Dalla crisi di Hormuz alla sicurezza energetica italiana: perché oggi la vera risposta sono rinnovabili, accumulo e filiere circolari
di PAOLO POLETTI ♦
L’ennesima crisi che investe il Golfo Persico impone una distinzione che troppo spesso, nel dibattito pubblico, tende a sfumare: quella tra allarme reale e catastrofismo. La situazione è seria, perché tocca uno dei principali snodi energetici mondiali e conferma ancora una volta quanto l’Europa resti esposta a shock esterni che non controlla. Ma non siamo ancora, almeno allo stato, in una condizione tale da giustificare letture apocalittiche o automatismi emergenziali. Non siamo di fronte, per ora, a uno scenario che consenta di parlare con certezza di recessione europea imminente. Siamo piuttosto davanti a una instabilità grave, fluida e potenzialmente aggravabile, capace di trasformarsi rapidamente da tensione geopolitica regionale in pressione economica continentale.
In questo quadro, gli Stati Uniti sembrano muoversi dentro una dinamica che rischia di favorire proprio la strategia iraniana. Teheran punta da tempo a trasformare la propria capacità di pressione su Hormuz in una leva politica permanente: non solo una minaccia militare, ma uno strumento di condizionamento negoziale. Il cessate il fuoco subordinato al Libano e la questione della riapertura dello Stretto, poi rimessa in discussione sul presupposto che Washington non abbia sospeso il proprio blocco, mostrano che l’Iran non mira soltanto a resistere, ma a imporre il terreno e il linguaggio del confronto. È questa la trappola: una crisi nella quale la forza impiegata per ristabilire la libertà dei flussi rischia di legittimare il ruolo di chi quei flussi minaccia.
Occorre però evitare anche l’errore opposto: usare la crisi per sostenere che l’Europa sia già sull’orlo di una recessione generalizzata o che sia inevitabile sospendere subito le regole fiscali europee. Una conclusione del genere, al momento, appare prematura. Certo, se Hormuz dovesse richiudersi per un periodo prolungato e se lo shock energetico si traducesse in un’impennata persistente dei prezzi, il quadro cambierebbe. Ma, allo stato attuale, non sembra esservi ancora quella grave recessione economica che sola potrebbe giustificare misure eccezionali. La prudenza, qui, non equivale a sottovalutare il rischio; significa non confondere uno scenario severo con uno scenario già realizzato.
Per l’Italia, dunque, la questione non è se questa crisi sia preoccupante, ma quale strategia energetica adottare per ridurre una vulnerabilità che gli shock geopolitici continuano a rendere evidente.
L’energia non è più solo ambiente: è sicurezza nazionale
Per troppo tempo il dibattito sull’energia è stato trattato in Italia quasi esclusivamente come una questione ambientale, oppure, all’opposto, come un problema di costi e autorizzazioni. Oggi questa impostazione non basta più. La crisi del Medio Oriente, e in particolare la tensione intorno allo Stretto di Hormuz, ci ricorda con brutalità che l’energia è anche, e forse prima di tutto, una questione di sicurezza nazionale, di stabilità economica e di tenuta sociale.
Quando un passaggio strategico come Hormuz entra in tensione, non si muove soltanto una rotta commerciale lontana da noi. Si muove il prezzo dell’energia. Si muovono i costi dell’industria. Si muovono i trasporti, la logistica, i fertilizzanti, la distribuzione alimentare. In altre parole, si muove il costo della vita. La vulnerabilità energetica non resta confinata nei mercati internazionali: si scarica rapidamente sulla vita quotidiana di famiglie e imprese.
È questo il punto politico decisivo: un Paese che dipende in misura rilevante da fonti fossili importate è un Paese esposto non soltanto alla volatilità economica, ma anche al ricatto geopolitico. Dipende dalla stabilità di aree segnate da guerre, rivalità regionali, blocchi navali e decisioni prese altrove. Significa affidare una parte essenziale della propria sovranità materiale a fattori che non si controllano.
