DONNE DISOBBEDIENTI ( parte prima)
di STEFANO CERVARELLI ♦
Mi accorgo che è da qualche tempo (forse troppo?) che non dedico lo spazio di questa rubrica allo sport femminile.
Una mancanza alla quale intendo ovviare raccontando del rapporto iniziale che le ragazze ebbero con la maratona quando questa era una gara riservata esclusivamente agli uomini.
La nostra storia inizia da lontano sia temporalmente che geograficamente, è il 1966 e ci troviamo a Cambridge, nel Massachusetts, precisamente sul marciapiede antistante la serie di palazzine vittoriane di Harvard, solenni nel loro distacco dal resto che le circonda.
In una casa posta su questo marciapiede abita Roberta Gibb, più conosciuta come Robbi, suo padre era professore di Chimica alla Tufs University, vale a dire uno dei tanti istituti universitari di Boston, e non tra i più importanti.
Voi sapete che ogni Università negli States ha un suo campus e quello della Tufts si trovava più a nord, nel sobborgo di Medford, sopra una collina, in mezzo ai boschi.
Anche la Tufts è molto antica e orgogliosamente vive la sua storia e la capacità avuta nel ritagliarsi uno suo spazio, nonostante la presenza di vicini – come dire? – così …ingombranti.
Sono posti magnifici.
Ritmi lenti, allegri, dove l’autunno è uno spettacolo meraviglioso della natura, con il verde che assume colori nuovi, dall’arancio al giallo, dal rosso, alla porpora; quando poi le foglie si posano sui prati ormai brulli, la città va in letargo: arriva l’inverno.
Il risveglio avviene in aprile in occasione di un evento speciale: la maratona di Boston, tanto che i bostoniani dicono che l’inverno, da loro, dura dal giorno del ringraziamento al giorno della maratona.
E’ in questa atmosfera che Roberta amava correre.
Le strade boscose intorno alla Tufts presentavano il luogo ideale per dar sfogo alla sua passione talmente forte che nei giorni precedenti la corsa, Roberta si fermava a guardare gli atleti allenarsi, maturando sempre più la voglia di partecipare all’evento.
A questo punto bisogna sapere che per i bostoniani la maratona è senza dubbio motivo d’orgoglio, viene subito dopo la squadra di baseball contendendosi il “terzo posto” con i Celtics del Basket. Tutti vorrebbero partecipare ma la maratona non è proprio la corsa che tutti possono fare, almeno se la si guarda dal punto di vista agonistico, quella amatoriale è un’altra cosa ma le ventisei miglia non sono per tutti.
Eppure c’è stato un tempo nel quale non era la lunghezza ad impedire la partecipazione alla maratona, bensì il genere di appartenenza.
Bobbi aveva ventiquattro anni quando prese la decisione di partecipare, ma era il 1966 e alle donne era vietato partecipare alla maratona.
Si pensava e si diceva che erano troppo fragili fisiologicamente e quindi per loro era troppo pericoloso; addirittura qualcuno sosteneva, convinto, che correre così a lungo provocasse la sterilità!
Quella di proibire la partecipazione alle ragazze non era certo un’idea balzana degli organizzatori della maratona di Boston, era così ovunque si praticasse atletica leggera.
Infatti, fino al 1968 il programma olimpico femminile di atletica leggera preveda che la distanza più lunga che le donne potessero correre erano gli ottocento metri, cioè due giri di campo; le gare più lunghe non venivano neanche prese in considerazione.
Robbi, però, aveva un carattere ostinato e volle provarci ugualmente: era da anni che si stava allenando, che correva in mezzo ai boschi; quando ritenne di essere pronta inviò la richiesta di iscrizione all’organizzazione, rimanendo in attesa dell’arrivo del pettorale che le avrebbe permesso di partecipare, ma questo non arrivò perché il comitato organizzatore rispose decisamente no adducendo il rifiuto con la solita motivazione: le donne non sono fisiologicamente capaci di correre una maratona.
Ho detto che Bobbi era il tipo che non si arrendeva facilmente.
Inoltre aveva maturato la convinzione di avere un compito storico: partecipare alla maratona per dimostrare, finalmente, quello che nessuno riteneva possibile aprire alle donne la strada verso la corsa regina dell’atletica leggera.
All’epoca dei fatti Roberta studiava a san Diego: salì su un autobus, impiegò quattro giorni per attraversare gli Stati Uniti e si presentò a casa dei genitori il giorno prima della gara.
Il giorno dopo la madre la portò a Hopkinton aiutandola a nascondersi tra la fitta vegetazione, vicino al luogo della partenza.
Appena dopo il via la ragazza balza fuori, si butta in mezzo al gruppo dei partecipanti, nascondendosi così agli occhi dei giudici di gara. Non avendo un pettorale non stava partecipando ufficialmente alla gara e quando, alcuni chilometri dopo, complice l’assottigliamento del gruppo dei corridori, i giudici notano la sua presenza ma lasciano stare.
Roberta Gibb stava correndo di fatto la maratona di Boston: il suo sogno si era avverato!
Dopo aver lasciato alle spalle i tipici villaggi del New England, ai trenta chilometri, la corsa entrò in città dal sobborgo di Newton; Bobbi aveva dietro di sé molti uomini e il pubblico, che sostava ai lati del percorso, vedendo una donna davanti rimase per qualche attimo (o forse di più) stupito poi iniziò ad incoraggiarla.
Nella maratona di Boston c’è un’antica tradizione.
Gli studenti del Wellesley college organizzano il cosiddetto “Tunnel delle urla”: si mettono ai lati della strada per mezzo chilometro e fanno un casino (termine usato nei libri di storia sportiva) per incoraggiare, incitare i maratoneti all’inizio dello sforzo finale. Quando Bobbi entra nel tunnel questo improvvisamente rimane in silenzio per qualche secondo per poi tornare ad esplodere con rinnovato vigore.
Ho parlato dell’incitamento dato agli atleti prima dello sforzo finale, ecco perché.
All’altezza del Boston college c’è una collina denominata “La collina dell’infarto” – un nome poco tranquillizzante – che rappresenta appunto l’ultimo, ma duro, ostacolo prima dell’arrivo; chi riesce a “scollinare” arriva, in qualche modo, al traguardo, posto su Beacon Street una larga e dritta via in fondo alla quale è posto lo striscione dell’arrivo.
Bobbi tagliò il traguardo dopo 3 ore e 21 minuti, un tempo incredibile allora, tanto che molti uomini arrivarono dopo di lei|!
L’impresa, ovviamente, non mancò di destare scalpore; addirittura, avvertito del fatto, il governatore del Massachusetts andò a complimentarsi personalmente.
Il giorno dopo la gara molti giornali riportarono articoli nei quali si sottolineava il fatto che, sì, una donna poteva effettivamente, corre la maratona. In effetti le regole cambiarono ma, come vedremo, non subito.
L’anno dopo Bobbi corse nuovamente la maratona di Boston, quell’edizione, era il 1967, passò alla storia per un altro motivo.
Ma questo lo vedremo la prossima volta.
STEFANO CERVARELLI
