“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – IL PASSATO È UN PAVIMENTO SU CUI DORMIRE
di MICHELE CAPITANI ♦
Vittorio lo conosciamo qualche anno fa, quando “I mulini” sono ancora uno stranissimo edificio, abbandonato nei primi tre piani (che furono uno scalcagnato centro commerciale) ma normalmente abitato negli appartamenti delle due torri che si elevano più in alto. A mezz’altezza c’è un piano con enorme terrazza: è qui che, un giorno, giunge un gruppo di giovani, attratti dal buio lurido ma protettivo delle zone basse, e che s’insediano in ambienti che forse furono dei negozi. Senza acqua né luce ma lontani dalla strada.
Comitiva variopinta e scombinata al massimo grado: una ragazza napoletana che viene presto allontanata perché di notte dà di matto, sveglia la gente e spacca i vetri, e attira attenzioni poco benevole da parte di polizia e condòmini (quelli dei piani superiori); poi un paio di ragazzi dell’est, Karol e Waclav, pieni di piercing, tatuaggi e catenelle; Vittorio, prestante giovanotto siciliano, dal gesticolare plateale, ma schietto e simpatico; e il ceco Jan, un cuorcontento dai chiari occhi spalancati e dal sorriso forse un poco ebete, che gira con un gatto in spalla come il pirata col pappagallo.
Tutti tossici, pacifici, e improvvidi.
Il più ciarliero (e quello che parla meglio) è Vittorio, perciò è con lui che facciamo maggiormente conoscenza:
«Mio padre era un mafioso, ma l’ho perso quando avevo tre anni. A diciott’anni, che ci avevo in tasca 12.500 lire, mi chiama il notaio: “Scendi ché c’è un’eredità”. Era di mio padre: 268 milioni! Io gli ho detto: “Controllate bene, perché se poi vi sbagliate io mica ve li ridò!” Però 40 milioni me li sono mangiati subito» (ma non gli chiediamo in che modo…).
«Stavo in caserma in quell’epoca, tutti mi evitavano perché non avevo soldi e stavo sempre a chiedere sigarette, dopo però mi stavano tutti attaccati al culo… sempre così! Allora ho aperto una ditta mia, avevo diciotto operai, lavoravamo tra qui e Firenze. Poi però sono arrivati gli stranieri, che quando tu facevi un preventivo di 50.000 euro, loro lo facevano di 15.000.
Io faccio il piastrellista, queste le ho messe io…» e dicendo così, indica per terra: proprio le piastrelle su cui dorme! Ecco perché si è imbucato proprio quassù.
«Io è poco che sto per strada, non sono un barbone. Ho lavorato anche in pasticceria. E pure con la famiglia che avevo, preferivo comunque chiedere due spicci invece di dire “Dammi 400 euro sennò ti brucio il negozio”. Insomma, sapete il mio grande problema? Il lavoro».
«Quello è un problema per tutti».
«Ma se uno ci ha voglia…»
«Non è sempre così. Hai provato a chiedere in giro?»
«Sì».
«E cosa hai trovato?»
«Indovina…»
Ma emerge ben presto che il problema non è solo il lavoro:
«Avevo anche una fidanzata a Roma, che vive proprio per strada, dalle parti di Roma Tiburtina. Ora sta con uno vecchio che si droga. Il nostro problema era la droga: tiravamo coca, e solo l’ultimissimo periodo ci bucavamo, perché poi io ne sono uscito. Ci abbiamo speso un sacco di soldi» (confessa: qualche decina di migliaia di euro).
Mi dirà più avanti che ha pure una figlia, ormai grandicella, che non vede da parecchio… ma non lo dice con dolore, almeno apparentemente.
*****
Un sabato al servizio docce&colazioni li vedo tutti ad armeggiare con un portatile che hanno trovato in un cassonetto: perfettamente funzionante, mancano solo un paio di tasti. Vittorio mi informa:
«L’abbiamo attaccato qui perché c’è corrente».
«Da qualche parte lì vicino a voi non c’è una presa?»
«Non me lo dire, che l’altra volta torno a casa, e vedo che c’era la luce accesa!»
«Ma veramente?!»
«Sì! Ho chiamato subito: Karol! Karol! Vieni a vedere, è tutto illuminato!»
«E poi?»
«E poi mi sono svegliato…»
*****
Di Jan, quello col gatto al guinzaglio o in spalla, mi racconta che non abita con loro: da vero lupo solitario (anzi gatto) dorme in una baracchetta abbandonata lungo la ferrovia. Vittorio va spesso a fargli visita, e poi vengono insieme da noi, o vanno assieme a mendicare nella stessa zona del centro.