La vera lezione del Golfo, allora, non è soltanto che i prezzi possono salire o che le forniture possono rallentare. È che l’energia è tornata al centro della questione strategica. Non si tratta più solo di produrre in modo più pulito, ma di produrre in modo più sicuro, più vicino ai luoghi di consumo e più resiliente rispetto agli shock internazionali.
Prima di procedere, è bene affrontare il tema del nucleare di IV generazione (soprattutto gli Advanced Modular Reactor – AMR: reattori nucleari avanzati di piccola taglia, progettati per essere più flessibili, più sicuri e più efficienti, anche grazie a sistemi di raffreddamento e combustibili innovativi. Possono inoltre essere usati non solo per produrre elettricità, ma anche calore e idrogeno) con serietà e senza pregiudizi, ma anche senza illusioni. Nessuno nega che i reattori modulari di piccola taglia e altre soluzioni avanzate rappresentino un ambito di ricerca da seguire con attenzione. Ma il punto non è se in astratto possano un giorno contribuire al mix energetico. Il punto è molto più concreto: possono oggi rappresentare una risposta operativa all’urgenza strategica italiana? La risposta, realisticamente, è no. Queste tecnologie non sono ancora una soluzione industrialmente matura, diffusamente disponibile e temporalmente compatibile con il bisogno di ridurre nel breve periodo la nostra esposizione ai rischi geopolitici. Il nucleare del futuro può essere osservato, studiato e valutato, ma non può essere usato come argomento per rinviare le scelte che l’Italia deve compiere adesso. Sarebbe una forma di attendismo mascherato da realismo.
Le rinnovabili non sono una formula magica, ma un mix da costruire bene
Se questo è vero, bisogna evitare una seconda semplificazione: quella di parlare delle rinnovabili come se fossero un blocco unico, una soluzione indistinta buona per tutto. Non è così. L’Italia dispone di un insieme articolato di fonti, ciascuna con caratteristiche, limiti e funzioni differenti.
L’idroelettrico resta una risorsa storica e importante, soprattutto per la regolazione del sistema, ma non può essere considerato il grande serbatoio dell’espansione futura. Il fotovoltaico è probabilmente la fonte che il Paese può far crescere più rapidamente, grazie all’irraggiamento favorevole e alla possibilità di una diffusione capillare. Ma produce soprattutto in certe ore del giorno e quindi non basta da solo. L’eolico ha un ruolo essenziale, ma dipende molto dalla qualità dei siti e dalla compatibilità territoriale e paesaggistica. La geotermia è preziosa, ma limitata geograficamente. Le bioenergie e il biometano possono offrire un contributo utile, soprattutto dentro una logica di economia circolare, ma non devono essere caricati di aspettative sproporzionate.
La conclusione è semplice: l’Italia non ha davanti a sé una fonte miracolosa capace di sostituire da sola la dipendenza dai fossili. Ha piuttosto la necessità di costruire un mix energetico intelligente, nel quale le diverse rinnovabili vengano combinate in modo coerente e complementare. Il punto non è dire genericamente “più rinnovabili”, ma chiedersi quali, dove, con quale funzione e dentro quale architettura di sistema.
Su quali impianti puntare davvero
Se non esiste una fonte salvifica, la domanda diventa allora molto concreta: su quali impianti conviene puntare davvero?
La prima risposta è il fotovoltaico diffuso. È la tecnologia che più rapidamente può aumentare la produzione rinnovabile, sfruttando superfici già artificializzate: tetti, capannoni, aree logistiche, parcheggi, coperture commerciali, siti industriali compromessi. Questa scelta ha un vantaggio evidente: riduce il conflitto territoriale, avvicina la produzione ai luoghi di consumo e rafforza la resilienza energetica senza consumare nuovo suolo in modo indiscriminato.
