Mario Luzi. Un altro intellettuale del Novecento. Il confronto con Pasolini.

di MASSIMO COZZI

La  pubblicazione dell’articolo di Enrico Paravani dal titolo: Pier Paolo Pasolini – Un intellettuale del Novecento, sul blog del cinque novembre u. s., mi ha fornito l’occasione per ricordare un altro intellettuale, protagonista della vita artistico-letteraria italiana: Mario Luzi (1914-2005), considerato uno dei più importanti poeti europei del secondo Novecento.
 
 Luzi è stato candidato ufficiale italiano (dal 1991 al 1997) al Premio Nobel, quando, sorprendentemente, gli fu preferito Dario Fo. La mancata assegnazione del Premio per la Letteratura al poeta fiorentino, fu ritenuta, dall’Accademia della Crusca, che ne aveva sostenuto la candidatura, un’ingiustizia, al di là dei meriti di Fo.
 
A parziale risarcimento del mancato riconoscimento, nonostante le ripetute candidature, nel 1997 fu insignito della Legion d’onore, nel 2003 fu eletto Accademico della Crusca e nel 2004, in occasione del suo novantesimo compleanno, fu nominato senatore a vita dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.
 
 Di Luzi occorre sottolineare, oltre all’attività di poeta, quella di traduttore, di drammaturgo, di saggista, di critico letterario e cinematografico (di critico – come si autodefinirà – aggiunto al poeta) n. ; la collaborazione alle riviste: Campo di Marte, Frontespizio, La Chimera; l’amicizia con Carlo Bo, l’adesione alla teoresi dallo stesso propugnata e sostenuta in Letteratura come vita (manifesto programmatico dell’Ermetismo);  il sodalizio intellettuale e umano, lo scambio di corrispondenza con critici, letterati, poeti e scrittori a lui coevi, tra i quali Pier Paolo Pasolini.
 
La molteplicità dei propri interessi culturali gli ha consentito di confrontarsi, di maturare le proprie scelte tematiche e stilistiche, di percorrere nuove strade, di affinare e perfezionare non solo la sua poesia, ma anche i propri strumenti operativi, costituenti il nucleo originario, fondativo sul quale strutturare l’organizzazione della propria, poliedrica attività intellettuale di critico e di saggista.
 
 La Firenze degli anni Trenta del Novecento è la città dove Luzi si forma e compie il suo tirocinio. A tale proposito, egli scriverà:
 
 Firenze era allora la città letterariamente più viva d’Italia; due generazioni di scrittori e di critici, matura l’una che aveva la sua più alta autorità in Eugenio Montale, giovane e ancora in formazione l’altra che portava alla notorietà Elio Vittorini, Romano Bilenchi, Tommaso Landolfi e già rivelava la fisionomia interessante di Carlo Bo, Leone Traverso, Gianfranco Contini, Oreste Macrì, Vasco Pratolini, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, Renato Poggioli. Ben lungi dal contenderselo, occupavano di conserva il campo, formando una compagine intellettuale abbastanza omogenea, […] c’era specialmente tra i più giovani una vera e propria comunanza di propositi e di fini morali ed estetici. [1]
 
La produzione saggistica di Luzi è il risultato dell’approfondimento continuo delle ragioni e delle motivazioni che sono alla base della sua poesia e della creazione poetica per comprenderne le dinamiche più profonde. La particolarità dei suoi saggi critici, che accompagneranno il poeta e la sua produzione in versi, fonda, infatti, le proprie radici sull’esperienza concreta che il letterato mutua dalla propria attività di poeta, la quale fornisce motivazioni e supporti alla sua specifica riflessione critica.

n.  A proposito della duplice veste di poeta e critico, Fabrizio Miliucci osserva: “Particolarmente interessante è il caso della prima antologia ad includere Luzi: Lirici nuovi del 1943. Insieme a una selezione di versi, egli è presente nel volume anche con un breve saggio dal titolo: Prosa e poesiaÈ necessario insistere sul fatto che Luzi si presenti sin dall’inizio nella duplice veste di poeta e critico, perché questo favorisce il suo peso specifico nel dibattito. […] La collocazione del poeta in una selezione di antologie riguarda un arco cronologico che si estende dal 1943 di Lirici del Novecento al 1995 di Poeti italiani del secondo Novecento. […] Del resto è noto come la vicinanza tra Luzi e la critica sarà uno degli elementi chiave della sua fortuna. Per contro, bisogna anche notare come questa vicinanza abbia contribuito alla nascita delle prime e più radicali requisitorie”. [2]

 Riguardo alle requisitorie, citate nella nota, vale ricordare il giudizio sprezzante, espresso nei confronti del poeta fiorentino, da parte di Edoardo Sanguineti che, nell’introduzione alla sua Poesia italiana del Novecento, [3] liquida, senza appello, l’esperienza del gruppo ermetico fiorentino e l’esito pieno di “inciampi” della silloge luziana Nel magma, decretando “la fine di un’epoca e di un’idea della lirica: con Luzi, si ha il senso pieno di essere giunti a una stazione terminale, e si volta pagina con assoluta tranquillità”.
 
