In una indagine sulla desertificazione commerciale a Civitavecchia…
di TULLIO NUNZI ♦
In una indagine sulla desertificazione commerciale a Civitavecchia, elaborata dall’istituto Tagliacarne e Confcommercio, tra i numeri terrificanti che evidenziavano un complesso cambiamento del tessuto urbano, un dato in particolare saltava agli occhi: le edicole nel centro storico da dodici (12), si erano ridotte a tre (3). Oltre a reputare le edicole avamposti di una informazione di qualità, veri momenti sociali di incontro, servizio di interesse pubblico che garantisce l’accesso alla informazione, presidio culturale insostituibile, sono legato affettivamente alle edicole da ricordi e legami per quanto riguarda la mia attività professionale. Ormai sono qualificato nei miei noiosi interventi come ex dirigente di Confcommercio nazionale, ma pochi sanno che in un periodo assai lontano, e ahimè ai limiti dei ricordi, sono stato anche segretario nazionale aggiunto di Confesercenti. Termine roboante ma che evidenzia una struttura organizzativa come quella di Confesercenti degli anni70/ 80, mutuata dal sistema organizzativo della CGIL. Divisa in componenti, comunista, socialista e successivamente repubblicana, Confesercenti doveva competere con una organizzazione imponente come già era Confcommercio, e nasceva in particolare nelle regioni rosse, Toscana Emilia Romagna, Liguria, con categorie più vicine al lavoro dipendente (come gli ambulanti, i benzinai, i giornalai), a tal punto che la prima conferenza organizzativa, aveva come slogan ”dalla bottega all’impresa”. Oggi Confesercenti è una cosa ben diversa, è cresciuta, con sedi in tutta Italia, e ha caratteristiche organizzative assai diverse. Ma negli anni 80 anche i segretari nazionali aggiunti venivano eletti (credo che ci fossero circa trentamila soci) e quindi si era obbligati a confronti, incontri, riunioni, dibattiti costanti, continui con gli associati. Obbligo non è il termine giusto, perché rimpiango ancora con tanta malinconia discussioni appassionate, feconde, su temi legati a commercio e turismo in quegli anni eroici. Questa digressione era necessaria perché proprio in quegli anni sono entrato in contatto con gli edicolanti e ho cominciato a conoscerli. Gestire un edicola è un lavoro massacrante, con aperture (13 ore giornaliere) di sette giorni su sette, per 360 giorni l’anno, con un ricavo che si aggira(va) sulla media del 10% del venduto. Sono però, ripeto, un presidio della informazione, un supporto in particolare per le generazioni grigie. Secondo me vanno salvate, tutelate, come sta avvenendo in diverse regioni italiane. Faccio pertanto un appello all’assessorato alla cultura, che spero venga ripreso dagli amici di Spazio Libero Blog; salviamo le edicole riproponendo e supportando un protocollo (comune /edicolanti), già avviato in diverse città; promuovendo l’evoluzione delle edicole in una rete di servizi di prossimità al cittadino, (ed al crocerista) mantenendo ovviamente la primaria funzione di vendita e diffusione della stampa. La proposta dovrebbe derivare dalle associazioni di categoria, ma nel deserto commerciale in cui sta cadendo Civitavecchia, poiché le edicole si contano sulle dita di una mano, potrebbero essere convocate direttamente. Mi limito a riprendere semplicemente le diverse proposte fatte negli accordi delle varie città: la riduzione dei canoni per le occupazioni di suolo pubblico, permanenti e temporanee, la riqualificazione del ruolo dei punti vendita tradizionali, un sostegno per i processi di digitalizzazione ed adeguamento tecnologico, sostenerne la promozione della lettura e dell’acquisto dei quotidiani; in pratica riconoscere alle edicole un ruolo strategico nella crescita culturale, civile e democratica della comunità, innalzando la qualità della vita. Incontrando i titolari delle edicole, sarebbe utile chiedere la loro disponibilità, di diventare punti di informazione per i croceristi, spesso vaganti in una ricerca affannata di indicazioni e notizie. In alcune città come Firenze viene data anche la possibilità di brandizzare le stesse edicole in occasione di eventi. Potrebbe essere la firma di un accordo tra comune ed edicolanti, una vera azione di supporto e sostegno, che riconosca alle edicole il ruolo di punti di aggregazione e di servizi culturali. Salviamo le edicole come “sentinelle” del pluralismo dell’informazione e garanti contro la desertificazione sociale dei territori. Salviamo le edicole come presidio culturale essenziale per la diffusione dell’informazione e come componente importante del tessuto urbano. Le edicole non sono solo una semplice rete commerciale ma una rete culturale e un pezzo di tessuto urbano che va protetto e valorizzato a livello locale e dal governo nazionale.
TULLIO NUNZI

Mi permetto di indicare un mio precedente professionale. Quando ero a Firenze ero in stretto contatto con la Confesercenti del luogo. Dinamica ben oltre la Confcommercio associata a vari sodalizi di potere anche occulto. Avevo legami di amicizia oltre che legati alla erogazione creditizia. Non mi fa meraviglia che da Firenze nasca la proposta che tu porti ad evidenza. Civitavecchia, degna dei suoi destini. Era frase che un tempo, quando fu coniata, valorizzava il progresso. La stessa frase può indicarne il regresso, purtroppo.
Il destino delle edicole è certo legato al dramma della informazione dovuta a due fattori: le notizie che viaggiano su canali digitali, il decadimento culturale. Si pensa che un giornale sia veicolo solo di news e che queste colmino l’informazione o che questa sia soddisfatta attraverso il dibattito fulmineo e litigioso sulla TV.
Un giornale (serio) è commento, riflessione che pretende spazio temporale che il pubblico evita. Da qui l’esigenza di riordinare la “missione” delle edicole.
E’ molto interessante il tuo richiamo sulla definizione pubblica di questi punti di contatto sociale, un tempo essenziali.
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Pienamente d’accordo, Tullio! Le edicole possono avere diverse vite, ci sono esempi qua e là in Italia in tal senso.
Maria Zeno
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