UN INCONTRO
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Era morto un giorno di ottobre alle ore 16 e 35 circa.
La scena che gli si presentava qualche istante dopo era un’alba che sorgeva oscura sopra un interminabile campo di verdognoli asfodeli. L’aria era tiepida, il cielo caliginoso, nessun rumore interveniva a disturbare il silenzio delle cose. Tutto appariva come languido sogno. Nulla era rimasto di lui, se non lo sguardo. Solo innocente sguardo su quel mondo evanescente.
Ad un tratto ecco apparire un punto all’orizzonte. Lo sguardo ora intercetta quel punto che si fa sempre più vicino. Non c’è altro che asfodeli, un cielo che s’è fatto troppo basso e quel punto che sempre più s’avvicina veloce. Sembra correre e a tratti sempre più accelerati.
Ecco, ora il punto è divenuto sagoma. Una sagoma che sembra essergli riconoscibile. Ora è divenuta immobile: la sagoma è stagliata di fronte, inchiodata sull’orizzonte. Poi riprende il movimento. Lo sguardo inizia anch’esso ad avanzare come la sagoma. Si avvicinano l’un con l’altro, lentamente. Di nuovo tutto si ferma. C’è qualcosa di mirabile che sta per accadere. La sagoma è ormai a distanza ravvicinata. Tutto ora è nitido. Tutto è riconoscibile. La sagoma è ora forma. Una forma per lui amorevole, infinitamente amorevole.
Tutto appare come il richiamo d’un giorno tanto atteso.
Dopo istanti eterni due esseri si corrono incontro.
Si stringono, si gettano a terra avvinghiati, rotolano fra gli asfodeli che fragili cedono a queste due forme senza corpo, leggere come vani sogni.
Ora il silenzio non è più silenzio. Gemiti ripetuti rompono la greve atmosfera. Poi i gemiti volgono in ululati e poi a seguire si ode un abbaio festoso ed un nome gridato, gridato e gridato dall’uomo.
Un uomo ed il suo cane si rincontrano.
Dopo decenni e decenni di separazione.
E l’uomo eleva al cielo il suo atto consolatorio.
“Tu che mi desti un giorno in pegno la tua anima anche quando le membra aggravate non ti permisero più ogni movimento. Dissetasti il tuo cuore con l’affetto della mia presenza. Questo solo ti bastava. Lievi le mie mani ti accarezzavano, sussurri felici ci scambiavano attraverso un linguaggio che solo noi sapevamo. Accoccolato sul pavimento vidi i tuoi occhi lentamente spegnersi ma non vidi il tuo pianto. Lacrime interne ti inondavano, lacrime che io non vedevo. Te ne andavi da me, questa la tua grande afflizione. Come ti sarebbe stata possibile una vita senza la mia presenza? Alle soglie dell’altro regno esalasti un ultimo sussulto, i tuoi occhi mi fissarono per l’ultima volta. Occhi che più non dovevo rivedere.
Ma ora sono qui ad abbracciarti di nuovo”.
. . .
Il ritorno del già stato! Non il ritorno del male ma solo il ritorno del bene. L’essere dell’essere stato un bene!
Non è forse questo il vero paradiso?L’essere del solo essere stato un bene! Questa è l’apocatastasi cioè la reintegrazione di tutto. Reintegrazione che non riguarda solo amore umano ma anche amore relativo ad ogni creatura.
Se è il Bene che governa, nulla di ciò che è stato bene potrà essere perso.
Non credo nel triste paradiso per gli uomini
ma credo in un cielo in cui non entrerò.
Sì, so che c’è un cielo per i cani
dove il mio cane mi attende
agitando la sua coda… (Pablo Neruda)
L’amore di un cane è metafora di un amore “disinteressato”, senza filtri. Un amore senza il perché (ohne warum, Angelo Silesius).
Il cane ama accettandoti come sei.
La bellezza senza la vanità
la forza senza l’insolenza
il coraggio senza la ferocità
e tutte le virtù dell’uomo senza il suoi vizi. (Lord Byron)
Solo chi ha avuto può intendere.
Dire: dedicato a tutti i “padroni” sarebbe cosa orribile!
Ma dire: dedicato all’amicizia è cosa vera e giusta!
CARLO ALBERTO FALZETTI

Molto bello, detto da una come me che a causa di un trauma infantile ha una paura sconsiderata dei cani. Eppure da circa due anni mi lascio avvicinare dal grande Labrador nero della mia amica Caterina da cui vado in palestra. Si chiama India, questo sontuoso cane e quando sono sulla macchina di gyrotonic si mette ai miei piedi, quando entro in palestra si avvicina a me sempre di più e io mi commuovo ripensando a quando, oltre 60 anni fa, allo Spolverini di Ariccia , un insensibile custode urlava a bambini colpiti dalla polio:” Vi faccio mangiare dal cane, tanto non potete correre per fuggire”. Era nero anche quel cane, ma gli occhi disumani del suo padrone lo circondavano di luce sinistra.
Maria Zeno
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Credo che lo stesso valga anche per i gatti: i miei li ho amati moltissimo e hanno accompagnato la mia vita dalla nascita ai giorni nostri; a volte penso che siano i miei angeli custodi, o anche un prolungamento di me stessa.Generalmente mi assomigliano; autonomi, indipendenti,permalosi, non dimenticano i torti e la migliore e unica vendetta è ignorarti perché ti hanno strappato dal cuore
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