Anche l’agrivoltaico può avere un ruolo, ma solo se inteso seriamente: integrazione tra energia e attività agricola, non espulsione mascherata dell’agricoltura dai suoli. Accanto a questo, l’Italia deve puntare su un eolico selettivo e ben localizzato: dove il rendimento è alto, dove l’impatto è gestibile, dove una pianificazione seria rende l’impianto compatibile con il territorio.
Molto importante è anche il repowering, cioè l’ammodernamento degli impianti esistenti: spesso consente di aumentare la produzione senza aprire nuovi fronti di conflitto. Infine, il biometano da scarti e sottoprodotti può svolgere una funzione utile, purché nasca da una logica circolare: rifiuti organici, reflui, scarti agricoli e sottoprodotti industriali. In quel caso non si produce solo energia: si chiude un ciclo e si crea una filiera utile anche sul piano economico e territoriale.
La vera alternativa, quindi, non è tra impianti ovunque e nessun impianto. È tra una politica che seleziona tecnologie e siti in modo razionale e una politica che confonde la transizione con una sommatoria casuale di progetti.
No alle tifoserie: servono dati e valutazioni serie
Ed è proprio qui che il discorso tecnico diventa anche un discorso di metodo. Perché una volta individuate le priorità, la domanda decisiva non è più solo quali impianti servano, ma come valutarli seriamente.
Se c’è un errore che l’Italia non può più permettersi in materia energetica, è affrontare la transizione come uno scontro tra opposte tifoserie. Da una parte c’è chi considera ogni impianto, purché “verde”, automaticamente positivo. Dall’altra c’è chi reagisce con un riflesso speculare, trattando quasi ogni intervento come una minaccia da respingere a priori. Entrambe queste posture sono inadeguate e impediscono di costruire una politica energetica seria.
La transizione non si governa di pancia. Non si governa con la propaganda né con il rifiuto pregiudiziale. Si governa con dati, analisi comparative, misurazioni reali, capacità di distinguere tra rischi accertati, rischi potenziali e paure puramente percepite.
Questo vale soprattutto per i territori che portano già sulle spalle una lunga storia di pressione industriale, logistica o energetica. In casi del genere non basta la conformità formale del singolo progetto. Occorre guardare agli effetti cumulativi. Un nuovo impianto non nasce nel vuoto: si inserisce in un contesto già segnato da traffico, emissioni, attività portuali, infrastrutture, rumore e precedenti insediamenti industriali. Valutare seriamente significa allora chiedersi non solo se il singolo progetto sia “a norma”, ma che cosa produca quando si somma a tutto il resto.
La modernità non consiste nell’accettare qualsiasi progetto in nome della transizione. Consiste nel pretendere che quella transizione sia credibile, misurabile e socialmente sostenibile.
Senza accumulo e reti le rinnovabili non bastano
Ma anche una buona selezione degli impianti e una valutazione rigorosa dei loro effetti non bastano ancora. Perché il problema non è solo produrre energia rinnovabile: è renderla disponibile quando serve.
Qui entra in gioco il tema decisivo dell’accumulo. Fotovoltaico ed eolico non producono in modo perfettamente sincronizzato con i consumi. Senza sistemi di stoccaggio efficaci, cresce sì la quota rinnovabile, ma resta forte la dipendenza dagli impianti fossili che coprono i vuoti di produzione e i picchi di domanda. L’accumulo è quindi il cuore della trasformazione del sistema: batterie distribuite per famiglie, imprese e comunità energetiche; grandi sistemi di accumulo a supporto della rete; pompaggi idroelettrici e altre forme di stoccaggio di maggiore durata.
Ma non basta ancora. Perché l’energia prodotta e immagazzinata deve essere anche assorbita, distribuita, trasferita e bilanciata. Un sistema energetico non è la somma di impianti isolati: è una rete. Se la rete è debole, congestionata o non sufficientemente digitalizzata, anche un aumento significativo della capacità rinnovabile rischia di non tradursi in un vero salto di qualità.
