“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – SE ERNESTO È UN UOMO
di MICHELE CAPITANI ♦
Sembra proprio che fra gli uomini si possano distinguere soprattutto due categorie nette e distinguibili: i salvati e i sommersi. Altre coppie di contrari (buoni e cattivi, poveri e ricchi, stupidi e intelligenti, vili e coraggiosi, disgraziati e fortunati, ladri e onesti, felici e depressi) sono assi meno nette, meno innate, e ammettono gradazioni intermedie più numerose e complesse.
Se sei un sommerso, non sai per cosa ti alzi la mattina; i giorni si somigliano tutti. Devi inventarti la capacità di scavarti una nicchia, di secernere un guscio. Ma il veramente difficile è difendersi da quanto ti vive dentro: pensare e ricordare, spesso è meglio di no.
Insomma, hai la consapevolezza di essere finito sul fondo.
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Ernesto giunge un giorno al servizio docce: è nostro concittadino e non è un barbone, anzi si concia dignitosamente: abiti mai trasandati, barba rasata e pizzetto curatissimo. Francamente sembra un carabiniere, ma per ora sarà prudente non fare certe battute!
Notiamo che si scusa sempre, quando chiede qualcosa.
Ma cosa l’ha spinto qui? È stato sbattuto fuori casa dalla moglie (che ha cambiato la serratura) e si è sistemato in cantina. In verità la casa non sarebbe di lei, ma lui resterà sempre della linea di non far intervenire la polizia per evitare scenate di fronte ai figli (8, 11 e 17 anni). Cercheremo più volte di convincerlo, ma ovviamente la faccenda non è che si risolverebbe una volta che riuscisse a rientrare. Oltretutto, lui e la moglie sono tossici, ma adesso probabilmente usano solo metadone (lui parla al passato delle loro “esperienze”).
I suoi problemi all’inizio sono logistici: cercare di rientrare in casa senza fare scenate, giusto per prendere cose utili; e chiaramente lavarsi e le altre cento occorrenze quotidiane. E più avanti, soprattutto, cercare di dare una sistemazione alla sua vita, e questo è ben più difficoltoso del trovare un posto per appoggiare valigie o del venire da noi a far la doccia.
Ci parla della ricerca di una comunità per disintossicarsi del tutto, e ciò è problematico poiché devono concertarsi il Serd e il giudice, giacché non può allontanarsi dal comune di Civitavecchia. Non chiedete la ragione: lui non me l’ha detta, io non gliel’ho chiesta, ma presumiamo che avrà a che fare con la droga. I Servizi sociali invece c’entrano per la situazione familiare e dei minori (non può avvicinarsi a loro, confesserà più avanti).
All’inizio non si capisce se sia davvero intenzionato o se le sue siano affermazioni trascurabili, ma è lampante che non la sappiamo tutta, e agli inizi non possiamo comunque conoscerla tutta, e nemmeno ci preme. A noi interessa sapere se, e come, e fino a dove lo si possa aiutare.
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Viene l’estate. Un giorno mi chiede aiuto perché c’è la possibilità di una sistemazione in comunità, solo che è privo di carta d’identità e all’anagrafe gliel’hanno negata: è successo che la moglie (con cui ormai non vuole avere più niente a che fare) è andata a dichiarare all’anagrafe che Ernesto non risiede più lì, perciò la sua residenza è sospesa, o almeno così capisce il nostro uomo.
Urge colloquio con chi di dovere.
Oggi più che mai Ernesto mi dirà che gli dispiace se mi fa perdere la mattinata, ma nondimeno è una visita istruttiva: la Dirigente dell’Anagrafe, con la consueta cortesia, ci dice che evidentemente non basta che una persona vada a denunciare la non-presenza di un’altra:
«Se così fosse, ogni litigio familiare potrebbe creare un senza-dimora!»
Funziona invece così: dopo la segnalazione, l’anagrafe manda almeno tre controlli tramite i Vigili, nell’arco di 365 giorni, dunque Ernesto può stare tranquillo fino alla prossima estate, poi si vedrà. Intanto il documento glielo rilasciano, e trova pure temporanea ospitalità da amici.