 Il tentativo di delegittimare l’esperienza ermetica e l’opera di Mario Luzi, tuttavia, non ebbe il risultato sperato, ma il dibattito complessivo che, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, investì la cultura letteraria italiana fino agli anni Cinquanta e Sessanta, coinvolse anche Luzi e il gruppo di poeti raccolti intorno a “La Chimera”.
 
 All’indomani dell’evento bellico, che provocò un’inquietudine diffusa e una forte accentuazione dei temi della responsabilità individuale  e del senso dell’esistenza, entrò in crisi l’idealismo italiano, nelle due versioni dello storicismo crociano e dell’attualismo gentiliano. Ad esso subentrarono ed ebbero egemonia prima, fino agli anni Cinquanta, il marxismo gramsciano e, poi, negli anni Sessanta, lo strutturalismo e le cosiddette “scienze umane”.
 
 Mario Luzi, a metà degli anni Cinquanta, avviò, dalle pagine della rivista “La Chimera”, con la pubblicazione delle liriche: Richiesta  d’asilo; Las animas; Nell’imminenza dei quarant’anni, che, successivamente, nel 1957, confluiranno nella silloge: Onore del vero, una discussione e un confronto con gli intellettuali di “Officina” e , in particolare, con Pasolini, che, nel dicembre del 1955, ospitò i tre componimenti luziani sulla rivista “Officina”.
 
 Al riguardo, Giancarlo Quiriconi osserva:
 
 Quando nella prima metà degli anni Cinquanta, dalle pagine  de La Chimera, Luzi portava il proprio contributo alla discussione sul realismo, lo faceva non in nome di una visione assoluta dell’atto creativo ma combattendo per un realismo sostanziale non alterato dal duplice vizio dell’assolutizzazione della cronaca e della servitù agli schemi mentali precostituiti: un realismo naturale in cui la voce del mondo potesse esprimersi in tutta la sua autonomia.
 
 Questa anzi – la negazione di ogni a priori ideologico – costituisce uno dei punti di forza su cui si sviluppa tutto il discorso luziano e che tanta parte ha, da sempre, nelle ragioni della sua poesia. [4]
 
 Sulla possibilità di una futura collaborazione, Pasolini aveva scritto a Luzi in una lettera del 17 novembre 1955, conservata nell’archivio del Centro Studi “La Barca” di Pienza: “Sono sicuro che la tua collaborazione a Officina è una cosa felice, non avere dubbi. Aspetto le tue poesie”.
 
 Le riflessioni critiche, vertenti sul significato dell’attività artistica e sul suo rapporto con la storia, presero le mosse dallo sviluppo del fenomeno letterario e cinematografico del “realismo” e del “neorealismo”. La rivista “Officina”, nel dibattito letterario, aveva assunto una posizione di neosperimentalismo, antinovecentismo antiermetismo.
 
 In una lettera del 22 novembre 1955, successiva alla prima, [5] Pasolini ringrazia Luzi:
 
 Caro Luzi,
 
grazie per le bellissime poesie e per quello che, polemicamente c’è sotto, il tuo traboccante e trattenuto “Memento” […].
 
  Il “Memento” di Pasolini si riferisce a Las animas, componimento nel quale Luzi affronta, con toni commossi, il mistero della morte e invoca un “altro” da sé, un quid che possa intervenire sulla morte e dare pace alle anime. Nella stessa missiva Pasolini aggiunge: “Solo nella storia l’amore ha i suoi oggetti: fuori – trepido a dirtelo – non riesco a concepire oggetti, o Oggetto”, sottolineando l’importanza della storia nel processo di sviluppo e rinnovamento del sottoproletariato urbano delle borgate, che solo il marxismo può garantire e rendere possibile, senza la necessità di un quid “altro” da sé, posto al di fuori del divenire storico.
 
 Le due posizioni appaiono inconciliabili, evidenziano opposte visioni del concetto di realtà, ponendo uno iato profondo sulle rispettive concezioni del significato di “realismo”. Da una parte il marxismo storico e immanente di Pasolini, teso all’affermazione di una nuova cultura e alla conquista del potere e dei mezzi di produzione attraverso la funzione attiva e rivoluzionaria dell’ideologia marxista, dall’altra il cristianesimo di Luzi e la sua visione del mondo: soggetto di mistero, intriso di una religiosità penitenziale che vede nella storia e nel tempo il segno del divino, la presenza di un quid “altro” da sé.
 
Il confronto sul “realismo” tra i due intellettuali fece emergere le divergenze profonde che investivano il concetto stesso di realtà, distanziando, in maniera netta, le rispettive riflessioni critiche circa una possibile interpretazione, concettualmente, convergente.
 
 Il “realismo”, per Luzi, costituisce un fatto naturale che investe la capacità dell’uomo di prendere coscienza dei fenomeni della natura, ciò non avviene per obblighi realistici, ideologici o sociali, ma come fatto distintivo proprio dell’uomo, come forma di autocoscienza. Il lavoro del poeta consiste nello scoprire nella realtà la possibilità di essere avvertita come coscienza naturale dell’uomo. Il “realismo”, pertanto, può essere un’occasione per comprendere la realtà quando la sua rappresentazione si integra con la percezione naturale che di esso si ha nella coscienza.
 
