“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – LE VECCHIE SCALE
di MICHELE CAPITANI ♦
Michele è in attesa: domani verranno, per farlo firmare.
Suo figlio gliel’ha detto: non ha modo di pagare una badante per aiutarlo (oppure non ne vale la pena, Michele non ha capito molto bene) né può farsi trasferire in città per stargli più vicino, perciò si è accordato con una struttura che lo accoglierà volentieri: è stato rassicurato, si tratta di un grande appartamento dove vivono già degli anziani, insomma una casa vera, non un ospizio. Del resto, i volontari dell’associazione che se ne occupa sono passati più volte a trovare Michele, a conoscerlo, e convincerlo.
A suo figlio e anche a lui sono sembrati persone perbene.
Perché avrebbe dovuto dire di no? E dire di no a suo figlio?
Ma quando domani verranno a farlo firmare, per poi portarlo via, non firmerà.
Ha deciso.
Per qualche giorno ci aveva pensato, ma pensarci non è servito a nulla, perché è stato di notte, una notte all’improvviso, che ha capito quello che voleva fare.
Ha deciso che resterà a vivere in quella casetta, con la cucina cadente e una caldaia più vecchia di lui, quella casetta con un tappeto liso e gli infissi cigolanti, e scaffali con libri che non dicono più nulla a nessuno. Una casa come lui, Michele, ottantenne che si sente ormai muto e superfluo, davvero come quei libri dimenticati lassù.
Suo figlio non capirà, forse si arrabbierà, però a suo padre ormai non importa. Ha capito anche questo: che non gli importa niente.
Ma soprattutto ha deciso che continuerà a vivere da solo nonostante, da quando è restato vedovo, cioè da quindici anni, ogni notte se lo chieda: se mi sento male, chi se ne accorge? Chi mi soccorre? E puntuale, ogni sera, si risponde che è normale desiderare di andarsene nel sonno, ma subito dopo sopraggiunge il ricordo della sua Marina, che pregava per il contrario, per andarsene consapevoli, e potersi così congedare dai proprio cari.
Fu una preghiera che le venne esaudita.
E anche Michele a quel punto non sa più cosa pensare; pensa solo che, del resto, anche se fosse di giorno che si sentirà male, chi ci sarebbe ad accorgersene?
Dunque ogni sera è così che si addormenta, con poche goccine nel bicchiere, e questi pochi pensieri nella testa.
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Abita in una palazzina di tre soli appartamenti: giù al rialzato sta un’altra vecchia, ottantenne anch’essa
Al primo piano lui, il signor Michele
Al secondo una coppia (lei è figlia della signora da basso) con due gemelli di tre anni.
Michele incrocia di rado la vecchia, quando la vede sistemare il pianerottolo o appoggiare fuori l’immondizia, mentre la madre coi bimbi la incontra più spesso, visto che devono passargli davanti per salire a casa loro.
Pur se non hanno mai parlato per più di cinque minuti.
Anzi, ora che ci pensa, altrove non li ha mai incontrati, a passeggio, ai giardinetti, o in giro per la città. Raramente si sono ricongiunti giù al portone, rincasando, lui venendo da un capo della viuzza e loro dall’altra, con la madre sempre trafelata, con giacchettini e cento cose appese al passeggino o a lei stessa, e sempre con quel suo sguardo come a scusarsi per l’incomodo del loro ruzzare o della loro angelica impertinenza. Non si sono mai incontrati per via, o al mercato, ma anche lei magari penserà lo stesso di lui, che incontra solo lì, quasi sempre per le scale.
La donna sa che lui sente i due bimbi, perché la porta di casa di Michele è l’unica ancora in legno, un legno sottile dipinto all’antica; ecco perché spesso gli chiede un poco di sopportazione, senza che lui si sia mai lagnato di niente, e anzi a Michele dispiace che lei creda che gli diano fastidio, perché si diverte davvero ad avere quei monelletti fra i piedi, quando scende le scale, anche senza più la sua Marina che gli dia il braccio, e anche se a ogni gradino rischia di rovinare giù. Peccato solo che per le scale scenda oramai, gradualmente, sempre più a fatica, dunque sempre più raramente, mentre i due demonietti ci salgono e scendono.
Dei due gemellini, Laura è molto timida, mentre Alessio non ti lascia passare oltre senza chiamarti. Michele non sa mai cosa il bimbo stia per chiedergli, ma non può lasciarlo passare! Deve chiamarti, tu gli rispondi, e allora lo vedi che poi si mette lì a sforzarsi di pensare cosa dirti. Perciò, ogni volta che vede Michele, Alessio ha da mostrargli qualcosa: «Io ho la macchinina!», o sorridendo luminosamente sventola una cometa allegra e sbrindellata di stelle filanti che impugna e ha trascinato chissà da dove, oppure comunica trionfante, col ditino nel naso: «Ho trovato una caccola!».
Alessietto parla a Michele ma sempre a volume alto, è un po’ come volesse farsi sentire da altri cinquanta condòmini inesistenti, in quella palazzinetta, che si incontrino al portone, o al rialzato, dalla loro nonna, o al pianerottolo di mezzo, cioè da Michele.
