L’economia di Civitavecchia fra le due guerre mondiali – Capitolo 1
Pubblichiamo con molto piacere un contributo di Maria Boncompagni, che ha curato per noi la sintesi di un lavoro importante: la tesi di laurea che suo marito, Giuseppe Rocchi, discusse il 5 dicembre 1974, dal titolo “L’economia di Civitavecchia fra le due guerre mondiali”.
Anche se sono trascorsi più di cinquant’anni dalla sua stesura, questo testo conserva un notevole interesse. Siamo convinti che viaggiare nel passato non sia un semplice esercizio di memoria, ma lo strumento più efficace che abbiamo per interpretare e capire il nostro presente.
L’appuntamento è settimanale ogni martedì su spazioliberoblog.
a cura di MARIA BONCOMPAGNI ♦
CAPITOLO 1: CENNI STORICI
Origine e caratteristiche della città
Il territorio di Civitavecchia, favorito da un clima mitissimo e con facili approdi sul mare, fu abitato da epoche remotissime. Sono stati infatti rinvenuti, presso il torrente Fiumaretta, nel luogo denominato i Pisciarelli, punte di frecce e raschiatori di silice risalenti al neolitico e, in altre località, vestigia di capanne preistoriche appartenenti all’epoca del bronzo. Si può supporre che i successivi villaggi dell’epoca etrusca venissero fondati dai successori di quelle prische popolazioni («Civitavecchia attraverso i secoli», Latina Gens, Roma, 1932, p. 9). La città ricevette il primitivo nome di “Pirgi” o “Pirgus” dagli etruschi sotto i quali lo scalo marittimo si sviluppò e si affermò.
Il nome di “Centumcellae” appare per la prima volta in una lettera che Plinio scrive al suo amico Corneliano, indicando con tale nome un punto della costa, tra i territori di Cerveteri e Tarquinia, in cui, per la naturale conformazione, si trovava un riparo per le piccole imbarcazioni (C. Calisse, Storia di Civitavecchia, Firenze, 1936, p. 16). Tali recessi erano detti “cellae” sia che fossero naturali, sia che fossero realizzati dall’uomo. Il numero di cento indicava una quantità indeterminata.
L’ottima posizione del luogo, la natura del terreno e il fatto di non essere percorso da fiumi, che con i loro detriti portano a trasformazioni del fondo marino, fece sì che Traiano decidesse la costruzione di un nuovo porto che in un certo senso sostituisse quello di Ostia i cui fondali, per l’azione di riempimento svolta dal Tevere, erano sempre più insicuri e richiedevano una continua manutenzione. Altrettanto insicuri erano considerati i porti della Campania dopo l’eruzione del Vesuvio del 79 dopo Cristo. Sempre Plinio il Giovane, nell’epistola 31 del libro VI – siamo nel 107 dopo Cristo – descrive in tono entusiastico i lavori in corso per la realizzazione del porto che egli poteva seguire dalla villa dell’imperatore Traiano dal quale era stato invitato per prendere parte al “consilium principis”. Lo stesso Traiano seguiva i lavori dalla sua villa “pulcherrima”, avendo affidato il progetto all’architetto Apollodoro di Damasco. Plinio ci parla del braccio sinistro, già completato, del braccio destro, in fase di lavorazione, e dell’isola artificiale fatta sorgere all’imboccatura del porto, che aveva la funzione di spezzare le onde del mare “…huius sinistrum brachium firmissimo opere munitum est, dextrum elaboratur. In ore portus insula adsurgit, quae inlatum vento mare obiacens frangat”. Con il porto sorse anche la città, posta a sua difesa, e ne ebbe anche il nome. Della città romana, a parte i resti che sono entrati a far parte delle costruzioni moderne, non è più visibile nulla, anche a causa dell’incontrollata espansione edilizia. Tuttavia, da alcuni disegni di Antonio da Sangallo, si possono dedurre quelle che erano le posizioni delle porte principali e l’ampiezza della cinta muraria della città romana (cfr. Carlo Calisse, “Storia di Civitavecchia” Firenze, 1936, pp. 16-27).
Evoluzione e sviluppo topografico fino alla II guerra mondiale
Procopio di Cesarea, vissuto tra la fine del V e la metà del VI secolo, descrive la città come grande e bene fortificata. Qualche secolo dopo le sue mura dovevano essere in rovina se Gregorio III, nel 740, le fece ricostruire. Tuttavia, la città non riuscì a sostenere il lungo assedio dei Saraceni, cadendo nell’829 nelle mani dei nemici. I superstiti fuggirono sui monti della Tolfa, fondando una piccola città che fu chiamata “Cencelle”. Non appena i Saraceni furono cacciati, intorno al 900, gli abitanti, guidati dal vecchio Leandro, ritornarono alla vecchia città in rovine e iniziarono la ricostruzione.
