Dalla ferita all’odio: un progetto per capire il disagio adolescenziale e prevenire la violenza emulativa
di PAOLO POLETTI ♦
C’è un’espressione che colpisce subito, perché riesce a dire in poche parole molto più di tante analisi tecniche: “dalla ferita all’odio”.
È il titolo e insieme il cuore, del progetto nazionale di ricerca e disseminazione dei risultati promosso dalla Fondazione Artemisia Lab, in collaborazione con HAL – Human Ai Lab dell’Università degli Studi LINK, dedicato a uno dei temi più delicati del nostro tempo: il disagio adolescenziale, la radicalizzazione digitale e la violenza emulativa.
Il progetto è stato presentato al Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara ed è in corso il procedimento per la concessione del patrocinio ministeriale. È un passaggio importante, perché conferma la rilevanza pubblica e istituzionale di un’iniziativa che riguarda direttamente il mondo della scuola, le famiglie, i territori e l’intera comunità educante.
Anche il Comune di Civitavecchia ha scelto di associarsi a questo percorso, offrendo un contributo scientifico ed esperienziale. È una scelta significativa, perché il disagio giovanile non è una questione astratta, lontana o riservata agli specialisti. È un tema che riguarda le famiglie, la scuola, le istituzioni, le associazioni, i servizi territoriali, le comunità locali. Riguarda, in definitiva, il modo in cui una società si prende cura dei propri ragazzi.
Il progetto nasce da una constatazione semplice: negli ultimi anni alcuni gravi episodi di cronaca hanno mostrato che il disagio adolescenziale può assumere forme nuove, più difficili da riconoscere e talvolta estreme. Non si tratta soltanto di ragazzi isolati, arrabbiati o fragili. Si tratta di fragilità che possono incontrare ambienti digitali capaci di amplificare la sofferenza, offrire linguaggi aggressivi, costruire comunità chiuse, alimentare modelli emulativi.
Sarebbe troppo comodo dire che “la colpa è del cellulare”. Il cellulare, da solo, non genera violenza. Internet, da solo, non crea odio. I social network, da soli, non spiegano il disagio adolescenziale.
Il punto è un altro. Il digitale è ormai diventato un ambiente di vita. I ragazzi non lo usano soltanto: lo abitano. Dentro il digitale comunicano, si confrontano, cercano conferme, costruiscono parti della propria identità, vivono successi e umiliazioni, trovano compagnia o solitudine, riconoscimento o esclusione.
Per questo il problema non è soltanto quanto tempo un adolescente trascorre online, ma che cosa trova online, come viene orientato, quali contenuti gli vengono proposti, quali comunità incontra, quali emozioni vengono amplificate, quali fragilità vengono intercettate.
Un ragazzo ferito può cercare nella rete parole per dare forma al proprio dolore. Può trovare ascolto, aiuto, conoscenza, relazioni positive. Ma può anche incontrare risposte tossiche: gruppi chiusi, narrazioni estreme, linguaggi di odio, modelli violenti, comunità che trasformano la sofferenza in rancore e il rancore in identità.
È questo il passaggio più delicato: quando la ferita diventa odio.
L’odio può dare una falsa forma al dolore. Può far sentire meno soli. Può offrire un nemico. Può trasformare il senso di esclusione in appartenenza a un gruppo. Può dare all’adolescente fragile l’illusione di non essere più vittima, bensì protagonista di una rivalsa.
Quando questo processo si svolge entro ambienti digitali chiusi, alimentati da algoritmi, contenuti estremi, modelli emulativi e dinamiche di polarizzazione, il rischio cresce. La violenza può essere immaginata non solo come gesto, ma come scena, racconto, performance, contenuto da condividere o imitare.
Il progetto della Fondazione Artemisia Lab e di HAL – Human Ai Lab nasce proprio per evitare letture semplificate. Non vuole colpevolizzare le famiglie. Non vuole demonizzare la tecnologia. Non vuole trasformare ogni ragazzo fragile in un potenziale pericolo. Vuole, invece, costruire una lettura più seria, interdisciplinare e preventiva del fenomeno.
L’approccio adottato tiene insieme tre dimensioni.
La prima è la dimensione personale e psicologica: il dolore, la solitudine, l’umiliazione, la fragilità identitaria, la difficoltà di dare un nome a ciò che si prova.
La seconda è la dimensione sociale ed educativa: l’indebolimento dei legami, la rarefazione dei luoghi di incontro reale, la difficoltà di molte famiglie e scuole nel riconoscere in tempo i segnali di disagio.
La terza è la dimensione digitale: piattaforme progettate per catturare attenzione, trattenere gli utenti, proporre contenuti sempre più coinvolgenti, amplificare emozioni forti e, in alcuni casi, esporre soggetti vulnerabili a comunità o contenuti dannosi.
Da qui nasce l’obiettivo del progetto: non limitarsi a un convegno, ma costruire un percorso di lavoro, confronto e produzione di strumenti concreti.
