LA GUARDIANA – Caterina Battilocchio risponde alle dieci domande di Ernesto Berretti
A cura di ERNESTO BERRETTI ♦
Caterina, è per me un enorme piacere essere il primo a intervistarti: da anni condividiamo la passione per la lettura, il gusto della scrittura, il piacere del confronto e la curiosità di ascoltare le grandi firme della letteratura contemporanea. Siamo amici, possiamo dirlo? Dunque, patti chiari e amicizia lunga: domande schiette e risposte sincere. Prendere o lasciare?
Risposta – Direi prendere, amico mio!
Domanda – La guardiana, il romanzo su cui ti stavi cimentando da tempo, uscirà il due giugno una grande casa editrice: Garzanti. Si è realizzato il sogno di una vita, ma non si può dire che sia giunto inaspettato per chi, come me, ti conosce come una persona caparbia e determinata. Cosa provi guardandoti indietro?

Risposta – Ho iniziato a scrivere “La guardiana” più di cinque anni fa, in un momento in cui sentivo il bisogno di dare forma ad alcune domande che mi abitavano. Quando è arrivata la prima copia cartacea del romanzo, e l’ho tenuta tra le mani, ho provato qualcosa di difficile da raccontare: un’emozione piena, quasi fisica. Ho ripensato alle ore trascorse alla scrivania, alle versioni riscritte, ai dubbi, alle giornate in cui temevo di non essere all’altezza di questa storia.
Guardandomi indietro, non vedo la fatica, ma il tempo necessario perché questo libro diventasse davvero mio. Credo che i romanzi abbiano bisogno di maturare insieme a chi li scrive.
Il sentimento che prevale è la gratitudine: verso la mia Agenzia PAL, che ha creduto in me accompagnandomi dalla richiesta di una scheda di valutazione fino alla pubblicazione con un grande editore; verso Garzanti, che ha sostenuto il romanzo con attenzione, cura e sensibilità; verso gli insegnanti di scrittura che mi hanno formata; e, se posso dirlo, anche verso me stessa. Sono felice di non aver mollato nei momenti più difficili.
D. – Rapporti con l’agenzia letteraria, con l’editor, con autrici e autori che ti hanno arricchita, con persone comuni che ti hanno ispirata… Tutto bellissimo o c’è qualcosa che ti ha davvero stressata e che, proprio per questo, ti farà amare ancora di più questo esordio?
R. – Nel mio percorso creativo ho attraversato fasi di crisi. Quando il romanzo è arrivato in casa editrice, durante una delle prime riunioni, la mia editor mi disse che c’era un personaggio, nonna Tita, la cui voce appariva compressa tra le pagine. Mi spiegò che avrei dovuto rivedere in parte l’impianto narrativo del libro.
Ricordo perfettamente quel momento perché fu destabilizzante. Ho avuto paura. Pensavo che sarebbero serviti anni per riscrivere tutto, che forse non sarei stata capace di portare a termine il lavoro. Per qualche giorno mi sono sentita completamente smarrita.
Poi, però, è successo qualcosa di importante: mi sono rimessa a sedere davanti al computer e ho capito che quella voce esisteva già. Non dovevo inventarla, ma soltanto darle spazio, lasciarla respirare. Nei mesi a seguire il romanzo è cambiato profondamente.
Oggi penso che quello scossone sia stato necessario. “La guardiana” è diventato il libro che desideravo scrivere proprio grazie a quella richiesta così radicale. Per questo sento di dover ringraziare Letizia Moroni, la mia editor: ha saputo indicarmi una strada che da sola non avrei avuto il coraggio di percorrere.

D. – Scrivere un romanzo è un percorso straordinario ma anche complesso, fatto di studio, solitudine, introspezione e sperimentazione. Solo una storia importante può motivare a tanto impegno: qual è stata la scintilla che ha acceso in te la necessità di scriverlo?
