina, molte di quelle esperienze hanno attraversato le istituzioni. In Italia no. Qui è prevalsa una reciproca diffidenza tra movimenti e politica organizzata che ha finito per indebolire entrambi.
Eppure il tempo ha dato ragione a molte di quelle intuizioni.Oggi discutiamo di crisi climatica, di tassazione delle multinazionali, di concentrazione della ricchezza, di regolazione delle piattaforme digitali, di diritti delle persone migranti, di pace, di beni comuni, di transizione ecologica, di giustizia intergenerazionale. Sono esattamente le questioni che quel movimento aveva posto al centro del dibattito internazionale più di venticinque anni fa.
Per questo Genova non appartiene soltanto alla memoria. Appartiene al futuro.
Ricordarla significa interrogarsi sul rapporto tra democrazia e potere economico, tra istituzioni e movimenti, tra rappresentanza e partecipazione. Significa continuare a pensare che i diritti non possano fermarsi davanti ai confini degli Stati e che la dignità umana non possa essere subordinata agli interessi del mercato.
La globalizzazione ha vinto. Ma non ha ancora vinto la globalizzazione dei diritti. È quella la sfida lasciata in eredità da Genova. Ed è forse la più urgente delle questioni politiche del nostro tempo.
VALENTINA DI GENNARO

Globalizzare i diritti. Significherebbe essere cittadini del mondo e non delle proprie ristrette culture. La condizione umana sembra essere una qualità di grado inferiore alla appartenenza ad una data tribù. E’ l’antica storia fra il particolarismo e l’universalismo.
Il diritto ad avere dirittinon dipende dall’essere umano ma dall’appartnere ad una tribù. La coesione sociale si forma con la logica della esclusione: noi siamo perchè contro di loro!
Questa logica è concreta mentre l’universalismo appare astratto.”Solo l’amore ci salverà “è il conato di Francesco, bello ma solo poetico.
L’uomo è un legno storto. Possiamo fare solo passi avanti ma mai raggiungeremo, in questo tempo, la fraternitè. Ma questi passi avanti sono già molto. Pensare al famoso paradiso in terra partorisce gulag e campi di sterminio.
Pur tuttavia la lotta per avere diritto ai diritti fa dell’umano qualcosa di differente dal resto della Natura.
Cara Valentina sappiamo tutti e due che mai si raggiungerà l’obiettivo di una sola tribù la cui appartenenza dipende solo dall’essere umani. Tuttavia lottare per questo è sempre atto dovuto (se si lotta per questo e…non per altro).
Come sempre, ti abbraccio.
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Valentina, apprezzo questa tua lucida analisi dei fatti di tanto tempo fa, ma attuali oggi, con questa capacità della Storia di anticipare gli eventi che poi – direbbe VIco- giungono a compimento. Ciò che, purtroppo, stenta a cambiare è la miopia con cui continuiamo a guardare il presente, ci sfugge lo sguardo lungo del futuro, forse ora più di allora, legati come siamo alle “istantanee” della comunicazione immediata.
Maria Zeno
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