Gli anni felici
di MARCELLO LUBERTI ♦
Vedo l’immagine, un bianco e nero di grana grossa, che bella!
Ingrandisco il retro per controllare le firme e mi accorgo che manca la mia.
«Io, va a sapere perché, non firmai come tutti gli altri», messaggio ai compagni di classe appena radunati in una chat, grazie al ritrovamento della foto della III D Scientifico, maggio 1974. Le fotografie si facevano sempre a maggio con la bella stagione.
Passa nemmeno un minuto e Assunta Manzini scrive lapidaria: «Stavi a fare la commedia».
Grazie Assunta! Hai smontato in cinque parole ciò che ho cercato di costruire per 52 anni da allora, per sembrare una persona seria, formare una morale, degli ideali. O meglio, mi hai ricordato da quale base partisse il mio progetto di trasformazione, in cui ho creduto per molti anni.
Si, ero vivace, impertinente, sboccato, dicevo subito quello che pensavo, organizzavo scherzi, le prese in giro degli amici. Riportavo sempre sette in condotta al primo quadrimestre. Indisponevo i professori, non tutti però.
Ho condotto un esame sommario ma credo veritiero: l’intersezione felice andrebbe da ottobre 1973 a marzo 1977. A occhio e croce, mi è successo come diceva Frederic Moreau nel finale de “L’educazione sentimentale”, quando si racconta con l’amico Deslauriers una storia non ancora dimenticata e accaduta loro tre anni prima:
– È quello che abbiamo avuto di meglio!
Avete presente quando avvertite una specie di motore che vi spinge, vi attraversa le membra, vi trasporta verso un mondo sconosciuto, che vi fa dimenticare ogni tipo di paura? Accadde proprio questo.
Lo stato iniziale: da bambino, elementari e medie, la mia vita nella città di C. era fatta solo di calcio, tutti i pomeriggi nei cortili e nei campetti improvvisati intorno a casa; ero più o meno apprezzato più o meno bistrattato, dentro una famiglia non proprio serena, che poi sarebbe deflagrata. Ignorato dalle ragazze, o almeno io sentivo così. Alle feste a base di musica e balli era difficile trovare qualcuna che mi venisse dietro. Nei primi anni del liceo qualche vaga passione goliardica per la destra: cercavamo di darci un tono, sentirci parte di qualcosa, ma c’era avversione per la politica. Avevamo una grande passione per la musica, una cosa molto presente allora: Elton John, Genesis, Stevie Wonder, Eagles, i cantautori e molti complessi di nicchia. La colonna sonora del periodo fu certamente “Killing me softly” di Roberta Flack. La copertina più sexy quella del terzo album di Carly Simon (“No secrets”).
C’era in classe nostra uno scopritore di novità e talenti, spendeva un sacco di soldi per portare musica nuova alle feste, Pierluigi, è morto due anni fa. Ricordo quando mise sul piatto “Stranded” dei Roxy Music e lo guardammo stupefatti, perché non conteneva un solo lento da ballare.
Al terzo liceo scientifico entra in scena il cosiddetto deus ex machina, Claudio Marcotullio, il nuovo professore di filosofia.
Durante la primavera, quella della fotografia, si aggiunse l’incontro con il primo amore della mia vita.
Non sono stato quasi mai d’accordo con mio padre, ma lui lo diceva sempre: nella vita gli incontri sono tutto.
La novità della materia, la giovane età del professore, il carattere all’apparenza timido, la commistione col linguaggio comune, i riferimenti alla città di C., a qualche parola del dialetto, l’insorgenza della dimensione politica, i nostri sedici anni e una ricettività elevata produssero una miscela che contagiò tutti, in misura variabile, le ragazze e i ragazzi della III D. Ma soprattutto, in una scuola antica che parlava solo di passato si stabilì con Marcotullio una connessione vivace con il dibattito culturale di quel tempo.
La mia vita pian piano si trasformò. Non eravamo più bambini.
Fino a quando mi accadde una cosa buffissima.
Nel mese di febbraio organizzarono una settimana di scuola sci per gli studenti delle superiori, ma io non potei partire a causa di una bronchite, un’influenza, non ricordo bene. A conclusione della settimana bianca, mi misi a frequentare coloro che vi avevano partecipato e così conobbi Maddalena, una ragazza del Classico. Da una grande delusione scaturì per una volta la felicità inaspettata.
Fu un anno, quasi due, di amore e politica. Mi avvicinai alla sinistra e al PCI, che in quel periodo cresceva a gonfie vele nei consensi, su impulso di Enrico Berlinguer. Maddalena, che era più avanzata come ideali e valori, non credeva ai suoi occhi nel vedere la mia evoluzione repentina, ma subiva grosse limitazioni, divieti espliciti dalla famiglia. Girammo in tondo, torturandoci, all’amore fisico completo, ma senza riuscirci.
Nell’ottobre 1975 venni eletto nel Consiglio di Istituto del Liceo e decisi che l’amore di Maddalena mi stava stretto, non sentivo più il trasporto dei primi mesi: solo politica.
Intanto Marcotullio era diventato il nume tutelare di un’intera generazione di studenti, con lezioni tenute anche fuori dell’orario di scuola, seminari, approfondimenti, scambi di libri, attività politica diretta. Non ho mai smesso di ringraziarlo; ci siamo voluti bene, alla maniera nostra, fino alla sua morte alcuni anni fa, a soli 76 anni.
Con Maddalena, scegliemmo l’università che eravamo separati, ma poi ci rimettemmo insieme. Lei si iscrisse a Milano e io a Pisa, dove nella prima notte di quiete lontani dalle famiglie riuscimmo finalmente a fare l’amore.
Solo che Maddalena rimase incinta. Terrorizzata dalle conseguenze in famiglia, decise di abortire.
Andammo a Bologna per mettere fine, di fatto, anche alla nostra storia d’amore, in una città militarizzata a causa delle proteste, degli scontri violenti del marzo 1977.
Non lo sapevo, me ne sarei reso conto molti anni dopo, Flaubert aveva ragione: erano allo stesso tempo finiti anche gli anni felici della grande avanzata della Sinistra, della speranza della mia gioventù.
MARCELLO LUBERTI

Marcello, che bella immersione nei ricordi. Ho molto gradito questa lettura, parla di “my generation” , una generazione per molti aspetti unica.
Maria Zeno
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