Servono quindi reti più robuste, interconnessioni più efficienti e una gestione più intelligente dei flussi. Le rinnovabili, per loro natura, sono più diffuse e più variabili rispetto ai grandi impianti termoelettrici tradizionali. Questo richiede una rete capace di leggere in tempo reale i flussi, integrare produzione distribuita, coordinare accumuli, valorizzare la flessibilità dei consumi e trasferire energia dai luoghi di produzione a quelli di consumo. La sicurezza energetica, in altre parole, non si misura solo in megawatt installati, ma nella qualità del sistema che li governa.
Le rinnovabili possono incidere sul prezzo dell’energia?
A questo punto si può affrontare con serietà una delle domande più sensibili del dibattito pubblico: le rinnovabili possono davvero abbassare il prezzo dell’energia?
La risposta è sì, ma con una precisazione fondamentale: non da sole e non automaticamente. Le rinnovabili hanno un costo marginale molto basso e, nelle ore in cui producono, possono spingere verso il basso il prezzo all’ingrosso. Tuttavia, il prezzo dell’elettricità dipende anche da come è organizzato il mercato e da quale tecnologia resta necessaria per coprire la domanda nei momenti in cui sole e vento non bastano. Finché il gas continua a essere indispensabile nei momenti di equilibrio più delicati, continuerà anche a influenzare in modo rilevante la formazione del prezzo.
Sarebbe dunque sbagliato promettere che “più rinnovabili” significhi automaticamente “bollette in caduta”. Ma sarebbe altrettanto sbagliato sostenere che le rinnovabili non incidano. Incidono eccome: direttamente, perché abbassano il prezzo in molte ore del giorno; e indirettamente, perché riducono l’esposizione agli shock internazionali che colpiscono petrolio e gas.
Le rinnovabili non sono una scorciatoia magica per far crollare la bolletta. Sono però una leva essenziale per rendere il sistema meno esposto al fossile e, nel tempo, più stabile anche sul piano dei prezzi.
Transizione energetica vuol dire anche politica industriale
Va detto con chiarezza: neppure le rinnovabili sono prive di impatto ambientale. Pannelli, batterie, motori, reti e sistemi di accumulo richiedono materie prime critiche e, in alcuni casi, terre rare, la cui estrazione è spesso invasiva e ambientalmente distruttiva. Per questo la transizione non può essere raccontata come il passaggio da un sistema “sporco” a un sistema magicamente “pulito”. È piuttosto il passaggio da un modello fondato sui fossili a un modello che resta materiale e industriale, ma che può diventare più sostenibile, più resiliente e meno vulnerabile.
Proprio qui entra in gioco l’economia circolare. Non è un capitolo accessorio della transizione, né una formula generica legata alla sola buona gestione dei rifiuti. È una componente essenziale di una politica industriale seria, perché significa ridurre sprechi, recuperare materia, contenere il fabbisogno di nuove importazioni e trasformare scarti e sottoprodotti in risorse.
Questo vale in modo particolare per le materie prime critiche. Batterie, motori elettrici, pannelli, reti intelligenti e dispositivi di accumulo richiedono materiali che, se non vengono recuperati e riutilizzati in misura crescente, rischiano di aprire una nuova dipendenza strategica. Sarebbe paradossale liberarci almeno in parte dalla dipendenza dai fossili per entrare in una dipendenza altrettanto problematica da materiali e componenti concentrati in poche aree del mondo.
Per questa ragione, la transizione non deve limitarsi a sostituire combustibili: deve anche ridurre il bisogno di nuova estrazione e impedire che una dipendenza energetica venga semplicemente rimpiazzata da una nuova dipendenza industriale. In questo quadro, anche il biometano ottenuto da rifiuti organici e sottoprodotti va letto dentro una logica più ampia: non solo fonte energetica, ma tassello di una filiera che riduce rifiuti, crea valore e rafforza l’autonomia produttiva.