Purtroppo dopo qualche settimana tutto peggiora: in primis la situazione familiare, poiché la moglie si è messa con un altro delinquente, un drogato attaccabrighe (la fonte è Ernesto stesso) che si insedia a casa loro. Peggiora anche tutto il resto, poiché la sistemazione in comunità “salta”, come salta l’assunzione per due mesi sui traghetti (il libretto di navigazione l’ha sempre rinnovato):
«Miche’, ho perso 5000 euro per non aver accettato di imbarcarmi, dato che mi avevano detto che sarei entrato in comunità da un giorno all’altro. Solo che prima mancava il documento, poi non c’era stata una notifica dal tribunale all’avvocato, poi altre cose che nemmeno ho capito…»
Peggiora dunque anche la salute: l’umore di Ernesto va annerendosi, anche perché a quanto ho scritto si assomma il dolore per i figli, non soltanto perché li vede poco e niente, ma ancor più perché ora li sa sotto lo stesso tetto di un gaglioffo cocainomane; anche la figlia maggiore, adolescente.
E si vede isolato, sballottato qua e là ma al contempo prigioniero di una situazione intricata e in una città da cui non può uscire.
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Mi telefona un venerdì di novembre: il compagno della moglie gli manda sfilze di messaggini di minacce, e siccome Ernesto deve andare a prelevare le ultime cose dalla cantina per allontanarsi una volta per tutte, teme fondatamente che il tizio lo possa aggredire. Allora come si cautela? Va dai Carabinieri, mostrando gli sms, e loro manderanno una pattuglia per scongiurare il peggio. Nella faccenda c’entro anch’io con la mia utilitaria perché a Ernesto serve un mezzo per caricare i bagagli.
L’appuntamento è sabato mattina fra me, lui, e la gazzella.
Mentre aspettiamo i militi, mi racconta storie della sua vita, che inizia in un quartieraccio di Roma (il padre aveva due famiglie), ma è una narrazione che non può essere conclusa perché ovviamente, stando di vedetta fuori dal bar che è fulcro di questa borgata dove lui abita(va), ci si interrompe innumerevoli volte, una volta per salutare un suo amico che passa, un’altra per un amico mio, e via così.
Alla fine, commenta:
«Che poi, a me… me pijano spesso per un carabiniere!»
«E ci hanno ragione: prima di vedere che hai le scarpe spaccate e uno zainetto dei cartoni animati, si notano gli occhiali neri e i capelli corti e impomatati, e il pizzetto sempre curato… proprio da sbirro!»
Ormai certe battute gliele posso fare, ed Ernesto ride, evento raro assai…
Arrivano i carabinieri (addirittura tre!) e ci scortano allo scantinato. Scende immediatamente il compagno della moglie, con aria da galletto, ma loro lo bloccano con risolutezza. Intanto Ernesto, disinteressandosene, provvede celermente al pietoso ufficio dell’estrazione delle sue cose.
Lo scantinato è sottosopra; lui senza complimenti né commenti trae in pochi minuti roba da gonfiarne tre borsoni, e molto altro lo abbandona. Tra la roba lasciata, io scorgo dei libri, trouvaille curiosa nel mondo della strada, nel quale di letteratura se ne incontra pochissima. Ne arraffo qualcuno da sotto il ciarpame: alcuni romanzi interessanti, e siccome c’è da sbrigarsi, piglio senza stare a guardare anche l’ultimo, proprio sotto l’ultima coperta, anche se non vedo che titolo sia.
Lo scoprirò dopo…
Riempiamo finalmente la macchina, la stipiamo del tutto, mollo i libri sopra il cruscotto e altre cose mie sotto al sedile, e ce ne andiamo dopo un essenziale saluto e ringraziamento alla pattuglia.
Ernesto mi chiede di lasciarlo, lui e tutta la roba, nello spazio prospiciente all’ospedale, dove lo preleveranno degli amici (che non ci tengo a conoscere). Arriviamo, scarichiamo tutto, e infine mi fa:
«Non so come ringraziarti…»
«Non ringraziarmi, così facciamo prima. Però aggiornaci, e cerca di partire al più presto pe’ ‘sta cazzo de comunità».
«Sì, non vedo l’ora di andarmene da questa città. Sono preoccupato solo per i miei figli, sapendo in che situazione li lascio».