La prima fase è rappresentata dal convegno FAD ECM “Generazione Alpha: disagio adolescenziale, radicalizzazione digitale e violenza emulativa”, in programma il 16 giugno 2026, dalle ore 16:00 alle ore 19:00, con collegamento dall’Università degli Studi LINK di Roma. L’evento, accreditato per tutte le professioni sanitarie, costituisce il primo momento di confronto interdisciplinare tra competenze mediche, psicologiche, antropologiche, informatiche, giuridiche ed educative.
Il programma riflette bene la natura del progetto. Si parte dal disagio adolescenziale nella prospettiva biopsicosociale, per poi affrontare le dinamiche digitali, le vulnerabilità evolutive, le derive antisociali, gli ecosistemi digitali, gli algoritmi, le comunità chiuse, i modelli emulativi, l’etica dell’intelligenza artificiale, la responsabilità del design digitale e il ruolo della scuola nella prevenzione.
Questa prima fase serve a mettere a fuoco il problema e a costruire un linguaggio comune tra saperi diversi. Il disagio adolescenziale, soprattutto quando si intreccia con gli ambienti digitali, richiede infatti una lettura integrata, capace di tenere insieme dimensione psicologica, educativa, giuridica, tecnologica e sociale.
La seconda fase, prevista tra luglio e settembre, sarà dedicata a un lavoro più ampio. Non si tratterà soltanto di rielaborare i contributi emersi nel convegno, ma anche di acquisire ulteriori elementi scientifici e di raccogliere esperienze maturate sul campo.
In questo periodo il progetto sarà arricchito attraverso il confronto con studiosi, clinici, educatori, docenti, operatori sociali, esperti di sicurezza digitale e soggetti che, nei diversi contesti territoriali, entrano quotidianamente in relazione con adolescenti, famiglie e comunità educanti.
La finalità sarà duplice: da un lato, ordinare i contenuti scientifici già emersi; dall’altro, integrarli con osservazioni concrete, casi ricorrenti, pratiche educative, difficoltà operative e strumenti già sperimentati nei contesti reali.
È un passaggio decisivo. Un progetto di questo tipo non può nascere soltanto da una riflessione teorica. Deve fondarsi sul dialogo tra ricerca, esperienza educativa e conoscenza diretta dei fenomeni. Solo così gli strumenti finali potranno essere realistici, comprensibili e applicabili.
La terza fase sarà dedicata alla costruzione di una prima bozza dell’output operativo. Qui il materiale raccolto verrà trasformato in un documento di lavoro: non un testo destinato soltanto agli specialisti, ma una base concreta da sottoporre al confronto delle scuole.
L’output dovrà offrire criteri di lettura del fenomeno, indicazioni per la prevenzione, proposte formative, modelli di intervento precoce e linee di collaborazione tra scuola, famiglie, servizi, associazioni e istituzioni territoriali.
Una parte riguarderà la formazione dei genitori. Le famiglie non devono essere colpevolizzate, ma accompagnate nella comprensione di ambienti digitali sempre più complessi. Molti genitori vedono il tempo trascorso online dai figli, ma non sempre conoscono il funzionamento degli algoritmi, delle comunità chiuse, delle dinamiche di dipendenza, dei meccanismi di emulazione e delle forme di radicalizzazione digitale.
Un’altra parte sarà rivolta a docenti e dirigenti scolastici, con strumenti per riconoscere segnali di disagio, isolamento, ritiro, aggressività, esposizione a contenuti dannosi o appartenenza a comunità digitali problematiche.
Centrale sarà anche l’educazione emotiva e digitale degli studenti. Non basta insegnare ai ragazzi a usare la tecnologia. Occorre aiutarli a capire come la tecnologia orienta attenzione, emozioni, desideri, relazioni e identità. Il feed non è il mondo. Il like non misura il valore personale. La raccomandazione algoritmica non è neutrale. La visibilità non coincide con il riconoscimento autentico.
Il progetto guarda inoltre al rafforzamento degli spazi di ascolto e dei presìdi relazionali nelle scuole e nei territori. Il disagio non sempre esplode all’improvviso. Spesso manda segnali deboli, frammentati, ambigui. Per intercettarli servono adulti presenti, formati, capaci di ascolto e non solo di controllo.
Un ulteriore obiettivo è la costruzione di patti educativi e digitali territoriali, cioè forme di collaborazione stabile tra scuole, famiglie, istituzioni, servizi, associazioni e comunità locali. Nessun soggetto, da solo, può fronteggiare un fenomeno così complesso. La prevenzione richiede alleanze.
La quarta fase, prevista nel mese di ottobre, sarà quella del confronto con le scuole. La bozza dell’output operativo verrà presentata alle istituzioni scolastiche interessate, non come documento chiuso, ma come base di discussione.
Questo passaggio è fondamentale. La scuola non deve essere soltanto destinataria finale del progetto, ma interlocutrice attiva. Chi vive ogni giorno il rapporto con gli adolescenti può aiutare a verificare se gli strumenti proposti siano comprensibili, realistici, applicabili e realmente utili nei contesti educativi.