Tutto questo, naturalmente, ha un costo. La transizione richiederà investimenti, tempi di adattamento, scelte talvolta difficili e anche sacrifici economici e sociali che non possono essere nascosti dietro una retorica rassicurante. Ma è un prezzo che dobbiamo avere il coraggio di considerare per ciò che realmente è: non un costo sterile, ma un investimento nella nostra indipendenza energetica, in un’economia più sostenibile e nella tutela dell’ambiente che lasceremo alle prossime generazioni.
Navi, pescherecci e mezzi industriali: il ruolo dei biocarburanti
Una politica energetica seria deve distinguere anche tra usi diversi dell’energia. Ci sono settori nei quali l’elettrificazione può avanzare rapidamente. Ma ce ne sono altri nei quali, almeno nel breve e medio periodo, la sostituzione diretta dei combustibili fossili è molto più difficile. È qui che biocarburanti e gas rinnovabili acquistano una rilevanza concreta.
La navigazione è uno di questi ambiti. Le navi richiedono densità energetiche elevate, autonomia, affidabilità e tempi di rifornimento compatibili con il traffico marittimo. Pensare che questo universo possa essere convertito integralmente e in tempi brevi alla sola elettrificazione sarebbe poco realistico. Lo stesso vale, forse ancora di più, per la pesca, che subisce in pieno il peso del costo del gasolio, e per molti mezzi industriali e parte della logistica pesante, dove servono autonomia prolungata, potenza costante e flessibilità operativa.
In questi casi, l’uso di biocarburanti avanzati, biometano o altre soluzioni rinnovabili low-carbon può rappresentare una risposta intermedia ma concreta. Naturalmente non si tratta della soluzione universale alla transizione, né di un alibi per rallentare l’elettrificazione là dove è già possibile. Si tratta piuttosto di strumenti pragmatici, da usare nei segmenti davvero difficili da decarbonizzare nel breve termine.
La vera scelta italiana
A questo punto, il quadro è chiaro. L’Italia può continuare a discutere all’infinito di soluzioni future, oppure può cominciare a mettere in sicurezza il proprio sistema energetico con gli strumenti che oggi sono davvero disponibili.
Abbiamo già detto che i reattori di IV generazione sono ancora allo stadio di prototipo, esperimento e dimostrazione.
L’alternativa, del resto, non può essere il ritorno ai fossili. Sarebbe il paradosso più grave. Proprio mentre le crisi internazionali dimostrano quanto petrolio, gas e carbone rendano un Paese dipendente da aree instabili, da equilibri geopolitici precari e da mercati altamente volatili, scegliere di riaffidarsi a quelle stesse fonti significherebbe aggravare la fragilità che si dice di voler combattere.
La vera scelta italiana, dunque, non è tra il rifugio nel fossile e la fiducia messianica in una tecnologia che non è ancora pronta. La vera scelta è tra un Paese che aspetta e un Paese che costruisce. Costruisce chi investe subito sulle tecnologie mature, sulle filiere già attivabili e sulle infrastrutture che possono ridurre concretamente la dipendenza esterna.
E oggi questa costruzione ha un perimetro abbastanza chiaro: più rinnovabili, più accumulo, reti più robuste e intelligenti, una vera economia circolare e combustibili rinnovabili per i settori più difficili da elettrificare. Tuttavia, affinché questa strategia sia davvero praticabile, non basta indicare la direzione. Occorre anche rimuovere gli ostacoli che oggi rallentano o scoraggiano gli investimenti. Questo significa semplificare e accelerare le procedure autorizzative per gli impianti da fonti rinnovabili, per i sistemi di accumulo e per le infrastrutture di rete, senza per questo sacrificare il rigore delle valutazioni ambientali e territoriali. Semplificare non vuol dire aggirare i controlli: vuol dire ridurre l’incertezza, abbreviare i tempi, chiarire le competenze e rendere le decisioni pubbliche più trasparenti ed efficienti.