Mi verrebbe da ricordargli che queste rogne e grattacapi sono anche colpa sua, ma mi trattengo visto che gli scappano delle lacrime; al che, è anche lui che materialmente scappa dalla macchina, ovviamente scusandosi.
E fattelo ‘sto pianto, Erne’, male non ti farà…
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Rimasto infine solo, parto.
Giungo sotto casa mia, e parcheggio. Raccatto dalla macchina le mie cose, finite alla rinfusa dopo il “trasloco”: taccuino, giaccone, cappello, chiavi di casa, e quei libri che stavano infoibati sotto le cianfrusaglie dello scantinato, che avevo preso e lasciati sparsi sul cruscotto.
E mi viene un brivido, e per mezza giornata non smetterò di pensarci: l’ultimo libro cavato a caso, il titolo che non sapevo perché raccolto in fretta e alla cieca, è proprio lui: “Se questo è un uomo”.
Un libro buttato che parla di uomini buttati.
Aveva ragione Primo Levi a ricordare che i libri come gli uomini hanno un loro destino, che a volte coincide. Per questo, iniziando a scrivere questo capitolo avevo citato questo scrittore (come nascostamente in altri passaggi delle mie storie), poiché i senza-dimora sono anch’essi espropriati di tutto, spesso senza colpa né peccato, obbligati a doversi fidare di sconosciuti, che sia per un passaggio in macchina o un prestito trascurabile o un piatto di pasta. Esposti al freddo in inverno e al caldo in estate, e alla fame e alla sete, all’incertezza e ai furti. Condannati a diffidare di tutti, perché nel grigio diffuso che diviene il loro mondo, un gesto gratuito può difficilmente esser concepito come tale. E condannati a subire la deliberata “sconoscenza” della povertà, che mettono in atto coloro che ti negano che soffri («Sei un barbone perché in fondo l’hai voluto»). E condanna a essere considerato ladro invece di affamato, trascurato invece di bisognoso di una doccia, inopportuno invece di disperato, asociale invece che svuotato dalla solitudine.
E non è questo, forse, anche il ritratto di un häftling nel lager?
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Arriviamo a oggi, Domenica delle Palme. Ernesto mi aveva chiamato ieri, non potevo rispondergli, poi ho pensato che ad ogni modo ci saremmo visti stamattina alla messa nel cortile del centro per i poveri. Non appena mi scorge mi dice che deve dirmi una cosa importante, e non ne dubito, perché ormai so che non è isterico né allarmista. A tavola, al pranzo organizzato per l’occasione, scopro cos’è ciò che mi doveva dire: non è solo importante, è quanto di più tragico si possa immaginare: mi mostra un post su facebook della figlia, che dichiara di aver assunto come padre il tizio che ora sta con la madre. Ernesto è sconvolto, e io rimango impietrito: com’è sopportabile un dolore del genere? Se capitasse a me, come allontanerei la tentazione di gettarmi sotto un treno?
Tossico a suo modo signorile, siccome siamo a tavola mi dice che si è sentito «di cacca», logicamente scusandosi per il termine! Ma scurrile o no, non è umanamente possibile ideare un termine per un dolore tanto atroce. Le parole non arrivano dappertutto.
Di carattere io non sono facile a provare sensi di colpa, ma questa volta, a non averlo richiamato ieri, mi sento davvero un verme.
Però, troverà pochi giorni dopo una comunità in Alta Italia, disposta ad accoglierlo:
«Miche’, è ufficiale: il 31 devo stare su. Cammino a tre metri dal suolo!»
Ha bisogno d’un ultimo favore: che gli custodiamo due borse di roba. Ce le lascia, e ci informa: una volta lassù, dopo un primo periodo potrà telefonare a qualcuno, allora ci contatterà, per sapere come vanno le cose eccetera. Io percepisco che in lui parla anche la paura della solitudine, mancava solo lei a quest’uomo senza requie, che riassume su di sé le mille facce della povertà.
Paura, ma anche contentezza, le due sorelle inseparabili che sempre ci accompagnano nelle partenze più importanti…
MICHELE CAPITANI

Michele! Grazie di questa ennesima storia di “sommersi e salvati”. “Se questo è un uomo”…sì, lo è e a tanti ricorda di essere -o di rimanere-uomini.
Maria Zeno
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