Il Crepuscolo Permanente

di SIMONETTA BISI ♦

 

 

L’ora è confusa, e noi come perduti la viviamo (PPP, Poesie, Garzanti, 1975)

“L’ora è confusa, e noi come perduti la viviamo” non è soltanto un’immagine poetica, ma una diagnosi ancora attuale. C’è un’ora della storia in cui le cose sembrano perdere contorno, un tempo in cui le parole non bastano a dire ciò che accade e i gesti si fanno incerti.

Sono parole che ci inquietano. Sembrano scritte ieri, non cinquant’anni fa. È come se, in un’epoca di frenetico consumo e di apparente progresso, la sua voce si sia levata da un deserto che allora era solo in gestazione, per descrivere con spietata lucidità il nostro presente.

Perché una frase del 1975 ci colpisce con la forza di una profezia compiuta? Perché ci ritroviamo, nostro malgrado, così perfettamente descritti?

La risposta forse risiede in questo: Pasolini non fu solo un intellettuale del suo tempo, ma un profeta della postmodernità.

Aveva intuito, quando in Italia se ne scorgevano appena i bagliori, l’avvento di un “crepuscolo permanente”. Non più l’alternanza classica tra giorno e notte, tra luce e tenebra, ma una perenne, smorzata penombra. Un tempo sospeso in cui tutti i valori, le ideologie, le culture e le identità tradizionali vengono lentamente, ma inesorabilmente, dissolte, omogeneizzate dalla forza totalitaria di un nuovo potere, la seduzione del consumo e dei mass media.

In questo crepuscolo, la realtà perde i suoi contorni netti, il sacro e il profano si confondono, la storia finisce e inizia un presente eterno e ripetitivo.

Pasolini vide arrivare questa luce fioca e diffusa, che tutto appiattisce e rende uguale, e la combatté con la disperata energia di chi vedeva scomparire non solo le lucciole, ma la stessa possibilità dell’autentico.

Se “L’Ora Confusa” è la diagnosi dello stato del mondo, la sensazione di “essere perduti” è il sintomo che affligge l’individuo.

Le sue parole, infatti, non descrivono soltanto un tempo disordinato, ma il modo in cui lo abitiamo: come se ogni cosa scorresse davanti ai nostri occhi con la rapidità di un lampo e noi restassimo fermi, incapaci di trasformare il flusso in comprensione.

La confusione non è solo intorno a noi, ci attraversa, modellando pensieri, paure e scelte quotidiane. Nel rumore continuo che promette connessione e produce smarrimento, nell’incapacità di sottrarci a questo vortice, finiamo per percepirci come figure radicate a metà tra ciò che vorremmo capire e ciò che ci travolge.

È la sensazione di essere “come perduti” che diventa il punto di partenza per interrogare il nostro presente, per provare a riconoscere le forme sottili attraverso cui la confusione diventa un modo di vivere prima ancora che un fenomeno da osservare. Da qui comincia anche il tentativo di dare nome alle ombre che avvolgono la nostra epoca e di restituire al pensiero la forza di orientarsi dentro l’indistinto.

È forse proprio in questo smarrimento condiviso che il tempo torna a farsi percepibile, non più come misura ordinata ma come respiro irregolare, affannoso, che attraversa corpi, macchine e linguaggi. Un respiro che non descrive soltanto ciò che accade, ma lo incarna. A questo punto, ciò che resta non è una risposta, ma un ascolto più radicale: quello di un tempo che non si lascia più ordinare, che non scorre ma si contrae, si affanna, si disperde. Un tempo che non ci attraversa soltanto, ma che respira dentro e fuori di noi, mescolando naturale e artificiale, presenza e simulazione.

Il Respiro del Tempo

Non è più il ritmo antico
delle stagioni che si spogliano
e si vestono a turno,
quel respiro profondo
di boschi e di mari.

È il sussulto dei satelliti
in orbite febbrili,
il rantolo delle fabbriche
che digeriscono metalli,
l’espirazione velenosa
delle città insonni.

È l’ansito corto di uno schermo
acceso,
il singhiozzo di notizie
a ripetizione,
il fiato sospeso
sul baratro dei like.

È il respiro nostro, collettivo,
inquieto e condiviso:
un mantice che alimenta
un fuoco troppo grande,
un vento che non sa
dove depositare
il polline dei suoi giorni.

SIMONETTA BISI