Le radici profonde che non gelano.
di ROBERTO FIORENTINI ♦
Una lettura del saggio di Tomaso Montanari “La continuità del male”.
La continuità del male di Tomaso Montanari si configura come un intervento saggistico di notevole densità etica e intellettuale, capace di coniugare rigore argomentativo e tensione civile. L’opera si innesta nel solco della riflessione sulla memoria del fascismo, ma ne trascende i confini cronologici per interrogare la persistenza di dinamiche autoritarie nella contemporaneità.
Montanari adotta una prosa nitida, sorvegliata, che rifugge tanto l’accademismo sterile quanto la semplificazione divulgativa. Il suo discorso si articola come una meditazione critica sulla nozione stessa di “continuità”: il male storico, lungi dall’essere relegato a una dimensione conclusa e museificata, si manifesta come processo carsico, capace di riemergere sotto sembianze mutate ma riconoscibili nelle strutture profonde.
Particolarmente incisiva è la capacità dell’autore di intrecciare piani diversi — storico, politico, culturale — delineando una fenomenologia del presente in cui l’erosione del linguaggio democratico, la normalizzazione della violenza simbolica e la fragilità della coscienza civica appaiono come indizi di una memoria incompiuta. Ne emerge una diagnosi severa, che chiama in causa non solo le istituzioni, ma anche le responsabilità diffuse della collettività.
Il libro mette a confronto testi e dichiarazioni ufficiali di Giorgia Meloni e di altri esponenti della destra italiana con scritti e discorsi di Mussolini, Hitler ed altri esponenti fascisti, evidenziandone parallelismi e continuità che dimostrano come l’ideologia e i valori di riferimento di Fratelli d’Italia e, più in generale, dei partiti sovranisti moderni, non siano poi così diversi da quelli emersi negli anni venti del secolo scorso.
L’analisi si sviluppa lungo alcune direttive principali. La prima è certamente quella della cosiddetta difesa della razza, termine oggi meno usato e spesso mascherato da sinonimi più spendibili: etnia, identità socio-culturali, sventolando il concetto di sostituzione etnica, con modalità e toni non dissimili a quelli hitleriani.
Un altro aspetto fondamentale è l’abuso del concetto di Nazione, scritto ovviamente con la n maiuscola, che ha sostituito ovunque, nella narrazione meloniana i termini Paese, Repubblica e persino Stato. Una idea di nazione che viene raccontata come comunanza di sangue, comunità di destino, in un immaginario che affonda a piene mani in un passato che dal fascismo italiano e dal nazismo tedesco arriva fino a Sparta.
Montanari evidenza, poi, l’evidente idiosincrasia della destra nei confronti di tutti i limiti allo strapotere dell’esecutivo, a partire dal sostanziale esautoramento del Parlamento, con un esagerato ricorso alla decretazione, la guerra alla Magistratura, culminata nel recente referendum che l’ha vista (fortunatamente)sconfitta e in sostanza alla Costituzione antifascista. Tutto ciò si inserisce in un moderno richiamo alla democrazia diretta, in cui si evidenzia il ruolo del Capo, solo interprete autorizzato della volontà della Nazione.
Si evidenziano infine anche altre similitudini: la repressione del dissenso, l’attacco al diritto di sciopero, una visione della cultura esclusivamente funzionale al potere. Interessante anche la riflessione sul ruolo della donna, presente nei testi meloniani solamente come madre e fattrice.
Un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee destra che governa l’Italia al fascismo storico.
Si potrebbe obiettare che, in alcuni passaggi, la postura polemica tenda a irrigidirsi in una assertività talora apodittica; tuttavia, tale scelta appare funzionale a un progetto dichiaratamente militante, che non mira alla neutralità, bensì alla sollecitazione critica del lettore.
In queste poche righe è piuttosto complesso raccontare un saggio tanto denso e documentato dove, giova ripeterlo, le parole degli esponenti della destra contemporanea non sono mai estrapolate da contesti privati ma sempre da testi ufficiali e in special modo dalla autobiografia di Giorgia Meloni “Io sono Giorgia. Le mie radici, le mie idee” e dalle cosiddette “tesi di Trieste”, documento fondativo di Fratelli d’Italia, nonché da discorsi ufficiali della Presidente del Consiglio.
In ultima analisi, l’opera si impone come un esercizio di vigilanza intellettuale: un invito, tanto necessario quanto scomodo, a riconoscere le permanenze del passato nel tessuto del presente e a interrogarsi, con consapevolezza, sui rischi di una loro rinnovata legittimazione.
ROBERTO FIORENTINI