R. – La scintilla è nata da un’esperienza profondamente personale. Mia nonna, alla quale ero legata da un amore viscerale, ha avuto il morbo di Alzheimer. È una malattia terribile perché non colpisce soltanto il corpo: aggredisce la memoria, e con essa l’identità delle persone.
Vedere una persona amata perdere i propri ricordi mi ha lasciato dentro un interrogativo enorme: cosa resta di noi quando la memoria si sgretola? Da quel momento ho sviluppato quasi un’ossessione per il tema dell’oblio. Mi spaventava l’idea che ciò che abbiamo vissuto, amato, raccontato potesse svanire nel nulla.
“La guardiana” nasce da qui: dal desiderio di opporsi, almeno simbolicamente, alla dimenticanza. Attraverso la scrittura possiamo forse coltivare l’illusione che le vite non spariscano davvero. Le parole fissano un’esistenza, la attraversano nel tempo, permettono a qualcuno di essere ricordato anche nell’assenza. In fondo, questo romanzo è un atto d’amore verso la memoria e verso tutte le storie che rischiano di essere perdute.
D. – Nel tuo “laboratorio segreto di scrittura” hai costruito una scaletta dettagliata – con trama, personaggi, ambientazioni ed emozioni – oppure, partendo da un’idea, i sentimenti ti hanno spinta altrove, sorprendendoti?
R. – Quando ho iniziato a scrivere avevo soltanto due certezze: la scena iniziale del romanzo e ciò che sarebbe accaduto alla fine. Tutto il resto si è costruito lentamente, nel tempo.
Ho lavorato moltissimo sui personaggi. Prima ancora di farli parlare sulla pagina, avevo bisogno di conoscerli intimamente. Sapevo chi erano stati prima dell’inizio della storia, quali ferite si portavano dentro, quali desideri nascondevano, il loro modo di guardare il mondo, di parlare, persino di stare seduti a tavola.
Credo che un personaggio diventi credibile quando chi scrive smette di “usarlo” e comincia ad ascoltarlo. A volte sono stati proprio loro a sorprendermi, portandomi in direzioni che non avevo previsto.
Anche i luoghi sono stati fondamentali. Rocca, la casa di riposo, il roseto: sono spazi che ho immaginato fino a sentirli reali. Volevo che avessero un’anima, che fossero vivi quanto i personaggi che li abitano.
D. – Adesso un gioco: presenta questo romanzo in cento battute. Non faccio sconti, puoi aggiungerne o toglierne dieci.
R. – Una giovane donna raccoglie le storie degli anziani per salvarle dall’oblio, finché scopre che la memoria più difficile da custodire è la propria.
D. – La letteratura oggi è sempre più sezionata in “generi”. Il tuo è un romanzo di formazione, ma anche un romanzo sulla memoria, sull’amore tra Mora e la nonna e sulle storie accolte e mai liberate. Anche tu, in passato, come ghostwriter hai custodito storie altrui: Caterina Battilocchio è “La guardiana”?
R. – In parte sì. Io sono un’antropologa e ho sempre lavorato con le storie di vita. Già durante gli anni in cui mi sono occupata di cooperazione internazionale utilizzavo il racconto autobiografico come strumento di analisi di società e culture: ascoltare qualcuno significa entrare nel modo in cui interpreta il proprio passato e il proprio presente.
Anche Mora fa questo. È un’educatrice che lavora in una casa di riposo e raccoglie le biografie degli anziani attraverso una domanda semplicissima: «Raccontami chi sei stato». In un luogo collettivo come una struttura per anziani, quella domanda diventa quasi rivoluzionaria, perché restituisce individualità a persone che spesso vengono percepite soltanto come ospiti, pazienti o corpi fragili.
Attraverso il racconto, gli anziani tornano a essere persone uniche, irripetibili. Rimettono in ordine i ricordi, reinterpretano il loro passato e, in qualche modo, si riappropriano anche del presente.