Allo stesso modo, il tema del finanziamento è decisivo. La transizione richiede capitali ingenti, soprattutto per le reti, per l’accumulo, per l’innovazione industriale e per le filiere del recupero dei materiali. Su questo terreno l’Unione europea ha già messo in campo strumenti importanti, ma può e deve fare di più: non solo aumentando le risorse disponibili, ma soprattutto rendendole più accessibili, più rapide da impiegare e più coerenti con l’obiettivo strategico di rafforzare l’autonomia energetica e industriale degli Stati membri. Perché la transizione non si ferma soltanto quando mancano le idee: si ferma anche quando le procedure sono troppo lente e i finanziamenti troppo difficili da attivare. Non è una strategia miracolistica. È una strategia esigente, ma è l’unica che abbia oggi il pregio decisivo della praticabilità.
La questione, dunque, non è scegliere tra ambientalismo astratto e realismo energetico. La questione è scegliere tra un Paese che continua a dipendere da crisi che non controlla e un Paese che prova finalmente a ridurre la propria vulnerabilità con strumenti tecnologicamente maturi, industrialmente utili e scientificamente valutabili.
PAOLO POLETTI

Ottima analisi esaustiva. Caro Paolo, tu poni un problema di razionalità, di saggezza politica. Ma è proprio su quresto terreno che il nostro Paese viene meno.Io da cinque anni lotto come presidente di uno dei comitati per impedire il deposito delle scorie in Tuscia. Un cimitero unico che impiega un esborso imponente di risorse e 40 anni per terminarlo creando un obiettivo militare a soli 60 km. dalla Capitale. Energie sprecate in quanto basterebbe mettere in sicurezza i siti nucleari (brown field) invece di dismetterli (green field). Eppure si va avanti imperterriti declamando che senza un deposito unico non si può pensare al nucleare. Menzogna! Tu chiarisci che prima ancora di intraprendere la via lunghissima (per problemi tecnici e politici) necessita razionalizzare le fonti alternative. Come ho scritto tempo fa il territorio di Montalto si doterà fra breve di una massa energetica imponente di fotovoltaico che permetterà di condurre energia tramite cavo sottomarino in Lombardia (6milioni di GigaWatt in termini potenziali). Ecco, prendo per esempio questo progetto per chiarire la confusione, l’irrazionalità del procedere. Un progetto del genere dovrebbe essere comunicato e corredato di vantaggi sociali per facilitare l’accettazione in alttre località così da creare un ambiente accogliente per una vera rivoluzione energetica di dimensioni pari a quelle da te giustamente auspicate. Io suggerivo nell’articolo la creazione di un distretto energetico tra Civitavecchia, Tarquinia, Montalto (anche per via dell’eolico marino). Niente di tutto questo!
Si vuole, si auspica, si scrive, si incoraggia a parole. Poi subentra il vero dramma italico che si espone in specie nelle situazioni guerresche: la non organizzazione. Piaga antica sempre presente. La tua analisi è razionale ma deve essere calata in un ambiente che trasforma la ragione in caos. E non è solo per via dei verdi o degli antagonisti a prescindere. Quello che tu dici dovrebbe essere realizzato “come se” fossimo in vero conflitto guerreggiato, dunque con uso razionale della logistica. Appunto!
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Hai perfettamente ragione. Ancora discariche? Fuori del tempo e di testa. Sto seguendo al MIMIT ed al MASE alcune manifestazione di interesse per nuovi investimenti in rinnovabili ed relative infrastrutture di supporto, che sono riuscito a far presentare per la de carbonizzazione di Civitavecchia. È come affrontare mulini a vento. Ma ce la mettiamo tutta per la nostra città. Quando vuoi, chiamami che ne parliamo
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Penso che tu sia Paolo?
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Sì, sono io
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