ORGOGLIO ED ESPIAZIONE

di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦

Scaturisce da una certa dialettica, orgoglio ed espiazione, il rendere intellegibile un momento peculiare della storia della nostra Città tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Orgoglio, innanzitutto!

Il pensiero va a quel vanto identitario scaturito in un momento in cui l’intera giovane Nazione andava lentamente riscoprendo le sue vetuste sorgenti. Uno Stato aurorale quale era quello italiano anelava a far degna mostra delle radici esemplari del suo passato glorioso e multiforme. Esistevano oltre a ciò, in questa epoca giolittiana, ulteriori esigenze  che fiancheggiavano questi auspici di crescita sociale della nascente borghesia illuminata. Esigenze determinate dal timore di evitare che il patrimonio locale (reperti etruschi e romani) finisse per essere accentrato a Roma o finisse per alimentare il crescente mercato antiquario d’Oltralpe. Insomma, aveva buon gioco anche la pretesa di salvaguardare il prestigio cittadino. Così dappertutto. Così in Civitavecchia.

Nel nostro territorio, in perfetta sincronia, si assiste, così, nel 1906 alla nascita a Viterbo della Società pro Ferento  per sostenere gli scavi di Luigi Rossi Danielli.

Nel 1911 è la volta della nascita della Centumcellae.

Nel 1917 nasce a Tarquinia la Società Tarquiniese di Arte e Storia (STAS) grazie all’opera di Giovanni Cultrera funzionario ed archeologo delle Belle Arti ed ideatore del Museo di Palazzo Vitelleschi, e direttore degli scavi nella necropoli dei Monterozzi e nel pianoro della Civita.

Sodalizi, questi, che traducevano in atto quel potenziale creatosi nei decenni delle lotte unitarie.

Tra gli eventi, dunque, che in quella temperie maturarono, la genesi dell’Associazione Centumcellae ne costituì uno fra i rilevanti.

 

Espiazione, a seguire!

Questo polo dialettico, opposto all’orgoglio, si mostrava come qualcosa di inquietante. Espiazione di remota colpa e riscatto culturale da parte della classe dirigente locale, rincrescimento, forse, per l’azione negletta da parte dei più.

Il pensiero del momento si cristallizzava sull’evento di un passato prossimo: la distruzione delle mura del Sangallo.  La storia offesa dalle esigenze dello sviluppo!

Questo il peccato originale. Per favorire l’ampliamento del porto verso nord e, soprattutto, per permettere un più agevole slargo urbanistico dal 1870 in poi, non vi fu alcuna ripugnanza nell’abbattere le imponenti muraglie ideate da Sangallo il Giovane, capolavoro di ingegneria militare cinquecentesca. Poche le reliquie che resistettero, tuttora visibili sul lato nord. Quelle mura, quegli imponenti bastioni, quei doppi fianchi esemplari nel loro genere, quelle opere a corno, quelle cortine, quei massicci terrapieni, quei larghi fossi non avevano alcuna scaturigine municipale ed apparivano nella loro natura esogena oltremodo estranei al sentimento cittadino. Non così poteva essere per le cinte murarie di Corneto, Toscanella, Viterbo, laddove la prestigiosa storia comunale aveva un peso solido e riconosciuto, laddove, in caso di violazione, lo sdegno civico avrebbe mostrato tutto il suo impeto protettivo.

Quanto era stato progettato, elevato e costruito quattro secoli prima dalla avvedutezza e previdenza dei papi , dal genio di molti architetti militari veniva coperto per dar luogo a fabbricati, a casamenti, a piazze, a strade, a mercati, ad un tessuto urbano certo di utilità civica ma, nondimeno, non all’altezza dei precedenti manufatti.

Si poteva, comunque, conciliare l’ampliamento urbanistico col rispetto della storia. Si poteva sopportare un più elevato costo. Si poteva esibire la fama eccelsa dei progettisti cinquecenteschi per conciliare il vetusto con la novità al fine di ottenere valido sussidio esterno. Si poteva fare appello. Si poteva far tanto di razionale. Si poteva. Ma ciò non accadde. La rendita urbanistica ebbe la meglio.

Nel 1835 si decise l’abbattimento dei baluardi orientali (Porta Romana Antica) per collegare al tessuto urbano il Borgo (il Ghetto). Ma non era che l’inizio. Il sentimento cittadino anelava alla damnatio memoriae nei confronti di ciò che era come lo Papa volle (Francesco Correnti) , di ciò che appariva ai maggiorenti come  cerchia di sassi che soffoca (Annibale Lesen), di ciò che era impedimento allo sviluppo (Montanucci). Nel 1871, eletto il primo Sindaco, si provvede a demolire Porta Romana Nuova al “solo scopo di dar lavoro ai disoccupati nel momento critico che si attraversava per il cambiamento del governo”. Già, poiché era la perdita del ruolo militare e politico che il nostro scalo aveva avuto nello Stato Pontificio, la vera causa della crisi determinante nella città una prostrazione vicina al letargo ( Toti, Ciancarini).

Poco dopo fu demolita la Porta Campanella mentre i Guglielmi demolirono il bastione appoggiato alla porta per costruire il loro imponente palazzo sulla via Cencelle. Colmate le controfosse ne scaturì l’area del mercato. Seguì, sotto i colpi del piccone, lo smantellamento di Porta Corneto. Nel 1884 una folla di forzati sotto la direzione del Genio abbattevano mura, atterravano le eccelse opere a corno riempivano fosse, spianavano parapetti, distruggevano storie. Civitavecchia era alfine città aperta!

