Parole, paraulas.
di ANNA LUISA CONTU ♦
Una mattina di un freddo novembre il preside del liceo entró in una classe di seconda accompagnando una ragazzetta sui quattordici o quindici anni. Venne presentata alla classe come nuova compagna. Per le trasformazioni che in quegli anni subiva la scuola italiana, era stata costretta a cambiare liceo ed essere trasferita allo scientifico. Era una vittima della burocrazia e delle riforme improvvisate ma lei sembrava pazientare.
Le studentesse con i loro bei grembiuli neri e i colletti bianchi , gli studenti in giacca e cravatta o camicia e maglioni ascoltavano composti, non perché interessati al discorso del preside ma al soggetto che veniva presentato. Il preside godeva fama di persona severissima e nessuno si sarebbe mai azzardato ad un accenno di sorriso . La classe taceva ma ognuno o ognuna in cuor suo avrebbe scatenato una ribellione di risate.
E infatti appena il preside uscì ci fu un boato di parole, commenti, richieste di spiegazioni, curiosare davanti alla nuova scolara.
Chi sei, da dove vieni? La guardavano indossare quei pantaloni verdi estivi che certo non la proteggevano molto dal freddo, insieme ad una giacchettina che le cascava addosso ed era sporca di schizzi di fango.
Era venuta in città dalla campagna, accompagnata in calesse da un vicino di podere. Non conosceva la nuova scuola e il simpatico amico l’aveva aiutata. Il calesse trainato da una cavallina bianca correva col suo carico, in mezzo alla strada fangosa di pioggia da Santa Lucia.
A quelle notizie qualcuno si metteva le mani in bocca per non ridere, altre la guardavano con simpatia. Non poteva essere una rivale: bruttina, le guance rosse come pesche di maggio che esaltavano il naso prominente. Gli occhi non belli però esprimevano vivacità .Lei rispondeva a tutte le curiosità dei compagni e delle compagna con pazienza e controllo. Sapeva di essere ospite. La avvicinó una e senza riguardo le chiese : “ Perché sei tutta sporca?”
Lei la guardò con grande sorpresa , come poteva porle una domanda simile? Offesa e seccata reagì e domandó a sua volta:
“E tue a ite sese galpi casticata?”
Si fece silenzio. Era una lingua rozza, barbara, piena di doppie e qualche tripla. Una lingua selvaggia come il viso, ora, acceso di rabbia .
C’erano folate di cenere di vergogna nell’interrogante che, china la testa, guardava il suoi scarponcini di lucida vernice come pensasse “Perché non posso permettermi questa domanda?”
Il professore, un idolo del liceo, per la sua prestanza fisica, per la cultura, per l’ironia e l’amore e il rispetto che aveva per i suoi studenti, la pregó di ritornare al posto e meditare sul suo comportamento.
Poi come se parlasse ad un illustre traduttore o a un famoso linguista chiese il significato dell’espressione usata. Lei ricordó il libro che avevano in casa e che non era stata all’altezza di leggere e capire “Sardegna tra due lingue” scritto da uno del suo paese Bitti, Michelangelo Pira, e ricordó il verso che le era venuto in mente dentro una sua poesia :
“Sono la parola e l’imprecisa traduzione”.
Come spiegare quella “casticata” senza essere imprecisa ed offensiva?
Essere una persona sciocca , senza rispetto per l’altrui sensibilità, senza capacità di pentimento o chiedere scusa. Tutto e molto altro c’era nella parola, cercó di spiegarlo al professore e alla classe. Chiese scusa per la sua aggressività e il suo discorso era sempre infarcito di inutili doppie. Giorgio Vercesi inizió una lezione sulla lingua, sulle varianti dialettali, sulla pronuncia, l’uso di vocali chiuse o aperte, una lezione profonda e divertente. “Contu dì Bologna” “Bologna” ( “o”chiusissime). I suoi compagni e compagne non ridevano più, cercavano espressioni nella loro lingua-dialetto.
Anni dopo pensavo che non era stata solo una lezione di lingua, ma anche una lezione sull’immigrazione.
ANNA LUISA CONTU

bellissima rievocazione Annalisa.
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