La Grande Ambizione

di MARCELLO LUBERTI ♦

Tutte iniziali maiuscole per un film decisamente ben riuscito, quello diretto da Andrea Segre e interpretato da Elio Germano, uno dei migliori attori del cinema italiano, una pellicola dedicata alla figura di Enrico Berlinguer, il famoso segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 al 1984.

Il titolo risulta decisamente calzante, in quanto la storia narrata da Segre (con la pregevole consulenza dello storico Miguel Gotor) intende mettere a fuoco il progetto politico di Berlinguer, la Grande Ambizione di portare il PCI e le masse lavoratrici a partecipare al governo del Paese, in una fase storica caratterizzata da crisi economica, conflitti politici e sociali, difficile governabilità e, non ultimo, dall’imperversare del terrorismo di destra e di sinistra.

Si tratta quindi del periodo della vita di Enrico Berlinguer che va dal golpe cileno del 1973 fino all’assassinio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro per mano delle Brigate Rosse il 9 maggio 1978, data che simbolicamente, ma non solo, può essere considerata la pietra tombale del progetto del Compromesso Storico propugnato da Berlinguer.

La Grande Ambizione rappresenta quindi la focalizzazione di tutto il film. Agli sviluppi successivi della vita e della politica di Berlinguer sono infatti dedicate solamente alcune righe e immagini finali di repertorio come fossero titoli di coda del lungometraggio.

Alla fine della proiezione, la mia spontanea reazione è stata di dire che Segre ha fatto “un film onesto”, oltre che bello, commovente, convincente.

Onesto: non vi sembri riduttivo. Si tratta invece di un grandissimo apprezzamento, in questi tempi di approssimazioni, semplificazioni e altre verità.  Mi spiego: sono un discreto conoscitore di quel periodo, ho vissuto personalmente da militante del Partito Comunista gli anni Settanta e sono abbastanza documentato in materia. Nel corso della proiezione non ho vissuto alcun momento di disagio o imbarazzo, anche solo estetico, rispetto alla ricostruzione fornita dal regista, persona che non è stata, per motivi anagrafici, testimone diretta dell’epoca.

“La Grande Ambizione” non è un biopic, anche perché non riguarda l’intera vita di Berlinguer, non è un documentario, anche se ci sono spezzoni di filmati di repertorio, non è una storia romanzata, perché non vengono aggiunti passaggi di immaginazione, il film rimane aggrappato alla realtà storica documentata. Né tanto meno è paragonabile alla visionarietà de “Il divo” di Paolo Sorrentino. Si differenzia dai film di Marco Bellocchio sul caso Moro, come pure da alcuni buoni film documentari (“Quando c’era Berlinguer” di Walter Veltroni del 2014 e “Prima della fine. Gli ultimi giorni di Berlinguer” di Samuele Rossi del 2024).

Anche ai personaggi non primari vengono attribuite affermazioni comprovate nelle fonti ufficiali. Vengono rappresentati in maniera intellegibilissima (i militanti di allora li riconosceranno senza tentennamenti), cercando persino una mimesi delle persone in carne e ossa, diversamente da Elio Germano, che fornisce una grande prova d’attore rinunciando a raggiungere un’eccessiva somiglianza fisica con Berlinguer ma restituendo l’anima, il carattere, la sobrietà e le singolarità del grande leader politico.

Si notano nel film tutti i tormenti, i dubbi e anche le delicatezze dell’uomo Berlinguer, il suo appartenere a più mondi: la Sardegna, il comunismo internazionale, la politica italiana, il ceto intellettuale, il popolo in cerca di riscatto. Segre restituisce anche quel po’ di schizofrenia, permettetemi, di un individuo molto complesso, dotato di capacità oratorie magnetiche senza che fosse un istrione o domatore di assemblee.

Ad esempio, l’interpretazione di Elio Germano rende bene lo stupore, il disagio (da tipico italiano) di Berlinguer dentro i rituali del comunismo sovietico, la sua convinzione nell’affermare una posizione autonoma dei comunisti italiani dentro il mondo diviso in blocchi.

In generale, il film mi è sembrata una buona ricostruzione degli anni Settanta. Alcuni vi troveranno esperienze dimenticate, tanto lontano siamo da quei tempi per tanti aspetti. Ciò che salta maggiormente agli occhi è l’uso della violenza, soprattutto politica, di quegli anni. Approfitto per consigliare un libro imprescindibile per capire e ricordare cosa furono quegli anni, “Generazione Settanta – Storia del decennio più lungo del secolo breve (1966-1982)” di Miguel Gotor che, come detto è stato consulente storico alla sceneggiatura de “La Grande Ambizione”.

Concludo con una notazione storica che si trova accennata nel meritevole film di Andrea Segre, che non compare in altri film, attraverso le parole di Aldo Moro in uno degli incontri con Berlinguer nei primi mesi del 1978, a poche settimane dal rapimento, parole che sintetizzo a orecchio: non possiamo restare indifferenti al fenomeno di erosione di consenso del PCI alla sua sinistra.

Si tratta di un processo vasto e profondo che era in moto da diversi anni ma che tocca il suo apice dopo la vittoria elettorale del PCI del giugno 1976 che porta quel partito al 34%. La crescita del consenso nei ceti medi si era infatti accompagnata con l’espansione di movimenti di varia natura alla sinistra dei comunisti italiani. Crescevano le spinte libertarie e di contestazione al sistema. Nel 1977 il Partito Comunista Italiano era diventato, per vari motivi, il nemico giurato di tante correnti politiche che agivano sul piano sociale in forma anche violenta, mentre esso perdeva credibilità andando dietro a formule governative ambigue di coinvolgimento nel governo senza possibilità di contare (la non sfiducia, la solidarietà nazionale, ingresso nella sola maggioranza parlamentare).

Stiamo parlando di una forza non trascurabile di ferma opposizione al progetto del Compromesso Storico (la Grande Ambizione) che si andò a sommare alla contrarietà di una discreta parte della Democrazia Cristiana, della destra, degli americani e dei sovietici e, non ultimo, del terrorismo brigatista.

Vi lascio sottolineando la bella colonna sonora del cantautore e compositore sardo Iosonouncane (Iacopo Incani), dai toni struggenti nei momenti rilevanti della trama, nonché l’abitudine che aveva Enrico Berlinguer di consumare tutti i giorni un bicchiere di latte fresco.

MARCELLO LUBERTI

CLICK PER HOMEPAGE
* Foto di copertina tratta da Wikipedia