L’ipocrisia velava la verace causa finale: si abbatte “per mutate necessità di difesa” e non certo per la gloria della rendita! Così si può ancora leggere nella lapide murata nel frontone del cancello di entrata nel cortile della Infermeria Presidiaria, cortile ancor oggi recinto da un  miserrimo avanzo degli antichi bastioni di Porta Corneto (Giulio Cesare Guglielmotti).

Merita, rimanendo in tema di espiazione, rilevare il ruolo avuto in questo contesto dai marchesi Guglielmi, famiglia di spicco della città. Nel 1862 il marchesato di Vulci cedeva il possesso dai Candelori alla famiglia Guglielmi (Giulio e Giacinto). Questo riconoscimento era anche dovuto al prestigio, oltreché di grandi latifondisti, di possessori di una vasta collezione di vasi dal valore inestimabile. Le campagne di scavo a Camposcala e Santagostino iniziarono nel 1828 e durarono fino al 1848.  Nel 1935 Benedetto Guglielmi cedette al Vaticano la collezione (ceramiche, bronzi, gioielli) quale “sigillo” della loro ascesa nobiliare. Oggi tale collezione (circa 800 pezzi studiati in particolare dal Buranelli) è vanto dei Musei Vaticani nella Sala IX.

Ebbene, il riferimento a questa famiglia è dovuto al fatto che Benedetto Guglielmi risulta tra i fondatori nel 1911 della Centumcellae. L’esigenza della famiglia di accreditarsi quali custodi della cultura è di certo alla base della donazione del ’35  dal momento che gli scavi del passato non avevano alcuna pretesa scientifica ne tantomeno culturale come avvenne per i tanti Feoli, Campanari, Fossati, Candelori, …

 

Il primo presidente della Centuncellae Francesco Scotti sintetizza perfettamente quanto fin qui esposto in una lettera all’indomani della costituzione dell’Associazione. ..in Civitavecchia quasi nessuno si è mai occupato di fare un po’ luce sui tanti preziosi avanzi esistenti nei dintorni della nostra città: e nessuno, o quasi, ha tentato di impedire la dispersione o la distruzione di tanti oggetti rinvenuti nel nostro territorio, aventi un rilevante valore , sia artistico che archeologico. Riparatrice di tanti mali sorge ora l’Associazione archeologica”Centocelle”…(27 maggio 1913).

Non v’è dubbio che l’attività intrapresa a partire dalla costituzione sia stata di grande feracità. La presenza dei marchesi Guglielmi, allora proprietari di un vastissimo territorio fra Civitavecchia e Montalto, creò il presupposto per un lancio della Associazione. Si fuse armonicamente il prestigio di questa casata desiderosa di mostrare, come si è visto, un volto ben diverso da quello del passato, con l’eroico furore di giovani studiosi desiderosi di far emergere un passato cittadino certamente significativo. Uno scudo protettivo, quello dei marchesi, che permise gradi di libertà all’entusiasmo di personaggi quali Salvatore Bastianelli. L’azione di quest’ultimo fu sostanziale. Molti dei reperti archeologici si trovavano all’interno della proprietà Guglielmi ed il permesso di agire, da parte dei proprietari dei latifondi, permise a studiosi di rango come il Mengarelli di rinvenire preziose testimonianze. Il punto di svolta fu senza dubbio rappresentato dal fatto che i reperti non erano più oggetto mercantile ma finalmente reperti da  catalogazione e studio scientifico. E ciò, in assenza di una normativa che era ancora di là da venire, rappresentava un fatto molto rilevante. La pratica del recente passato era del tutto superata, almeno per le grandi famiglie!

L’Associazione diveniva in tal modo il braccio operativo mentre i marchesi ne erano i protettori e finanziatori.

E’ essenziale soffermarsi su questo aspetto sopra accennato. Prima del corpus normativo del ’39-40 noto come legge Bottai il collezionismo mercantile non aveva scrupoli nell’agire in modo disinvolto rifornendo i musei di tutto il mondo. E’ solo con tale legge organica che si chiarisce il concetto di bene pubblico da tutelare. Nella anarchia normativa l’azione dei Guglielmi appare un vero capovolgimento rispetto alla stagione degli scavi rapaci della prima metà dell’Ottocento. Al collezionismo finalizzato al mercato lucroso  si sostituiva il collezionismo protettivo. Il peccato di origine era pertanto redento! E l’Associazione, nei limiti del territorio civitavecchiese, ne rappresentava il braccio operativo.

La donazione al Vaticano del ’35,  documentata dall’opera di Francesco Buranelli nel suo minuzioso catalogo “La Raccolta Guglielmi” edito dal Vaticano,  anticipava di quattro anni il senso della legge Bottai.

Maggior conforto di prova è il fatto che negli archivi comunali di Montalto di Castro, luogo questo di vastissimi possedimenti della famiglia nell’area vulcente, si evidenziasse l’intenzione dei Gugliemi che il preservare i reperti fosse da intendersi “precipuo dovere civico”.

L’espiazione era dunque consumata. Rimaneva “l’antico vandalico atto” che di certo non poteva che essere segno di biasimo da parte di un domenicano intriso di ardore storico quale Padre Alberto di certo avverso alle strategie urbanistiche del nuovo assetto liberale (lettera del 17 luglio 1882).

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Il bombardamento recise vite umane innocenti, spazzò via gran parte del centro storico, mai più restituito. Ma già il civico piccone aveva operato agito da mani operaie inconsapevoli ma diretto da consapevoli menti che dissimulavano velando l’intento utilitaristico.

CARLO ALBERTO FALZETTI