Le scuole potranno formulare osservazioni, valutazioni e proposte. Il loro contributo servirà a correggere, integrare e migliorare il lavoro svolto, mettendo a disposizione l’esperienza concreta di dirigenti, docenti, educatori e comunità educanti.
È qui che il progetto assume una dimensione pienamente partecipata. Non si tratta di trasferire alla scuola un pacchetto preconfezionato, ma di costruire con la scuola uno strumento più aderente alla realtà.
Accanto al lavoro scientifico e scolastico, il progetto prevede anche una componente laboratoriale ed esperienziale. In particolare, potranno essere sviluppati percorsi teatrali partecipativi capaci di far emergere vissuti, emozioni, frammenti di dialogo, messaggi digitali, micronarrazioni e dinamiche relazionali.
Il teatro, in questa prospettiva, non è intrattenimento. Diventa strumento educativo. Aiuta a rendere visibile ciò che spesso resta nascosto. Permette ai ragazzi di rappresentare paure, solitudini, rabbie, richieste di ascolto. Consente alla comunità educante di comprendere meglio ciò che accade sotto la superficie.
Dopo il confronto con le scuole si aprirà la fase conclusiva di assessment finale. Questa espressione può sembrare tecnica, ma indica una cosa molto concreta: la valutazione complessiva del percorso, dei contributi raccolti e degli strumenti elaborati.
L’assessment finale servirà a verificare se l’output operativo è coerente con gli obiettivi del progetto, se risulta comprensibile per famiglie e docenti, se può essere applicato nei contesti scolastici, se aiuta a intercettare il disagio e se favorisce una prevenzione educativa, digitale e relazionale.
In concreto, i contributi raccolti dalle scuole saranno esaminati, selezionati, ordinati e integrati nella versione finale del documento. La domanda di fondo sarà semplice: ciò che è stato elaborato è davvero utile per chi lavora con gli adolescenti?
Solo dopo questa verifica l’output operativo sarà consolidato nella sua versione conclusiva e avviato alla disseminazione.
La disseminazione non sarà una semplice comunicazione dei risultati. Sarà la messa a disposizione di criteri interpretativi, strumenti preventivi e buone pratiche per scuole, famiglie, istituzioni, servizi territoriali e soggetti pubblici e privati impegnati nella tutela dei minori.
La sfida, dunque, non è portare i ragazzi fuori dal digitale. Sarebbe impossibile e forse anche sbagliato. La sfida è rendere il digitale più abitabile, più responsabile, più umano.
Per questo occorre un’alleanza larga. Serve la scuola, ma la scuola da sola non basta. Servono le famiglie, ma le famiglie da sole non bastano. Servono le istituzioni, i servizi sanitari, le associazioni, le università, gli esperti di tecnologia, i giuristi, gli educatori, gli psicologi, i medici, i territori.
In questa prospettiva, anche Spazioliberoblog può offrire un contributo rilevante. Un progetto di questo tipo ha bisogno di competenze scientifiche, ma anche di luoghi di riflessione pubblica capaci di tradurre temi complessi in parole comprensibili. Ha bisogno di accompagnamento culturale, di confronto civile, di sensibilizzazione, di attenzione ai territori.
Spazioliberoblog, per storia, vocazione e radicamento, può contribuire a far conoscere il progetto, a seguirne gli sviluppi, a stimolare il dibattito e a coinvolgere la comunità cittadina. Può diventare uno spazio di racconto, approfondimento e partecipazione, capace di avvicinare un tema nazionale alla sensibilità concreta di una comunità locale.
Il tema, in fondo, riguarda tutti.
Non possiamo chiedere ai ragazzi di difendersi da soli da ambienti digitali progettati dagli adulti, finanziati dagli adulti, ottimizzati dagli adulti e monetizzati dagli adulti.
Non possiamo limitarci a dire loro: “Siate prudenti”, se poi li lasciamo soli dentro sistemi costruiti per catturare attenzione, sfruttare vulnerabilità e trasformare ogni emozione in tempo di permanenza.
Non possiamo neppure rispondere soltanto con divieti, perché la prevenzione vera non è soltanto controllo. È ascolto, educazione, responsabilità, comunità.
Il progetto “Dalla ferita all’odio” ha questo merito: non cerca un colpevole semplice, ma prova a costruire una risposta complessa a un problema complesso. Vuole comprendere senza semplificare, prevenire senza reprimere, educare senza colpevolizzare.
La posta in gioco è alta: evitare che la solitudine diventi isolamento, che l’umiliazione diventi rancore, che il disagio trovi nell’odio una falsa identità, che la ferita si trasformi in violenza.
È una sfida educativa, sociale, digitale e civile. Ed è una sfida che Civitavecchia, attraverso il contributo del Comune e della sua comunità, può aiutare ad affrontare con serietà, competenza e responsabilità.
PAOLO POLETTI