Lauretta invece non parla mai, e quando il vecchio Michele e Alessio scambiano i loro buffi minidialoghi, lei resta sempre arretrata dietro al fratellino, o saldamente afferrata alla balaustra, ma sempre sorridente fissando quel vecchio che a quanto pare deve sembrarle simpatico. In verità, in qualche occasione Michele la sente, la voce della femminuccia: quando lui si congeda dopo essersi incrociati, per uscire dal portone o viceversa per rientrare in casa, lei o il fratellino, quasi a turno, gli domandano: «Dove vai?», al che a Michele, e a chiunque sia lì presente, viene immancabilmente da sorridere.
Come viene da ridere quando lei esclama, vedendolo affacciarsi sul pianerottolo: «Ma è Michele!», e altre volte, quando il vecchio rincasa, la sente che lo dice quando si è già chiuso la porta alle spalle:
«Mamma, quello era Michele!»
Lui a volte scherza coi genitori:
«Questa bimba mi fa venire le crisi di identità, ogni volta si sorprende che io sia io!»
Tutti sorridono, ma pochi passi fuori dal portone Michele pensa che Lauretta forse si meraviglia non che quel vecchio sia lui, ma che quel vecchio ancora ci sia… Be’, avrebbe ragione lei, forse ha intuìto che in realtà non è detto che lui si manifesti, ogni qualche giorno, sul pianerottolo, e non tanto per il fatto in sé di essere vecchio, quanto perché ormai sa bene di avere un punto del suo corpo che cederà da un attimo all’altro, e sarà inutile ogni soccorso.
A lui viene da pensare che semplicemente quel punto del suo corpo è più stanco di tutto il resto, dunque tra un minuto o tra sei mesi si fermerà; e non si dica che non ha avvertito, perché già l’anno scorso quella venuzza aveva ceduto, ecco perché suo figlio ora è sempre preoccupato.
A Michele piace pensare che anche i suoi singoli organi cercano di essere rispettosi ed educati.
Altre volte, quando non vuole pensarci, il pensiero gli va ai bimbi, e considera che la piccola Laura resta sorpresa perché quel nome deve risultarle un poco misterioso, di un anziano solitario che vive proprio in mezzo alle due case della famiglia, palesandosi solo ogni tanto, e più sentito che visto: lui s’immagina la mamma o la nonna che dicono «Non urlate ché disturbiamo Michele», o «Se incontrate il signor Michele salutate sempre, mi raccomando».
Una volta, quasi all’ora di cena, li ha sentiti che entravano nell’androne, riponevano le due biciclettine nuove, e chiedevano:
«Mamma, possiamo far sentire il campanello a Michele?»
«Sshh! Certo, ma non adesso che è tardi. Domani, domani».
I giorni appresso li avrebbe poi sentiti da sé, quei trilli, allegre note che ascendevano per le scale, l’unico suono al mondo che gli viene più gradito rispetto alle voci dei due miniciclisti.
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Ecco perché un certo giorno, anzi una certa notte, Michele comprende che preferisce restare a vivere ancora lì, per quel che gliene resta: perché un pomeriggio rientrando nel portone trova Laura e Alessio seduti lì sul primo gradino. Michele sorride, chiede loro permesso e li scavalca come può, e incamminandosi su per la rampa sente lei che gli chiede, come molte altre volte: «Dove vai?», ma quella volta, invece che un moto di divertimento sente un piccolo struggimento, una difficoltà a rispondere; cosicché le dice, senza voltarsi: «Vado a casa mia!», ma dentro di sé ancora sente risuonare l’interrogativo: «Già, dov’è che vado?…»
Ma la risposta la sa: lui si fermerà per sempre al suo pianerottolo, mentre i due bimbi continueranno a scendere e a salire.
Questa è la risposta a tutto.
E quella stessa sera, molto tardi, a letto, sente che gli arrivano dei rumori da sopra, che, come un’illuminazione nell’oscurità della notte, gli fanno capire che però non ne ha più fastidio. Perché lui aveva sempre mal tollerato i rumori dagli altri appartamenti, la musica poi neanche a parlarne. Strano dunque, che allo stesso tempo non gli dessero fastidio le due vocine su per le scale. E invece stavolta anche quello gli appare gradito: un rumore di qualcosa che scorre, come delle ruote sul pavimento, magari uno dei due bimbi si è alzato all’insaputa dei genitori e si è messo a fare un gioco? O può darsi che abbiano uno sgabello con rotelle e lo stanno spingendo.
Michele non sa; sa solo che non era mai successo che un rumore a quell’ora non lo irritasse, lui che sempre fatica a pigliar sonno. Eppure stavolta si scopre a indovinare cosa potrebbe essere, e che gioco vanno facendo i due monelli, quasi come se giocasse anche lui, a indovinare fra sé e sé, nel buio.
E capisce di essere stato esaudito, forse la sua Marina da lassù gli ha illuminato quella notte, apparentemente uguale a tutte le altre notti solitarie da quindici anni in qua. Lo ha illuminato in tempo, preservandolo dalla nostalgia che certamente proverebbe nella casa di riposo, nostalgia della macchinina che ruzzola per le scale, del sorriso scrutatore di Lauretta, e dello sguardo aggrottato di Alessio quando è tutto preso a scalare le scale con mani e piedi.
Michele ha deciso: morirà lì.
Ha capito che il morire da solo non gli importa.
Perché morirà ascoltando il trillo delle biciclettine nell’androne.
MICHELE CAPITANI