 Per l’intellettuale fiorentino non era accettabile un concetto di realismo integrale che rispecchiasse, totalmente sulla pagina, il positivo, il reale, l’oggettivo, nel rispetto della concezione ottocentesca di realtà uguale verità e del criterio dell’impersonalità dell’opera d’arte. Luzi, pertanto, aveva sviluppato il concetto di sintesi, mutuato dal primo romanticismo  e dal simbolismo, ritenendo che: “non nella realtà secondo la nozione che implica di essa il realismo, ma nella natura percepita con purezza, nella sua voce profonda e continua che informa i linguaggi degli uomini risiede la possibilità di conciliare il dissenso tra il soggettivo e l’oggettivo, tra l’assoluto ideale e il concreto storico”. [6]
 
Luzi segue un percorso orientato, sempre, nella stessa direzione: la ricerca della lingua insita in ogni frammento del reale; la naturalezza del modo in cui il mondo, nella sua unità, ci parla; la naturalezza del poeta in grado di ascoltare la voce della natura, di cogliere il molteplice nell’unità e l’unità nel molteplice; la capacità della poesia di conoscere e penetrare al fondo della realtà della natura.
 
 Alla realtà dei realisti, secondo un’interpretazione di derivazione marxista, Luzi contrappone il concetto di natura e della sua voce che può essere ascoltata dalla naturalezza del poeta (concetto che sarà trattato e sviluppato, a più riprese, nella sua raccolta di saggi: L’inferno e il limbo). [7]
 
A più di due anni di distanza dallo scambio epistolare del 1955, Pasolini [8] ribadirà la propria posizione circa il significato da attribuire al termine “poesia realistica”, sostenendo che in ognuna delle poesie della raccolta luziana l’elemento sociologico è “ugualmente squallido, oppresso”, perché Luzi ha rappresentato “un mondo socialmente ancor più basso che quello di un sottoproletariato meridionale, estrapolando all’interno di un paesaggio reale un paesaggio connotato da segni inquietanti di malessere e manifestando il limite della propria poetica negli esiti di un’insensibilità di fronte ai fenomeni della vita umana e della storia“.
 
 Alcuni anni dopo, nel marzo del 1974, Luzi replicherà, in una intervista rilasciata a Mario Toscani:  Quesiti a Mario Luzi, in: “Il Ragguaglio librario”, asserendo che “l’uomo se è messo di fronte alla sua sorte non ha più connotati di classe. A me premono più gli uomini umili, gli emarginati, ma non tanto per una preferenza di tipo classista, ma perché io vedo in questi, più nudamente scritto, il loro destino, la loro inquietudine. L’uomo può dire una parola vera che valga poeticamente e storicamente crescendo in umiltà e accettando di essere creatore in quanto creaturaDel resto anche l’idea marxista, includendo questa specie di demiurgìa umana, tralascia tante cose minime che pure sono e fanno storia, e concentra tutto tra due opposti“.
 
MASSIMO COZZI

corre-interlinea

[1] cfr. Mario Luzi, Naturalezza del poeta, Milano, Garzanti, 1995, p. 110. Il saggio Discretamente personale si trova alle pp. 108-114.
[2] in: Figure di Luzi. Collocazioni e letture, Quaderni del ‘900, XVII-2017, Mario Luzi poeta del Novecento. Modernismo, Lirica, Ermeneutica, a cura di A. Comparini, Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore, MMXVII, pp. 57-72:  57,58.
[3] in: Mario Luzi, Poesia italiana del Novecento, a cura di Edoardo Sanguineti, Torino, Einaudi, 1969, pp. LIX, LX.
[4] in: Pensare la vita, vivere l’alterità, in Introduzione a Mario Luzi, Naturalezza del poeta. Saggi critici, p. 7, a cura di G. Quiriconi, Milano, Garzanti, 1995.
[5] v. lettera di Pasolini a Luzi del 22 novembre 1955, archivio del Centro Studi “La Barca” di Pienza, ora presente in Mario Luzi, L’opera poetica, Apparato critico, a cura e con un saggio introduttivo di Stefano Verdino, Milano, Mondadori, “I Meridiani”, 1998.  
[6] in: M. Luzi, Dubbi sul realismo poetico, La Chimera, I, 4 luglio 1954, p. 1, ora in Id., Tutto in questione, Firenze, Vallecchi, 1965, pp. 23-27: 27.
[7] cfr. M. Luzi, L’inferno e il limbo, Firenze, Il  Marzocco, 1949, prima edizione; Milano, Il Saggiatore, 1964.
[8] cfr. P. P. Pasolini,  Le poesie di Mario Luzi in laboratorio, in “Humanitas”, febbraio 1958, e in Id., Passione e ideologia, Milano, Garzanti, 1960, pp. 454-456.
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* Foto di copertina – Mario Luzi – tratta da Wikipedia