Il nuovo nucleo urbano aveva l’aspetto di un castello fortificato ed era a ridosso del porto; la sua pianta aveva una forma trapezoidale che si può ancora individuare, più che dai resti, dai disegni che Antonio da Sangallo e altri fecero nel secolo XVI (epoca alla quale risale un progetto di ampliamento del vecchio recinto medievale con fortificazioni bastionate). Il quadrilatero dell’abitato aveva un perimetro di 800 m. circa e non ebbe subito la protezione di fortificazioni. Vari papi si accinsero alla realizzazione delle mura finché Pio V ampliò i confini della città circondandola di mura con fortificazioni che furono ultimate nel 1457, a protezione dei tre lati a terra. C’erano anche quattro torri. La maggiore era la torre ronda, ora all’angolo dei ruderi della Rocca, le altre erano: “la grande torre a facce”, pentagonale, sull’angolo di via dell’Olivo e di Piazza Saffi, un’altra quadrata compresa negli edifici dietro la chiesa della Stella e la quarta, del tutto scomparsa, denominata “caracollo” o “la scaletta” situata sulla rupe che stava sopra l’Arsenale. In queste mura si aprivano tre porte: una, visibile ancora oggi, vale a dire quella dell’Archetto, che si affaccia sulla campagna di Tolfa, e due vicino alle “torri a terra sul porto” (P. Attuoni, “Civitavecchia: Il porto e la città”, Memorie della Società Geografica Italiana, Roma, 1958, p. 82) per le quali passa la via Aurelia, che attraversa la città lungo la prima strada. Le costruzioni correvano lungo quattro vie parallele alla costa che furono chiamate, fino al XIX secolo, prima, seconda, terza e quarta strada: esse erano comunicanti per mezzo di vicoli. Nella parte alta era situata l’unica piazza, rettangolare, ancora esistente, dedicata a Leandro.
La Rocca era costruita su una base di ruderi romani, come su un grosso scoglio, del quale il mare circondava tre lati, mentre il quarto era limitato da un canalone asciutto e ripido che la faceva comunicare con il resto dell’abitato mediante un ponte levatoio. Essa si ergeva isolata fuori dalle mura e, essendo costituita da grosse pietre resistenti, per secoli costituì la difesa della città. Nel periodo in cui fu papa Nicolò V (1447-1455) Civitavecchia subì assedi e saccheggi che rovinarono le mura tanto che Antonio da Nepi fu incaricato di sovraintendere alle opere di rafforzamento, che dovettero continuare nel tempo con altri papi e maestranze. Paolo II (1464-1471) e il cardinale Agnifilo si dedicarono soprattutto alla Rocca grande, che nel 1464 fu ampliata e riunita in tal modo alle mura della città. Nel 1508 Giulio II pose la prima pietra della nuova fortezza grande; i piani erano del Bramante, che iniziò i lavori che furono poi proseguiti da Antonio da Sangallo e terminati da Michelangelo. Mentre era in corso la costruzione, nel 1515 papa Leone X, ritenendo che la base fosse poco fortificata, chiamò a raccolta uomini d’armi e di ingegno, tra cui Leonardo, per rafforzare la base della fortezza in rapporto alle nuove necessità. Questa data è importante perché con essa si ebbe una evoluzione topografica della città; seguì infatti il primo ampliamento esterno della città che ne triplicò la superficie e fece salire il suo perimetro da 800 m a 3 km. Nel dicembre di quell’anno ebbe inizio la realizzazione del progetto di Antonio da Sangallo: i suoi baluardi furono quanto di più perfetto potesse allora essere concepito. Al tempo di Urbano VIII si liberò un’ampia superficie quadrata, Piazza d’Armi, che costituì il primo ampliamento interno. A questa stessa epoca risale il secondo ampliamento esterno che andò a formare un borgo che fu presto pieno di case e persone dopo che Innocenzo XII abbandonò l’idea di farvi il ghetto e concesse privilegi per costruire abitazioni. Nel contempo erano immigrati a Civitavecchia marinai e commercianti, attratti dalla franchigia, istituita nel 1630, e dalle continue spedizioni in Levante. Con l’aggiunta di questo borgo, chiamato S. Antonio, lo sviluppo planimetrico della città raggiunse le 2 miglia e mezzo, pari a 3700 m. circa. Nella notte del 3 ottobre 1746 due piccole abitazioni crollarono e morirono alcune persone. L’inchiesta avviata accertò che la gran parte delle case erano insalubri, anguste e fatiscenti. Non fu eseguito un risanamento generale perché considerato impossibile ma ci si limitò a pochi restauri. Furono però concesse gratuitamente, per la realizzazione di nuove case, alcune aree intorno alla piazza di S. Francesco e nel borgo. Fu inoltre smantellata la cortina sangallese di Levante e, nell’area che si era resa disponibile, furono costruiti nuove abitazioni. Si formò così la Piazza Gregoriana e cinque nuove strade. La città era divisa in quattro rioni: S. Maria, S. Giovanni, S. Francesco e S. Antonio; aveva sette piazze principali, varie strade, cinque fontane e tre lavatoi pubblici. Le porte delle mura erano sei, di cui tre importanti: Porta Romana e porta Corneto, per le quali passava la Via Aurelia, munite di ponti levatoi, e Porta Livorno sul Porto; le altre tre secondarie: Piazza Lazzaretto, Piazza Marina sulla Darsena, la “scaletta”sul porto. Verso la metà dell’Ottocento sorsero nuovi fabbricati specialmente a levante lungo il mare e le mura, un ampliamento dell’abitato verso sud-est che assecondava gli interessi di coloro che traevano vantaggi dal commercio e dalla marina. Civitavecchia visse così per lunghi secoli, racchiusa nelle sue mura che, se da una parte costituirono una valida difesa contro i nemici, dall’altra ne impedirono l’ampliamento. Essa, dopo l’unificazione d’ Italia, poté finalmente espandersi e adeguarsi alle nuove esigenze: le mura furono abbattute, furono realizzati viali alberati e la città iniziò il suo secondo ampliamento esterno, che è proseguito senza soste. Le distruzioni della II guerra mondiale, tragedia immane ed indicibile, sono state enormi. La città subì 76 incursioni aeree, tra il 1943 e il 1944, che colpirono persone e cose. I morti furono 400-500 civili e un numero imprecisato di militari; gran parte della città medioevale, tutta la zona compresa fra la prima strada e il porto e, con essa, la vecchia cattedrale di S. Maria Matrice e la Rocca, che aveva resistito per un millennio a terribili e numerosi assalti da terra e da mare, scomparvero per sempre.
MARIA BONCOMPAGNI
