IL VITELLO D’ORO
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
La libertà!!
Se chiedessimo in giro, in specie nel mondo giovanile, unico sarebbe il responso: libertà è fare ciò che si vuole!
What else? La libertà è la libertà di fare ciò che desidero e la libertà da qualsiasi costrizione che mi impedisca di fare. Punto!
Secoli e secoli di “logos” gettati nella fossa comune in compagnia di tante altri cadaveri fondamentali in stato ormai di avanzata putrefazione. Il fiume, si dice, deve scorrere dove esso vuole, senza argini che costringano!
Eppure , se così ha da essere, il fiume non è più tale ma acquitrino, inondazione, palude. Per essere fiume deve giungere ad una meta: la foce.
La libertà, dunque, è qualcosa di “condizionato”: libertà di, libertà da, certo, ma anche libertà per un fine che dia valore al proprio esistere. Solo così esiste la vera libertà: libertà di, libertà da e libertà per. Le tre fanno vera l’unità!
In sintesi: libertà è essere causa delle proprie azioni, ma causa responsabile!
Quel termine responsabile quanto può stonare per le tante orecchie in giro per il mondo. Parlo certo dei giovani, ma anche dei vari demiurghi infausti che, in questo momento, governano, decidono e fanno da modello nefasto. Eppure, senza responsabilità nei confronti del criterio secolare del Bene e del Male non esiste libertà. E’ così che l’Etica entra in gioco pesantemente: la libertà è il presupposto dell’etica (l’argine vieta al fiume di impaludarsi) ma al tempo stesso l’etica è il compimento della libertà affinché questa non prevarichi e danneggi l’altro (il fiume non arrechi allagamento). Senza responsabilità la libertà è prevaricazione, violenza, tracotanza: il mestiere dei nostrani infausti demiurghi.
Quanto detto è semplicemente un ammasso di vetusti arnesi di un vetusto artigianato ormai in via di estinzione? Sono in molti a pensarla così! Ma è carattere di ogni vetusto artigiano perseverare nel suo stato e procedere innanzi.
Il mondo, ormai, ha sepolto Dio assieme all’Illuminismo d’un tempo (Il Dio trascendente e il Dio immanente stanno comodamente in quella fossa comune ). Il mondo è azione libera senza vincoli di sorta, vince il più forte e la tecnica fornisce la base fondamentale per il superamento dell’etica. Questo il dato più allarmante dell’attuale momento storico!
Che rispondere? Data la vastità dell’argomento evito una possibile, ma certo complessa, pars construens e mi limito a evidenziare gli aspetti negativi del nuovo corso, una sorta di pars destruens dello stesso.
Dunque, in estrema sintesi, alla fine della seconda guerra mondiale è iniziata l’era della tecnica il cui carattere fondamentale, unico nella storia umana è che: l’Agire è stato sostituito dal Fare (Produrre).
Agire ha significato nel passato qualcosa di visibile, di responsabile, di contenuto “umanoide”. Fare, invece, significa frammentazione massima dell’azione (nessuno fa una cosa intera), scomparsa dell’effetto e dunque della responsabilità, primato del prodotto sull’agente produttore (la macchina aiutava l’uomo, ora è l’uomo che deve adattarsi ad essa). La conclusione della supremazia del Fare sull’Agire è che la capacità di produrre appare infinita ma, nel contempo, la capacità di immaginare e “sentire” gli effetti di ciò che la tecnica riesce a fare è minima (questa la sintesi cui giunge Gunther Anders nel suo capolavoro L’Uomo è antiquato).
Di fronte a tutto questo potere dello strumento l’uomo avverte impotenza. L’uomo lo ha creato ed ora la creatura lo sovrasta in modo tale che il creatore prova “vergogna”: siamo imperfetti perché nasciamo (come gli animali d’altronde) e non siamo stati prodotti: nati e non prodotti, dunque imperfetti, limitati, non ripetibili. Un tempo lo strumento aiutava l’umano, ora l’umano è di ostacolo e stenta a star dietro ad esso, spesso e solo semplice, pietoso intralcio.
Questo processo può portare facilmente ad una terribile “ipostatizzazione” dello strumento: lo strumento è calcolo ed il calcolo diviene sostanza , lo si personifica al punto tale da farne un oracolo ( Simonetta Bisi, L’eclissi del pensiero critico,pag.131). Ciò che era un tempo soteriologia, cioè via della salvezza, ora diviene ottimizzazione: eliminazione dei limiti biologici in termini di superamento delle malattie, di prolungamento della vita, di efficienza fisica (imitare le doti dello strumenta da parte di chi è “nato” e non prodotto). E’ la logica proposta dal “Transumanesimo” tanto in voga. La verità, dall’originario concetto legato al mistero, al non- nascondimento (come indica il termine greco) diviene semplicemente ciò che si dispone al calcolo. Il male del mondo un tempo oggetto della Teodicea (Dio in rapporto al Male) ora assume il ruolo (risibile) di “Algo-dicea”. Ed infine l’Etica non ha più a che fare con la dicotomia Male-Bene ma con la coppia Funzionale-Disfunzionale ed il soggetto dell’etica non è più il “prossimo” ma l’utente. Il concetto di uomo esce fuori dalla fumosità filosofica e diviene banalmente un flusso di dati. “Anestetizzando” la responsabilità attraverso la mediazione della macchina si priva di significato l’etica e dunque la libertà come sopra definita.
Mi avvio alla conclusione che più mi preme.
Dio è morto solo perché la tecnica potesse trionfare!
Il bisogno del divino non è per nulla scomparso dal mondo. Ha solo mutato l’oggetto del culto: da trascendente ad immanente astratto, da immanente astratto ad immanente concreto.
Mirate! Giù in quel fondo valle sotto il Sinai. Non riuscite forse a scorgere il Vitello aureo? E non vedete le genti che acclamano? Tutto è in attesa di chi un giorno, forse, con violenza sconvolgerà la nuova idolatria!
Nihil sub solo novum!
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Le sapienti sollecitazioni di Paolo sono alla base di quanto scritto. Rimane completamente aperto il tema della riappropriazione dello sguardo umano come suggerito in finale dal testo di Simonetta.
CARLO ALBERTO FALZETTI