Se non lo chiedo a lui, a chi altri:
«Senti, ma Jan ci sta tutto con la testa?»
«Sì, adesso sì. Era prima, quando si impasticcava, che ci aveva le visioni. Poi ha smesso».
«Cosa pigliava?»
«Tutto: pasticche, anfetamine… a un certo punto vedeva gli Ufo».
« ?! »
«Sì! C’era anche un posto dove andava a lasciargli da mangiare. Il problema è che qualcuno se n’era accorto e si pigliava il cibo, quindi lui era convinto che gli Ufo venivano per davvero a prenderselo!»
Ma Vittorio è comico anche quando non ne ha intenzione: un sabato mattina, quando stiamo per chiudere il servizio docce&colazioni, e dopo che lui se n’è andato da un bel pezzo, lo vediamo rientrare impetuoso e alzando le braccia alla Mosè, e a petto in fuori col suo solito portamento da gallo, esclamando ad alta voce:
«Fermi tutti! Mi ero dimenticato di mangiare!!!»
O quella volta che è strafatto, ha sguardo vacuo e movimenti rallentatissimi, ma anch’io non mi vedo conciato meglio perché da stamattina ho un brutto mal di testa. Allora mi infilo in bocca un Aulin, e proprio in quel mentre, Vittorio si volta verso di me per chiedermi qualcosa; io gli faccio cenno di aspettare perché sto ingoiando la pasticca, così mi verso mezzo bicchere d’acqua e mando giù. A quel punto lui, con una voce accorata e piena di pena:
«No, Miche’, perché ti impasticchi?!» con un tono come per dire «Salvati almeno tu…»
«Ah Vitto’, e mica tutte le pasticche sono come quelle che conosci te!»
*****
Si può voler male a uno che ti fa ridere? No che non si può, tanto più che Vittorio è un buono, un imbelle che ne subisce di ogni sorta, e da tutti: da Karel che gli frega il metadone e scappa, da Joszef che lo picchia e fugge (troviamo Vittorio escoriato e in lacrime una sera alla stazione). Il minipopolo dell’edificio, infatti, è giovane e sorridente, ma instabile in ogni senso, tanto che dopo alcuni fatti incresciosi (perquisizioni con scoperta di reati della ragazza, alterchi rumorosi, incendio d’un materasso, dissapori coi condòmini) ne restano alla fine solo due, cioè i più balzani ma anche i più urbani, i più amici tra di loro, e i più affezionati a noi: Vittorio e Jan.
Quest’ultimo resterà sempre un mistero, perso nella sua svampitezza (sarà vero che non si impasticca più?) e nel suo impossibile parlare: uno spigoloso assemblaggio di materiali linguistici di risulta, un fenomenale guazzabuglio ispanoanglocecoitalotedesco. L’ultimo dell’anno me lo trovo davanti, al pranzo organizzato per i poveri da un centro di solidarietà, ma riesco a cavarne solo cose già note (pur se capisco una parola su dieci): in Cechia installava pannelli solari, poi licenziato perché poco lavoro; ha avuto episodi di “epilèpsia” e poi anche “skizofrènia”; la sua donna lo caccia da casa; ha un nonno in Sardegna, da cui si appoggiò quando venne in Italia. Ovviamente gli chiedo degli Ufo, e lui mi parla del decollo verticale, e mi dice che sono omini con occhi gialli, e di aver visto Fantomas, però quello vero, non quello dei film. No comment.
Ma il suo animo lo svelerà il giorno che viene all’accoglienza per farsi il tesserino e avere diritto al pacco alimentare: vedendo una cassetta delle offerte, Jan ci mette un euro, atto strabiliante e accompagnato da uno strabiliante italiano: «Per chi sta peggio di me».
Quando si dice che i poveri insegnano…
Anche per questo Vittorio e Jan resteranno amici inseparabili: non solo per l’assunzione di roba, ma soprattutto perché non farebbero male a nessuno, tantomeno l’uno verso l’altro, oltre che per avere in comune una certa spensieratezza e incoscienza, data sia dalla giovane età, sia dalla mobilità e dalla salute (benché siano senza-dimora hanno ancora tutti i denti, e camminano bene).
*****
Jan un giorno sparirà, forse sulle tracce dei suoi omini verdi con le antenne, oppure del suo gatto-pappagallo.
Vittorio invece resterà qui da noi, e col tempo riuscirà a non lasciarsi scivolare definitivamente sul fondo dell’abbrutimento e della rassegnazione che piano piano infettano quasi tutti i senzadimora. La sua è uno storia dinamica e ancora in divenire, e forse un giorno riprenderò a narrarla, confidando di avere anche un finale allegro.
Conoscendo Vittorio, posso essere ottimista!
MICHELE CAPITANI
