DA PADRE ALBERTO GUGLIELMOTTI
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
A voi tutti che mi onorate col novantesimo di quell’Istituto che porta il mio nome io, Padre Alberto, dedico queste scarne righe. Siano esse testimonianza di quanto in vita amai la nostra città.
Quando il 5 di agosto Anno Domini 1812 venni al mondo era già tramontata l’epopea del mare per la nostra Civitavecchia. Ma i racconti, le epiche gesta, le vittorie, avanti che il vento le disperdesse, caddero per beneficio della Provvidenza nel mio animo e devotamente ne divenni il servile cantore.
Ma non già su questo è mia intenzioni intrattenervi. Troppo lungo e snervante sarebbe l’ordito, troppo sfarzosa la prosa che lo realizza.
E’ mia intenzione donarvi solo frammenti tratti via dall’oblio e narranti la giovane età ed il tempo senile ma entrambe legati da un unico nodo: l’amore per la Città e per lo spirito marinaresco.
Diletti fratelli,
ero nella dolce età della primavera. Ricordo quando, assieme alla scolaresca, d’improvviso udimmo la frase sempre attesa:
“Sospendiamo le lezioni e prepariamoci per il vespertino passeggio per una sana istruzione marinaresca”
Ordinati in doppia fila il Maestro ci guidava fra le imbarcazioni lungo il braccio del molo del Bicchiere.
Seduto sul traversone parte di un affusto il vecchio bombardiere Viola di cento battaglie marine protagonista contro i Turchi ci incantava accendendo la mia prorompente curiosità. Poi, d’improvviso ecco apparire il comandante Zara e tutti ci si alzava per fare la riverenza mentre il bombardiere salutava militarmente. Veniva il comandante a riveder i suoi luoghi a respirare il marino e si immaginava ancora d’esser sul suo cassero a dettar ordini .
Ecco, ora volgo lo sguardo indietro e vedo, dal molo di lontano, il campanile a vela
e la memoria mi fa presente, carico d’anni, la mia cameretta,
e vedo la finestrella dalla quale godevo della vista e sognavo.
Sognavo laggiù il fiero Marcantonio vestito di tutt’arme e pronto a salpare,
e le galee tutte impavesate e su per le sartie di maestro e di trinchetto quattro sagole con banderuole d’ogni taglia e colore,
e le campane di Santa Maria sciolte a gloria a benedire la Vergine Regina della Vittoria.
Conservo il tuo acre, salmastro, legnoso odor, mia amata marina,
conservo in me la pace interiore quando in piena notte alla mia finestrella miro la bruna navicella del pescatore notturno,
e la luna che si rispecchia e d’argento accende il nero mare,
e sento il vento che ronfia sotto al verone,
e vedo brillar a misura la luce del faro, nel mentre scintillano nell’acqua quattordici lumiere.
p.a.g.
CARLO ALBERTO FALZETTI