Credo che custodire storie sia una forma di responsabilità. Da ghostwriter l’ho fatto per anni con le vite degli altri; con questo romanzo l’ho fatto anche con qualcosa di molto intimo e personale.
E poi, oggi riconosco me stessa ne “La guardiana” perché tra le sue pagine ci sono anni di pensieri, di studio, di fragilità e di ostinazione.
D. – C’è chi sostiene che si scriva per sé stessi e chi, più pragmaticamente, per i lettori. C’è chi preferisce una nicchia e chi sogna il grande pubblico. Che romanzo è La guardiana?
R. – Non credo di aver scritto pensando a un pubblico preciso. Quando lavoro a una storia, cerco prima di tutto di essere onesta con ciò che sento e con i personaggi che porto sulla pagina.
Naturalmente spero che il romanzo incontri delle lettrici e dei lettori e che riesca a emozionarli, ma non ho mai pensato in termini di “target”. Mi interessa soprattutto creare una connessione autentica. Se qualcuno leggendo “La guardiana” sentirà di essere stato compreso, o ritroverà una parte della propria esperienza dentro il romanzo, allora per me avrà già avuto senso scriverlo.
Penso che i libri abbiano un destino che sfugge anche alle scrittrici e agli scrittori. Solo durante gli incontri, le presentazioni e il dialogo con il pubblico capirò davvero a chi parlerà questa storia.
D. – Il tuo è uno stile elegante e ricco, ma senza eccessivi fronzoli. Chi sono le due scrittrici – una contemporanea e una del passato – a cui ti senti più vicina?
R. – Non avrei mai la presunzione di definirmi affine a grandi scrittrici, ma posso sicuramente dire quali autrici amo profondamente come lettrice.
Tra le scrittrici del passato, la mia preferita è Alba de Céspedes. Amo la sua capacità di entrare nell’interiorità femminile con lucidità e delicatezza insieme. Nei suoi romanzi c’è sempre una tensione emotiva fortissima, ma raccontata con grande eleganza.
Tra le contemporanee, la figura più importante per me è Nadia Terranova, che considero la mia maestra di scrittura. Ho imparato molto dal suo modo di lavorare sulla memoria, sulle assenze, sui legami familiari e sulla fragilità umana senza mai perdere precisione narrativa.
Sono autrici diversissime, ma entrambe mi hanno insegnato che si può scrivere in modo intenso senza rinunciare alla misura.
Se posso aggiungere, tra gli stranieri, il mio scrittore preferito è Javier Marias. La mia passione per i suoi romanzi è così forte che uno dei miei figli si chiama Marias.
D. – Giugno 2027, un anno dopo la pubblicazione: quale complimento vorresti aver ricevuto per poterlo scrivere su una maglietta?
R. – Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse: «Leggendo “La guardiana” ho pensato a una persona che avevo paura di dimenticare».
Credo che sarebbe il complimento più bello possibile, perché significherebbe che il romanzo è riuscito a creare un ponte emotivo tra una storia immaginata e la vita reale di chi legge.
D. – A chi ti senti riconoscente più che ad altri, e perché?
R. – A tutte le persone che, negli anni, hanno creduto nella mia scrittura prima ancora che io riuscissi a farlo completamente da sola.
Penso alle mie insegnanti delle elementari e delle medie, a quelle del liceo, ai professori universitari, agli insegnanti di scrittura. Ci sono stati momenti in cui una frase detta da qualcuno è stata sufficiente a farmi continuare.
E poi penso a coloro che hanno letto le mie pagine ancora inedite, agli amici che mi hanno ascoltata parlare di questo romanzo per anni, alle persone che mi hanno incoraggiata quando ero bloccata.
Scrivere è un gesto solitario, ma nessun libro nasce davvero in solitudine.
Grazie Caterina. Spero che questa prima intervista sia di buon auspicio per il meraviglioso viaggio che aspetta te e La guardiana.
ERNESTO BERRETTI
